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Storia del diritto italiano II

I romani per indicare la storia avevano due locuzioni:

  • → Res gestae: i fatti, quel che accade nel tempo e nello spazio;
  • → Historia rerum gestarum: il racconto dei fatti, il ricordo (quella che noi definiamo storiografia).

Fare storia significa rendere intellegibile il passato dell'uomo (def. Di Marrour). Oppure fare storia significa comprendere il processo storico. Nella storia non c'è un progresso, ma si può ritenere che → quel che viene dopo in valore non sia più in alto di quel che è venuto prima. Lo storico non giudica il passato. Si occupa dell'uomo.

Rendere intellegibile significa comprendere, rendere accessibile alla mente umana. Non fare solamente un elenco di fatti e di date. Ma significa porre gli eventi in un rapporto causa-effetto.

Il passato è quel che è già accaduto in un arco di tempo cronologico compreso tra l'invenzione della stampa (3500 a.C.) e anni talmente recenti da impedire allo storico di valutare gli accadimenti con il necessario distacco e con una visuale ampia. (Dalla preistoria alla cronaca).

Marc Bloch (storico) in un suo libro scrive che lo storico è come l'orco della favola, quando sente odore di carne umana sa che lì c'è lavoro per lui.

Perché lo storico si occupa dell'uomo?

Perché riconosce all'uomo una dignità infinita e una grandezza incommensurabile rispetto a tutti gli → altri esseri viventi. (L'universo ha coscienza di sé solo grazie all'esistenza dell'uomo). Lo storico si occupa del passato dell'uomo in quanto riconosce all'uomo la capacità di diventare altro rispetto a ciò a cui la natura lo aveva destinato. L'uomo non è solamente natura ma è natura e cultura.

L'uomo è una natura debole alla quale l'intelligenza e il pollice opponibile hanno permesso di dominare il mondo.

L'uomo del XXI sec è così certamente per:

  • Eventi naturali e casuali;
  • L'uomo con la sua intelligenza, volontà, per mezzo della cultura che gli uomini si sono trasferiti di generazione in generazione ha mutato il suo proprio destino.

Lo storico riconosce l'unicità e la straordinarietà della vicenda umana e ne fa l'oggetto di ogni suo interesse.

Perché si studia la storia?

  • Per un bisogno di conoscenza che caratterizza l'uomo in generale, un bisogno di conoscenza che è tra l'altro parte imprescindibile della grandezza dell'uomo. L'uomo ha sfidato l'ignoto, pericoli immensi per andare oltre i propri limiti. (Si chiede da dove viene e dove va). Conoscendo il passato l'uomo riscopre le proprie radici.
  • Per liberarsi dalla schiavitù del presente, la storia offre dei modelli per la vita dei singoli. L'uomo non ha sempre pensato e non ha sempre vissuto come pensa e vive oggi, ma nei secoli ha prodotto pensiero e ha prodotto modalità di vita che possono ancora risultare interessanti per → noi uomini del terzo millennio è un postulato del fare storia. È possibile fare storia solamente 1fi fi fi fi fi fi fi se nel tempo l'uomo, nella profondità del suo essere uomo, non cambia. Nel tempo mutano le risposte ai loro bisogni ma solamente l'unità dell'essere uomo nel tempo può permettere la comprensione del passato dell'uomo.

Lo studio della storia si può fare solo a partire da questa unità dell'essere uomo. Lo studio della storia può essere utile per noi, può fornirci fattori esistenziali che possono divenire vita anche per noi, solamente a partire da questa unità, solo questa unità ci permette di recuperare il passato dell'uomo.

Esempio: L'Antigone di Sofocle, lo stesso autore porta sulla scena l'eterno conflitto tra la legge naturale (data da Dio) e quella positiva (legge che si danno gli uomini). Se le due leggi sono in contrasto bisogna uniformarsi alla legge degli dèi, la legge naturale infrangendo quella positiva.

La storia è anche un modello per intere civiltà. In epoca di Carlo Magno con la rinascita carolingia, si trascrissero tutti i testi classici. Fare cultura allora significava trascrivere i testi antichi. La novità → era quasi un'eresia. Nel XII abbiamo la rinascita del XII sec, le sue caratteristiche:

  • → Riscoperta della raccolta del diritto romano giustinianeo. A Bologna Irnerio nel 800 recupera il corpus iuris Giustiniano, per la prima volta qualcuno ha sottomano tutto il diritto romano Giustiniano, si fa di nuovo scienza giuridica. Irnerio comincia a insegnare diritto romano e da allora siamo giunti fino ad oggi.
  • → Riscoperta delle opere di Platone e Aristotele, opere che nessuno più conosceva perché il greco era una lingua solo dell'Italia meridionale. Nel XII la filosofia greca torna ad essere riscoperta. Le opere di Platone e di Aristotele vengono tradotte in latino, cosicché possono comprenderli e → Nel Rinascimento conoscenza approfondita dell'arte antica, perciò gli artisti costruiscono le loro opere rifacendosi ai modelli dell'antichità. Di nuovo si interpreta in modo originale ciò che altri uomini in passato hanno detto e fatto.
  • → Umanesimo giuridico: conoscenza della storia e filologia che permette ai giuristi di interpretare in modo nuovo i testi di Giustiniano.
  • → → Classicismo (700): ci si riferisce sempre all'arte. La storia diviene modello per intere civiltà.

La storia fornisce: temi, personaggi, spunti all'arte, alla letteratura, al cinema.

Il cristianesimo

Prima di entrare nel Medioevo, ambito cronologico che concerne il corso di Storia del diritto italiano, dobbiamo affrontare una vicenda che si radica nei secoli dell'antichità, le cui conseguenze sono di straordinaria importanza in tutta la storia europea. Essa è essenziale per comprendere il Medioevo e l'età moderna, i secoli sui quali ci focalizzeremo in prevalenza. Il Cristianesimo: studiamo Gesù Cristo, come si sviluppa la storia della Chiesa, e le vicende legate ai rapporti tra Chiesa e Impero nei primi secoli.

Il rapporto tra i cristiani e l'Impero Romano si sviluppa, per quasi tre secoli, in modo molto più che conflittuale. Gesù muore nel 28 d.C. e nasce nel 5 o 4 a.C., dunque prima di Cristo. La data di nascita si ricava dal censimento di Augusto. Tutti ben sappiamo che Giuseppe e Maria erano in viaggio proprio per questo censimento, e che perciò Gesù nasce in una grotta. Censimento che risale appunto al 5 o 4 a.C.

Sappiamo che Gesù muore a 33 anni di età, e così si arriva al 28 d.C. Gesù sceglie 12 apostoli: dei pescatori, degli uomini incolti; quelli che sono i primi 12 vescovi, come Pietro il primo Papa. Alla morte di Gesù, gli apostoli vanno per il mondo, si dividono, cercano di fare proseliti nei diversi territori dell'Impero, e hanno immediatamente successo: il numero di coloro che si fanno battezzare, che quindi divengono cristiani, aumenta rapidamente, e questo accade un po' ovunque 2fi fi fi fi fi fl si rechino.

Accade anche nella città di Roma, dove giungono Pietro e Paolo. Il primo è uno dei 12 scelti da Gesù, colui al quale Lui dice "Simone tu sei Pietro, e su questa pietra io fonderò la mia Chiesa, e le porte degli Inferi non prevarranno contro di essa". A partire da queste parole, che Gesù rivolge solo a lui tra i 12, la Chiesa cattolica afferma che Pietro è un apostolo diverso dagli altri, afferma che Pietro è un vescovo diverso dagli altri, afferma che Pietro è il Papa. Egli giunge a Roma, assieme a Paolo, il quale non è uno dei 12. Paolo è uno che Gesù non l'ha neppure conosciuto, in un primo tempo è addirittura un persecutore dei cristiani; poi viene folgorato, cade da cavallo, perde la vista, Dio gli parla e a quel punto lui inizia un percorso interiore, riacquista la vista e si unisce agli apostoli nella predicazione. (Paolo è detto l'apostolo delle genti, anche se in realtà apostolo non lo è, in senso stretto).

A Roma, Pietro e Paolo muoiono entrambi martiri: Pietro crocifisso a testa in giù, poiché non si ritiene degno di farsi crocifiggere come Gesù a testa in su, e Paolo viene decapitato. (Non a caso a Roma abbiamo la Basilica di San Pietro e la Basilica di San Paolo fuori le Mura). Paolo è un uomo colto. Lui cambia radicalmente la storia del Cristianesimo perché conferisce ad esso una solida struttura razionale e dottrinale. Un cristiano ragionevolmente ritiene che vi sia un disegno provvidenziale su questo, un non cristiano ritiene ragionevolmente che questa vicenda sia frutto del caso, ma questo non ci interessa.

Paolo è così colto che va anche ad Atene a discutere con i filosofi greci, i più grandi sapienti del tempo. I romani sono tolleranti, scelta politica. Non vogliono crearsi problemi con le popolazioni sottomesse, vinte in battaglia, per motivi religiosi. Nell'Impero, perciò, ciascuno adora le proprie divinità. Possiamo dire che, anche in questo modo, si costruisce la pax romana, la pace tra i romani e i popoli sottomessi; si tiene unito un impero nel quale vi è una moltitudine di popoli, ciascuno con la propria visione del mondo, con delle proprie divinità da adorare.

Il problema è che i cristiani cattolici sono monoteisti, hanno un solo Dio; o meglio, sono monoteisti-politeisti: hanno un solo Dio in tre persone quali Padre, Figlio e Spirito Santo. (A differenza, ad es. degli ariani, che sono monoteisti e basta). Un Dio che è geloso, che chiede l'esclusività dell'amore dei suoi fedeli, che ha detto: "Non avrai altro Dio all'infuori di me", nell'antico testamento. I cristiani non accettano che il loro Dio sia collocato in un Pantheon nel quale sono collocate tutte le divinità dell'Impero. È chiaro che, per chi è politeista, aggiungere alcune divinità non fa problema; per chi invece crede in un solo Dio, che ha detto per altro che non si dovrà avere altro Dio all'infuori di lui, questo è un grande problema. I cristiani, poi, rifiutano di adorare l'imperatore come Dio, di prostrarsi di fronte a lui.

Non riconoscono dunque l'Imperatore per quello che egli afferma di essere, minando così le basi stesse del suo potere. In questo modo si spiegano due secoli e mezzo di persecuzioni, nei loro confronti. Il sincretismo pagano (la fusione, l'unione, di dottrine di origine diversa, di divinità di diversi popoli) fa a pugni con l'esclusivismo religioso cristiano.

Qual è allora l'atteggiamento dei cristiani nei confronti del potere politico?

Risalendo all'origine vi è la risposta di Gesù a Ponzio Pilato, il quale lo interroga nelle ore drammatiche della Passione. Nel Vangelo di Giovanni leggiamo che Ponzio Pilato chiede a Gesù: "Che cosa hai commesso?" e Lui risponde: "Regnum meum non est de hoc mundo" (= Il mio regno non proviene da/non trae origine da questo mondo).

Riportando le parole di Agostino, grande pensatore e grande vescovo che vive tra il IV e il V secolo, possiamo dire che "Gesù non afferma che il suo regno non è di questo mondo, ma che il suo regno non proviene da questo mondo. Non dice che non è qui, ma che non è da qui". È errata l'interpretazione di quanti hanno affermato che Gesù, rispondendo a Pilato, ha detto: Il mio regno è quello di coloro che mi seguiranno, non è e non sarà di questo mondo. E quindi è errato sostenere un'opposizione aprioristica di Gesù al potere dello Stato. Tanto è vero che Lui dice anche: "Date a Cesare quel che è di Cesare, date a Dio quel che è di Dio". Dunque, Gesù chiede ai cristiani di dare, a chi detiene il potere politico, quel che gli spetta. I cristiani non riescono però ad accettare che si adorino tutte le divinità allo stesso modo. Non possono adorare l'imperatore.

Per i cristiani vi è, insomma, una legge che viene prima e che è posta più in alto di quella del principe, alla quale i cristiani sono chiamati a obbedire, persino a costo del martirio. E sappiamo che, effettivamente, nei primi secoli molti cristiani nel corso delle persecuzioni, muoiono martiri.

Potremmo dire, insomma, che i cristiani sono sulla linea di Antigone: come lei, affermano che vi è una legge, che viene prima e che è posta più in alto della legge positiva. E, in caso di contrasto, è necessario conformarsi alla legge di Dio. Per quanto, ovviamente, il Dio dei cristiani non coincida 3fi fi fi fi con le divinità greche nelle quali credeva lei.

I cristiani devono essere leali all'Impero: leggiamo, nel nuovo testamento (Bibbia, divisa in antico testamento: corrisponde alla Bibbia degli ebrei; nuovo testamento: parte della Bibbia cristiana nella quale si trovano i vangeli, gli atti degli apostoli, le lettere e l'apocalisse. Ovviamente gli ebrei non considerano Parola di Dio il nuovo testamento, perché per loro Gesù non è il Messia atteso, loro lo stanno ancora aspettando. Per questo ebrei e cristiani non concordano.) - Prima Lettera di Pietro:

"Rispettate tutti, amate i fratelli nella fede, adorate Dio, rispettate l'Imperatore". Rispettate l'Imperatore”: riconoscimento del potere politico. Lettera a Tito: "Siate sottomessi ai magistrati e all'autorità". Lettera a Timoteo: "Pregate per i re". Lettera ai romani: "Ciascuno sia sottomesso a chi ha ricevuto autorità perché non c'è autorità che non venga da Dio. E quelle che esistono sono stabilite da Dio". Si nota dunque che nel Nuovo Testamento, in testi che i cristiani credono essere Parola di Dio, vi sono molti riferimenti al potere costituito e ai cristiani non si chiede affatto di fare rivoluzioni o di non tener conto di chi detiene il potere, tutt'altro.

I cristiani devono essere leali all'Impero, ma non a prescindere: nella Prima Lettera di Pietro si legge: "Adorate Dio, rispettate l'imperatore", è chiaro che il verbo "adorare" ha un significato molto più profondo del verbo "rispettare". È chiaro già da queste parole che se vi è contrapposizione tra la legge di Dio e la legge dell'imperatore, il cristiano deve seguire Colui che adora, non colui che rispetta. Nel Vangelo di Matteo si legge: "Chi ama suo padre o sua madre più di me non è degno di me. Chi ama suo figlio o sua figlia più di me non è degno di me". Parole di Gesù, che stanno a dire che certamente bisogna amare i genitori e i figli, ma ancor più bisogna amare Dio; l'amore del cristiano per il suo Dio deve essere superiore a qualsiasi amore terreno. Implicitamente è come affermare che, a maggior ragione, tra Dio e l'imperatore è necessario scegliere Dio, tra la legge di Dio e la legge dell'Imperatore il cristiano deve scegliere di obbedire alla prima.

Ancora, negli Atti degli apostoli, si legge: "È meglio obbedire a Dio che agli uomini". I cristiani ritengono di essere buoni cittadini: non rubano, pagano le tasse, sono leali verso il potere di Roma, sono moralmente irreprensibili. È chiaro che, nei primi secoli, il numero dei cristiani, per quanto in crescita progressiva, era un numero ancora basso; ed è chiaro, perciò, quanto più facile era trovare donne e uomini di vera fede, che davvero si sforzavano di vivere secondo la Parola di Dio e che, quindi, si comportavano veramente come descritto sopra.

Per l'amministrazione romana, tuttavia, i cristiani sono pericolosi perché adorano un uomo che credono essere Dio, ovvero Gesù Cristo, uomo condannato a morte da un rappresentante del potere di Roma, Ponzio Pilato; perché predicano l'uguaglianza tra l'uomo e la donna, tra il padrone e lo schiavo, tra i romani e i barbari. I cristiani non sono ritenuti affidabili perché per loro c'è un sacro che va oltre l'imperatore: hanno un Dio che non è l'Imperatore, e una legge che va oltre quella positiva; una legge stata data a loro da Dio, che per loro va oltre la norma positiva.

I cristiani vengono dunque perseguitati fino a quando Costantino, con l'Editto di Milano del febbraio 313 d.C., li libera di professare pubblicamente la loro fede. I cristiani escono allora dalle catacombe. Può essere (ed è probabile) che Costantino si sia mosso su questa linea per pragmatismo politico, per un proprio tornaconto politico personale assai più che per una profonda fede religiosa cristiana. Tuttavia, senza dubbio, con Costantino l'Impero si avvia a divenire nel giro di pochi decenni, un impero cristiano.

Sino al febbraio del 313 i cristiani sono perseguitati, nel 380 con l'Editto di Tessalonica (attuale città greca di Salonicco) Teodosio I imperatore proclama il cristianesimo religione di Stato, religione ufficiale dell'Impero. Nel giro di 67 anni si passa dalle persecuzioni al cristianesimo come religione dell'Impero.

Gli anni di Costantino imperatore segnano una svolta nella vita e nella storia dei cristiani cattolici: egli protegge i cattolici e perseguita gli eretici, ovvero i cristiani che i cattolici giudicano eterodossi. Chiariamo alcuni punti. Dire cristiani e dire cattolici non è la stessa cosa. Cattolico non è sinonimo di cristiano. I cattolici appartengono a una confessione religiosa cristiana, come anche gli ortodossi, i luterani, i calvinisti, gli ariani ecc. I cristiani sono divisi in moltissime confessioni religiose, accomunate dalla fede in Gesù come Dio, o quantomeno come uomo straordinario, posto al di sopra di tutti gli altri uomini per quanto non Dio (questa è, ad esempio, la posizione degli ariani: cristiani che non credono nella divinità di Gesù. Per loro Gesù è creato, Dio e Gesù non hanno la stessa sostanza, Gesù non è gli

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Scienze giuridiche IUS/19 Storia del diritto medievale e moderno

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher veronica.valvason di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto italiano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Udine o del prof Mazzanti Giuseppe.
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