Letteratura italiana – Nardi – appunti Alfieri
Alfieri prima lezione 18/10
Vita di Vittorio Alfieri da Asti scritta da esso - una biografia che Alfieri scrive durante gran parte della sua vita e che verrà conclusa alcuni mesi prima della sua morte. Alfieri muore nel 1803 e lavorerà a questa opera fino alla fine, per lui è di fondamentale importanza lasciare una testimonianza del suo percorso, ma allo stesso tempo essere un modello, usa “La Vita” per descrivere sé stesso, ma anche lo stato, il momento storico e l’evoluzione della storia che lui sta vivendo. Comincia quasi con autoritratto, in poesia.
Nell'opera La Vita l'autore ricostruisce la sua vita in un racconto autobiografico, genere letterario che ha a che fare con l'auto narrazione e con la narrazione del sé, l'intento della scrittura autobiografica è ciò che si instaura tra lo scrittore e il lettore dell'autobiografia, un patto autobiografico, io scrittore promette di dire al lettore la verità. Pur nella totale fiducia che l’autore stia raccontando solamente fatti realmente accaduti, bisogna pur sempre far riferimento alla memoria selettiva, cosa l’autore ricorda e cosa non, la sfumatura di veridicità non è sempre oggettiva. Anche le finalità dello scritto dell’autore stesso possono modificare i punti di vista.
Alfieri tenta di essere realmente oggettivo, cercando di non perdere nessun dettaglio e volendo far sentire ciò che lui ha sentito. La volontà di essere modello è auto contenuta, vuole avere la capacità di mettersi a nudo rispetto a tutti i pro e i contro della sua vita, cosa che viene resa chiara dalla misura che dà alla distribuzione degli argomenti.
La differenza tra la narrazione di una storia che il narratore sta vivendo e la storia che il narratore ha vissuto e si è conclusa:
- Focalizzazione 0: Il narratore è onnisciente (sa tutto di tutti, in grado di fare flashback, flashforward), lo sguardo complessivo dell’autore gli permette di dare giudizi sulla storia e sulla sorte dei personaggi.
- Focalizzazione interna: Il narratore assume la prospettiva di uno solo dei personaggi della storia. Significa che l’io narrante che racconta può farci sapere soltanto quel che prova lui. Posso usare flashback se racconto una storia che è già finita dalla mia prospettiva. Quel che so di quella storia, non cosa pensano gli altri. Ciò ci permette di far entrare il lettore nella storia con un preciso punto di vista (più facile immedesimazione).
- Focalizzazione esterna: Narratore che ne sa meno di tutti i personaggi della storia. Non si può identificare, non ci può dare il pensiero di nessuno, non sa quel che è accaduto, non sa quel che accadrà: narratore oggettivo, racconta quel che vede.
Prospettiva differente rispetto alle prime due. Formula usata nel verismo e nel naturalismo. Tenendo conto di ciò, una vita che viene raccontata dall’autore stesso è sicuramente una focalizzazione interna. Il protagonista di quella vita racconta quel che è successo finché è vissuto. Se racconto la mia vita dal momento in cui ho finito di viverla, al momento in cui sono arrivato, la sto ricostruendo con una prospettiva che è mutata nel tempo (veridicità del testo biografico). Se racconto una cosa attuale posso parlare della forte emozione che sto provando, mentre se so già cosa accade ed ho già elaborato quell’emozione parlerò con un enfasi differente. La prospettiva di chi scrive cambia a seconda del momento in cui scrivo. Il nostro “io” muta in continuazione. Tra il taccuino di viaggio e il diario di viaggio cambia l’intensità delle emozioni che vengono raccontate.
Alfieri sceglie di essere il più oggettivo possibile, volendo esplicitare i più reconditi aspetti.
Puerizia
Puerizia – Alfieri parte dalla necessità di descrivere le proprie origini, partendo con una descrizione di sé;
Un animo risoluto, ostinatissimo, ed indomito; un cuore ripieno ridondante di affetti di ogni specie tra' quali predominavano con bizzarra mistura l'amore e tutte le sue furie, ed una profonda ferocissima rabbia ed abborrimento contra ogni qualsivoglia tirannide. Nella città d'Asti in Piemonte, il dì 17 di gennaio dell'anno 1749, io nacqui di nobili, agiati ed onesti parenti. o. Oh rara, oh celeste dote davvero; chi sappia ragionare ad un tempo, e sentire! Oh, 37 quanto è sottile, e invisibile quasi la differenza che passa fra il seme delle nostre virtù e dei nostri vizi! i. Il nascere della classe dei nobili, mi giovò appunto moltissimo per poter poi, senza la taccia di invidioso e di vile, dispregiare la nobiltà di per sé sola, svelarne le ridicolezze, gli abusi ed i vizi; ma nel tempo stesso mi giovò non poco la utile e sana influenza di essa, per non contaminare mai in nulla la nobiltà dell'arte ch'io professava. Il nascere agiato, mi fece libero e puro, né mi lasciò servire ad altri che al vero.
Insistenza sul vero e sul seme delle nostre virtù e dei nostri vizi, Alfieri spende la sua vita contro la tirannide e contro ai nobili che non utilizzano la loro posizione per aiutare gli altri, seppur sapendo che lui ha la possibilità di farlo in quanto è parte di quella stessa nobiltà. Molto spesso si prende a modello di forza (come lui stesso si descrive) la vita di Alfieri, non tenendo conto che negli scritti si rivela anche un uomo pieno di fragilità e di contraddizioni.
L’adolescenza
L’adolescenza – Momento della formazione del carattere, che diventa un’autonomia di formazione, fase della formazione in cui si acquista autonomia e non a caso è il momento in cui si entra in conflitto generazionale, si vogliono trovare altre strade. Inizia un’autonomia di gusto e giudizio, l’autore si nutre di folli letture e cresce la sua passione primaria, ovvero quella di andar contro alla tirannide.
- Capitolo secondo – I primi studi pedanteschi e malfatti.
- Capitolo quarto – Continuazione di quei non-studi.
- Capitolo sesto – Debolezza della mia complessione.
- Capitolo ottavo – Ozio totale.
Giovinezza
Giovinezza – periodo in cui l’autonomia diventa anche fisica, Alfieri fa ciò che era la normalità nell’educazione della nobiltà dell’epoca; viaggia per tutta Europa. Queste esperienze nutrono il suo bagaglio di analizzatore di società altre, vengono messe su carta i primi tentativi di scrittura poetica.
- Capitolo decimoquinto – Liberazione vera, primo sonetto.
Virilità
Virilità – Entrata nella maturità, trova la sua forma poetica di eccellenza, la tragedia è il genere letterario che più richiama i temi che lui vuole veicolare. La prima sua tragedia, Virginia, richiama le tragedie di libertà. Il genere tragico è il genere che imita i migliori di noi (Aristotele), non da un punto di vista morale, quanto da un punto di vista sociale. Ciò che accomuna tutte le tragedie sono i protagonisti (re, regine, principi, regnanti), mentre nella commedia viene rappresentata la civiltà. Ad Alfieri serve poter utilizzare l’ambientazione della tragedia perché necessita rappresentare i mali costumi dei grandi (nobili).
Alfieri 19/10 lezione seconda
Contesto – La vita
Il modo in cui Alfieri scrive la sua biografia vede un atteggiamento autocritico rispetto al paragone che viene fatto con le Memoires di Goldoni.
Il ‘700 è il secolo riformatore, si ha la necessità di riportare in auge valori che sembrano sopiti, atteggiamenti che sembrano decaduti. Per tutto il ‘600 si è insistito su concetti che il ‘700 ripudia come la meraviglia del Barocco (che cresce non solo in ambito artistico ma anche letterario scene teatrali sempre più complesse, artificio della metafora) e delle accademie come l’Arcadia che si ispirava all’ozium antico (che era anche il generatore di conoscenza) e riporta all’idea di un contesto pastorale e amorale in cui ci si diletta a produrre opere per diletto. Nel 500 la battaglia tra le posizioni teoriche molto discussa è quella del dilettare aut prodesse, un sintagma presa dalla poetica di Orazio (modello antico) in cui ci si domandava se l’arte dovesse dilettare, far provare piacere o portare giovamento.
Quando nel ‘500 queste questioni tornano la polemica diventa sempre più forte insistendo su ambo le cose, nonostante sia il secolo della commedia dell’arte. Quel che succede nel Barocco con Giovan Battista Marino si arriva alla predilezione del divertimento più che dell’intento pedagogico. Tutto ciò porta ad un barocco visto come non vero, proprio perché doveva meravigliare. Il ‘700 riporta esigenze razionalistiche, date anche dalle scoperte di quel periodo, che portano a due riformatori dell’arte teatrale (genere praticato su scene): da una parte Goldoni riforma la commedia dell’arte tornando al testo scritto con delle caratteristiche e regole e dall’altra, con le spinte del genere tragico che si rifà a rappresentare le difficoltà, le lacerazioni e contraddizioni di un epoca, ponendosi il problema di riformare il genere.
Mentre Goldoni sta particolarmente attento alla scena (vuol essere un poeta comico); Alfieri si pone il problema di una letteratura teatrale, di far risorgere la tragedia con il valore degli antichi attraverso anche la forma antica. Cerca infatti una modalità, ovvero quella in versi, non in prosa, per dare l’altezza letteraria al genere che sta rinnovando.
Questo è il contesto. Alfieri sente come momento di cesura proprio quello di ragionare sulle tragedie. Primo sonetto (prima espressione poetica dopo autonomia adolescenziale) e le prime tragedie nell’ultimo ventennio del ‘600 sono i due momenti di cesura di Alfieri.
Introduzione
“Il parlare, e molto più lo scrivere di sé stesso, nasce senza alcun dubbio dal molto amor di sé stesso. Io, dunque, non voglio a questa mia Vita far precedere né deboli scuse, né false o illusorie ragioni, le quali non mi verrebbero a ogni modo punto credute da altri; e della mia futura veracità in questo mio scritto assai mal saggio darebbero.”
Parte da quello che è il patto autobiografico, dicendo che non solo dirà la verità, vuole essere sincero. Dice di sé stesso qualcosa che può essere considerato negativo: il molto parlare e scrivere di sé è il frutto del molto amore di sé stesso. Alfieri scrive di non nascondersi dietro a scuse o false ragioni, ma vuole sottolineare la veridicità del suo scritto partendo da una sorta di autodenuncia:
“Io perciò ingenuamente confesso, che allo stendere la mia propria vita inducendomi, misto forse ad alcune altre Alfieri si stima e ama la sua vita, questo è ragioni, ma vie più gagliardo d'ogni altra, l'amore di me medesimo: ciò che l’ha condotto a scrivere quel dono cioè, che la natura in maggiore o minor dose concede agli uomini tutti, ed in soverchia dose agli scrittori, principalissimamente poi ai poeti, od a quelli che tali si tengono. Ed è questo dono una preziosissima cosa; poiché da esso ogni alto operare dell'uomo proviene, allor quando all'amor di sé stesso congiunge una ragionata cognizione dei propri suoi mezzi, ed un illuminato trasporto pel vero ed il È chiaro come l’amore per sé stesso ha condotto Alfieri a scrivere il libro. bello, che non son se non uno.
Perché mi stimo? Perché natura mi ha fatto un dono, un dono che viene concesso agli scrittori e ai poeti. L’essere poeta e l’amore di sé uniscono insieme due mezzi fondamentali: il vero e il bello. Quello che Alfieri perseguirà sarà un concetto fondamentale: vero ed il bello, che non son se non uno. La bellezza è verità e la verità è bellezza, sono la stessa cosa, entrambe si devono perseguire, ma non può esserci bellezza che non stia rappresentando il vero.
Senza proemizzare dunque piú a lungo sui generali, io passo ad assegnare le ragioni per cui questo mio amor 17 di me stesso mi trasse a ciò fare: e accennerò quindi il modo con cui mi propongo di eseguir questo Sorta di dichiarazione di intenti, specifica come intende affrontare il racconto. assunto.
Avendo io oramai scritto molto, e troppo più forse che non avrei dovuto, è cosa assai naturale che alcuni di quei pochi a chi non saranno dispiaciute le mie opere (se non tra' miei contemporanei tra quelli almeno che vivran Autocritica e falsa modestia: afferma di aver dopo) avranno qualche curiosità di sapere qual io mi fossi. scritto tanto, forse anche più del dovuto.
Io ben posso ciò credere, senza neppur troppo lusingarmi, poiché, di ogni altro autore anche minimo quanto al valore, ma voluminoso quanto all'opere, si vede ogni giorno e scrivere e leggere, o vendere almeno la vita. Onde quand'anche nessun'altra ragione vi fosse, è certo pur sempre che, morto io, un qualche libraio per cavare alcuni più soldi da una nuova edizione delle mie opere, ci farà premettere una qualunque mia vita. E quella, verrà verisimilmente scritta da uno che non mi aveva o niente o mal conosciuto, e che avrà radunato le materie di essa da fonti o dubbi o parziali; onde codesta vita per certo verrà ad essere, se non altro, alquanto meno verace di quella che posso dar io stesso. E ciò tanto più, perché lo scrittore a soldo dell'editore suol sempre fare uno stolto panegirico dell'autore che si ristampa, stimando amendue di dare così più ampio smercio alla loro comune mercanzia. Affinché questa mia vita venga dunque tenuta per meno cattiva e alquanto più vera, e non meno imparziale di qualunque altra, verrebbe scritta da altri dopo di me; io, che assai più largo mantenitore che non promettitore fui sempre, m'impegno qui con me stesso, e con chi vorrà leggermi, di disappassionarmi per quanto all'uomo sia dato; e mi vi impegno, perché esaminatomi e conosciutomi bene, ho ritrovato, o mi pare, essere in me di alcun poco maggiore la somma del bene a quella del male. Onde, se io non avrò forse il coraggio o l'indiscrezione di dir di me tutto il vero, non avrò certamente la viltà di dir cosa che vera non sia.
Alfieri si pone il problema delle modalità editoriali dell’epoca; uno scrittore rinomato nel momento in cui muore diventa ancor più famoso e discusso, la maggior parte delle volte si va a ricostruire la sua vita cercando di ritrovare le ragioni che sottendono la sua poetica e la sua produzione artistica. Questo viene fatto la maggior parte delle volte per mercanzia, per vendere i testi gli scrittori venivano osannati. Alfieri non vuole che venga dato a qualcuno che non lo conoscesse il compito di ricostruire la sua vita, vuole scriversela da sé, e quando sarà il momento le persone potranno avere la certezza di sapere soltanto le verità che l’autore stesso ha scritto.
Quanto poi al metodo, affine di tediar meno il lettore, e dargli qualche riposo e anche i mezzi di abbreviarsela col tralasciare quegli anni di essa che gli parranno meno curiosi; io mi propongo di ripartirla in cinque Epoche, corrispondenti alle cinque età dell'uomo e da esse intitolarne le divisioni: puerizia, adolescenza, giovinezza, virilità e vecchiaia. Ma già dal modo con cui le tre prime parti e più che mezza la quarta mi son venute scritte, non mi lusingo più oramai di venire a capo di tutta l'opera con quella brevità, che più d'ogni altra cosa ho sempre nelle altre mie opere adottata o tentata; e che tanto più lodevole e necessaria forse sarebbe stata nell'atto, di parlar di me stesso. Onde tanto più, temo che nella quinta parte (ove pure il mio destino mi voglia lasciar invecchiare) io non abbia di soverchio a cader nelle chiacchiere, che sono l'ultimo patrimonio di quella debole età. Se dunque, pagando io in ciò, come tutti, il suo diritto a natura, venissi nel fine a dilungarmi indiscretamente, prego anticipatamente il lettore di perdonarmelo, sì; ma, di castigarmene a un tempo stesso, col non leggere quell'ultima parte.
L’autore si inventa un libro interattivo e ne dà le indicazioni per la lettura, ovvero le indicazioni di come leggere la sua vita: le cinque parti di lettura sono ripartite nelle cinque corrispondenti età dell’uomo (puerizia, adolescenza, giovinezza, virilità e vecchiaia), accompagnate da un indice estremamente dettagliato, così che si possa cercare la parte che più interessa al lettore. Alfieri, inoltre, premette che non sempre riuscirà a rispettare la sintesi, soprattutto per le parti future che dovranno essere ancora scritte (riferimento alle chiacchiere della vecchiaia). L’opera rimarrà incompiuta in quanto morirà a 54 anni.
Alfieri (Favaro) lezione quarta 22/10
Precisazione storica: Risorgimento, età napoleonica e illuminismo
È importante riflettere sulle interrelazioni che sussistono tra gli eventi storici che caratterizzano un'epoca e le conseguenti opere storiche che vengono prodotte.
Il Risorgimento italiano, un processo di natura politica, evidentemente militare e con risvolti culturali, porta alla formazione in quella che è essenzialmente la penisola italica, in quanto si può iniziare a parlare di Italia con la formazione dello stato unitario. Nel 1775 la parola risorgimento fu utilizzata dal gesuita Saverio Feltrinelli, e in seguito ripresa da Vittorio Alfieri e soltanto con i decenni successivi arrivò in forma sinonimica a identificare la liberazione della penisola dalle differenti potenze straniere, e quindi la formazione dello stato nazione unitario. Questo percorso di cui parliamo occupa gran parte della storia della penisola nel XIX secolo, non sarebbero comprensibili le produzioni letterarie ed artistiche senza l’apporto politico, culturale e
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