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Letteratura italiana dal Cinquecento all'Ottocento

Alessandro Manzoni (Milano 1785 – Milano 1873)

In epoca romantica avviene la nobilitazione del romanzo e questo spiega il motivo per cui Manzoni, quando decide di dedicarsi a I promessi sposi, la sua opera principale, lo sceglie come genere: perché il romanzo è al centro della discussione critica del Romanticismo. Quindi Manzoni, che esordisce tradizionalmente come poeta, si rende presto conto che la poesia non può esaurire le sue intenzioni di autore e, all’inizio degli anni Venti dell'Ottocento, inizia a porsi il problema di scrivere un romanzo storico.

Del resto, il percorso di Manzoni è indirizzato alla storia, e ciò è testimoniato anche dalle sue due tragedie, anch'esse di argomento storico: il genere della tragedia, al quale si rivolge, è fonte di grande interesse da parte dei letterati in epoca romantica, soprattutto perché in quest’epoca avviene la riscoperta di Shakespeare in quanto autore fondamentale. Manzoni passa quindi attraverso il teatro di storia per giungere poi al romanzo.

Inizia a scrivere I promessi sposi intorno agli anni Venti; la prima redazione, dal titolo Fermo e Lucia, sarà conclusa nel 1823 e mai pubblicata.

Tra il 1815 e il 1820, si era sviluppato il movimento romantico in Italia e ci fu una grandissima discussione sul genere del romanzo nella rivista del Romanticismo italiano, chiamata Il Conciliatore. I romantici sono così interessati al romanzo perché uno degli autori europei del Romanticismo, August Wilhelm Schlegel, aveva scritto il saggio Corso di letteratura drammatica, nel quale sosteneva che il genere del Romanticismo fosse il romanzo, e che soltanto il romanzo fosse in grado di rappresentare la ricchezza della vita umana in tutte le sue sfaccettature.

Il saggio è (come suggerisce il titolo) in gran parte dedicato al teatro ma affronta molto anche il problema del romanzo; in esso, che è il risultato delle lezioni tenute a Vienna da Schlegel all'inizio dell'Ottocento e che viene considerato “La Bibbia del Romanticismo europeo” – con cui i romantici italiani si confrontano – egli diceva che il genere del Romanticismo è il romanzo, l'unico capace di rappresentare la varietà dell'esistenza, nel suo accostamento di alto e di basso. In questo ultimo concetto è ben percepibile la lezione di Shakespeare: nel suo teatro infatti, alto e basso si mescolano, personaggi umili e personaggi elevati si incrociano, come fanno anche gli stili; il teatro di Shakespeare è un teatro molto ibrido e mescolato, e questa mescolanza sta all'origine della poetica del Romanticismo così come la recepiscono i romantici italiani.

La ricezione del testo e il problema della traduzione

Gli studi sulla ricezione del testo sono diventati, negli ultimi anni, molto importanti: il problema della mediazione – cioè di come i testi arrivano in una determinata epoca o a un determinato autore – una volta messo in secondo piano, è diventato così importante da portare alla nascita di studi dedicati, per esempio, alla traduttologia e alla mediazione costituita dalle traduzioni e dalle riscritture degli autori.

Il tedesco Schlegel e ciò che egli scrisse arrivarono ai romantici italiani attraverso la mediazione francese, come avveniva spesso in tutto il Settecento e in gran parte dell'Ottocento: il testo di Schlegel venne cioè conosciuto attraverso una prima traduzione francese del 1814, che gli italiani tradussero a loro volta scrivendo una seconda traduzione, italiana. Questo perché il tedesco lo conoscevano in pochi: era una lingua, come l'inglese, con la quale i letterati italiani avevano poca dimestichezza (salvo casi precisi), mentre il francese lo conoscevano e lo parlavano tutti, perché era come l’inglese ai giorni nostri o come il latino per tutto il Settecento e Ottocento, cioè la lingua della cultura.

Quasi tutte le opere tedesche e inglesi, infatti, durante il Settecento e l’Ottocento, vengono mediate attraverso le traduzioni francesi: è importante sapere che gli autori italiani non si confrontano con i testi tedeschi e inglesi originali, ma con le loro traduzioni, spesso infedeli o contenenti aggiunte e commenti dei traduttori, che trasformavano in maniera anche molto evidente la fisionomia del testo.

Quello di “fedeltà della traduzione” è infatti un concetto moderno, che all’epoca non esisteva: una volta il traduttore modificava il testo a seconda delle proprie esigenze e quelle del pubblico, non solo censurando e/o aggiungendo, ma anche usando il testo come occasione per inserire egli stesso delle note o commenti personali; le traduzioni potevano essere infatti molto libere, dipendeva da chi traduceva.

Fra il testo originale e la traduzione c’erano spesso, dunque, uno scarto molto grande e delle grandi differenze di cui bisogna tener conto. Non a caso, recentemente, è stata coniata da due germanisti una collana di studi, chiamata “Letteratura tradotta”, che evidenzia il concetto secondo cui il testo tradotto non è l’originale, è qualcos’altro, e va studiato in quanto qualcos’altro, in quanto prodotto di un’operazione che non è semplicemente “trasportare” un testo da una lingua all’altra, ma è il frutto di una complessa operazione.

Il Conciliatore e la nuova letteratura

I romantici italiani del Conciliatore conoscevano dunque Schlegel e la letteratura tedesca (Schiller, Goethe…) attraverso le traduzioni francesi ed è attraverso queste traduzioni che si sviluppa, all’interno della rivista, un dibattito molto intenso sulla “Nuova letteratura”.

Il Conciliatore, organo del Romanticismo italiano, nasce nel 1818 e viene chiuso nel 1819 dalla censura austriaca, nell’occhio della quale era entrato fin da subito. Gli scrittori del Conciliatore erano tutti scrittori intellettuali ed erano tutti patrioti, impegnati nella causa del Risorgimento, tant'è che nel 1824 avvenne il famoso processo a Federico Confalonieri, che distrusse la compagine della rivista perché gli intellettuali che vi collaborarono vennero in parte perseguitati, in parte incarcerati, altri mandati in esilio.

I conciliatoristi non volevano soltanto dibattere sul problema della letteratura moderna, cioè romantica, ma volevano anche provare loro stessi a scrivere nel nuovo genere del romanzo, e lo fecero pubblicando sulla rivista una serie di romanzi a puntate. Il Conciliatore si proponeva sostanzialmente di svecchiare la tradizione italiana, promuovendo una forma di realismo (contro cui reagirà Leopardi nelle Operette morali, che sono una sorta di risposta polemica al modello del romanzo e del realismo proposto dai romantici), per la quale la letteratura dovrebbe confrontarsi con i problemi reali, e quindi con la storia.

Il tipo di romanzo maggiormente elogiato nel Conciliatore è infatti il romanzo storico e, accanto ad esso, il romanzo umoristico, perché l’ironia era la forma del discorso privilegiata dai romantici, in quanto essa produceva una visione diversa del mondo, antitetica a quella tradizionale e presente fino a quel momento in letteratura.

La polemica dei romantici (Schlegel in primo luogo) e dei lettori italiani era rivolta soprattutto al classicismo e alla sua sostanza, cioè alla mitologia, il grande repertorio dei miti antichi che narravano del lontano mondo della classicità pagana, e che non avevano a che fare con la contemporaneità (altro punto su cui reagirà Leopardi), con il mondo reale e con la storia che tanto stavano a cuore ai romantici. L'immaginario dei poeti della classicità era inoltre molto lontano da quello dei romantici, che hanno perso la spontaneità, l’immediatezza e il senso di comunione con la natura tipici dei poeti antichi; tutto ciò era stato sostituito dalla riflessione.

Schlegel disse infatti che i romantici avevano acquistato una visione del mondo soprattutto riflessiva, tipica delle epoche moderne e che, nonostante si potesse provare un senso di nostalgia nei confronti delle epoche antiche (quello che provava Leopardi), non si poteva più pensare di vivere e scrivere come facevano allora; chi lo faceva chiudeva gli occhi dinanzi al proprio tempo.

Il genere che quindi rappresenta di più la modernità è, per i romantici, il romanzo, e in particolare il romanzo storico, che dà voce al soggetto nella storia; viene considerato con attenzione il modello inglese di Scott (sul quale Manzoni aveva delle riserve).

Dunque, sostanzialmente, l’idea dei romantici era che sia la tragedia che il romanzo dovevano in qualche modo ispirarsi alla storia e tutta questa polemica sta alle spalle di Manzoni quando decide di scrivere un romanzo, genere che poteva rispondere alle domande della modernità.

Manzoni e le sue esigenze personali

Manzoni però – oltre a rispondere alle domande che l’epoca in cui viveva poneva agli scrittori – aveva anche delle esigenze personali, delle domande proprie alle quali cercava di rispondere.

I promessi sposi infatti, che sono un romanzo storico ambientato nel Seicento lombardo e in particolare negli anni della peste a Milano, nascono e si sviluppano a partire da un fatto storico, un caso giudiziario, che è il processo milanese agli untori del 1630. Ciò è testimoniato da una lettera di Ermes Visconti, amico di Manzoni e uno dei teorici più importanti del Conciliatore (insieme a Ludovico di Breme, Silvio Pellico e Giovanni Berchet, scrittore della Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo).

Visconti assiste alla genesi del romanzo e alla sua scrittura, tant'è vero che Manzoni inserisce delle postille, sul manoscritto del romanzo, riguardanti i giudizi dell’amico su alcuni passi, tra cui quello sulla monaca di Monza; Visconti era infatti una figura autorevolissima ed era considerato l'ideologo, cioè il teorico del Conciliatore. Ha inoltre scritto un trattato di estetica romantica dal titolo I saggi sul bello, la poesia e lo stile.

Manzoni aveva forti rapporti con la Francia in cui, dal 1810 in poi, fa lunghi soggiorni durante i quali stringe rapporti molto stretti con gli intellettuali francesi. La cultura di Manzoni è infatti una cultura estremamente all'avanguardia: a Parigi egli tocca con mano la riflessione post illuministica degli intellettuali francesi con cui, anche tornato in Italia, continua ad avere rapporti epistolari; tra questi vi era Claude Fauriel, anche lui un romantico che si occupava di rinnovare la letteratura.

Nella lettera, datata all’aprile del 1821 e indirizzata all’intellettuale francese Victor Cousin, Visconti dice che “Alessandro ha cominciato a dipingere il quadro della Milano del 1630: le passioni, l'anarchia, i tumulti, le follie e l'assurdità di quei tempi. Una peste che ha devastato la Lombardia proprio in quegli anni, qualche interessantissimo episodio della vita del cardinale Borromeo, fondatore della nostra biblioteca ambrosiana, e il celebre processo chiamato da noi della colonna infame, capolavoro di prepotenza, superstizione e idiozia che forniranno i fatti reali su cui costruire la fabula del romanzo”. Visconti dice chiaramente che Manzoni costruisce la fabula del romanzo, cioè l'intreccio, a partire da “quel capolavoro di prepotenza, superstizione e idiozia che è la colonna infame”.

Seppur spesso citata dagli studiosi, la lettera è stata portata all’attenzione di un più vasto pubblico solo recentemente, grazie anche a un saggio di Giulia Raboni, insegnante all’Università di Parma e filologa che collabora all’edizione nazionale di Manzoni, intitolato Storia della Colonna infame e riferito all’ultima parte del romanzo manzoniano. Il primo paragrafo del saggio si chiama La genesi del testo e rende noto, attraverso proprio il recupero della lettera di Visconti, come Manzoni abbia avuto l’idea di scrivere I promessi sposi dopo aver conosciuto il caso giudiziario degli untori.

Il pubblico di Manzoni

Accanto alle idee di ricezione e di contesto storico bisogna affiancare anche l’idea di pubblico: i lettori del romanzo manzoniano – che ebbe subito un grandissimo successo – sono lettori borghesi, suoi pari. Fino alla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento il 97% della popolazione italiana era infatti analfabeta e solo il 3% leggeva; per tutto l’Ottocento, quindi, il pubblico a cui si rivolgevano gli autori era un pubblico borghese, la cui classe sociale e preparazione culturale coincidevano con quelle della figura dell’autore. Solo nel Novecento, grazie proprio all’alfabetizzazione di massa, si avrà una letteratura che coinvolge un pubblico più ampio. Il pubblico borghese di Manzoni però, per quanto colto, non è detto dovesse sentirsi particolarmente attratto e gratificato dalla visione del Seicento lombardo, dalla dominazione spagnola, dalla peste e dalla carestia.

Il caso degli untori e Pietro Verri

Il caso degli untori fu un caso giudiziario riesumato da Pietro Verri, uno dei fondatori della rivista Il caffè, organo dell’Illuminismo italiano che durò il biennio dal 1764 al 1766 e venne poi soppresso dalla censura. Il Caffè aveva un forte rapporto di continuità con Il Conciliatore: parte dei discorsi degli illuministi vennero infatti ripresi dai romantici. Tra questi discorsi c’era proprio la battaglia per lo svecchiamento della cultura, insieme a quella per un linguaggio il più possibile chiaro e in grado di educare i lettori attraverso conoscenze nuove; le due riviste sono esperienze simili, che a distanza di tempo si richiamano.

Anche Manzoni è un autore in continuità con l’Illuminismo: egli cresce dentro all’ambiente illuminista da cui è fortemente influenzato e nel quale si ritrova completamente inserito fino alla conversione, che innesterà in lui una matrice di tipo religioso su quella illuminista; la conversione lo porterà cioè a vedere sotto una luce diversa il pensiero che aveva coltivato fino a quel momento.

Pietro Verri è anche uno dei cosiddetti “riformatori lombardi” insieme a Cesare Beccaria, nonno materno di Manzoni e autore Dei delitti e delle pene, rivoluzionaria opera del 1764 che attirò l’attenzione sull’Illuminismo italiano da parte addirittura dei francesi dell’Encyclopédie, che ne furono così attratti da voler tradurla. Nel libro, Beccaria scrive sostanzialmente contro la pena di morte e, soprattutto, contro la tortura, dimostrando attraverso strumenti di natura giuridica e filosofica, la loro ingiustizia e inutilità: nel momento in cui si ricorre alla tortura per estorcere la verità a qualcuno, un colpevole con più resistenza al dolore non confessa e un innocente con meno resistenza al dolore ammette pur di farlo cessare.

Il testo ricopre Beccaria di fama a livello internazionale, tanto da essere invitato a Parigi insieme ad Alessandro Verri, fratello di Pietro, per conoscere gli illuministi francesi, discutere con loro l’opera e iniziarne la traduzione. Le idee e l'impianto Dei delitti e delle pene devono molto a Pietro Verri, che svolge un lavoro a quattro mani con Cesare Beccaria, nonostante sia comunque quest’ultimo l’estensore del volume; ciò è stato dimostrato sia dalla filologia che ha lavorato sul testo, sia dagli editori dello stesso Beccaria.

Pietro Verri, dopo avere appunto collaborato all'impianto del volume di Beccaria, continua a occuparsi dei problemi trattati in esso e nel 1777 scrive un altro libro, dal titolo Osservazioni sulla tortura, che non pubblica ma lascia inedito, e che viene pubblicato solo postumo nel 1802 da Pietro Custodi, intellettuale milanese che aveva scritto Una vita di Pietro Verri. È proprio attraverso Osservazioni sulla tortura che Manzoni viene a conoscenza del caso degli untori.

Verri, infatti, che come Beccaria era molto interessato a questioni di natura giuridica e criminale, si era imbattuto nel processo agli untori del 1630, che aveva visto protagonisti il barbiere Giangiacomo Mora e il commissario di sanità (figura che si occupava di gestire a livelli bassi l'epidemia di peste) Guglielmo Piazza. I due furono arrestati a Milano nel 1630, per venire poi torturati e uccisi in quanto untori, accusati cioè di avere propagato la peste attraverso le cosiddette “unzioni venefiche”, andando cioè in giro a ungere le porte delle case con uno speciale intruglio venefico che avrebbe fabbricato Mora nella sua bottega: i barbieri dell’epoca, infatti, si occupavano anche di curare malattie minori, come quelle della pelle, e ciò spiegherebbe la presenza di unguenti della bottega di Mora. Dunque, sulla base di questo fatto spiegabilissimo alla ragione, i due furono presi come capro espiatorio della pestilenza e additati come untori. Quello delle unzioni venefiche è un argomento di cui Manzoni parla molto ne I promessi sposi, accanto al tema del pregiudizio nato dalla superstizione, perché è risaputo che la peste si propaghi in realtà per contagio e la scienza dell’epoca lo aveva già stabilito; a un certo punto, però, per tante ragioni accomodò trovare un capro espiatorio.

Piazza fu arrestato dopo essere stato visto, in una giornata di pioggia, strisciare lungo il muro; anche questo, dice Verri, era un fatto del tutto spiegabile (se piove ci si accosta al muro per non bagnarsi) ma una donna che dalla finestra lo vide camminare rasente al muro ne infierì, sulla base del pregiudizio che lui fosse una delle persone che ungevano le porte. Dopo l’arresto, sotto tortura, Piazza chiama in causa Mora, coinvolgendo lui e via via una serie di altre persone (a un certo punto anche un nobile, che però la scampa proprio in quanto nobile); i due vengono torturati, uccisi squartati e le loro case abbattute.

Nel luogo delle case venne piantata una colonna, che riportava un'iscrizione che additava ai posteri i due uomini come “gli infami che hanno propagato la peste nel milanese nel 1630”. La colonna infame, che rappresenta la versione della storia ufficiale, rimase in piedi per moltissimo tempo; venne abbattuta alla fine del Settecento ma la storia ufficiale continuò a ripetere la versione che riteneva Piazza e Mora i propagatori della peste.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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