Antropologia culturale
Genealogie
Archeologie del sapere antropologico
Una nuova unità discorsiva
Antropologia, dal greco discorso sull’uomo, è una scienza molto vasta e difficilmente classificabile che sembra connettersi con un ventaglio molto vasto di materie. Centrale per l’antropologia è il concetto di cultura. Per l’antropologia il concetto di cultura va ben oltre il significato utilizzato solitamente, ovvero quel processo di acquisizione individuale di modi, linguaggi e conoscenze (educazione). L’antropologia può essere divisa tra culturale e fisica ma entrambi i rami cercano di spiegare la diversità umana. La differenza è che l'Antropologia Fisica si fonda sulla natura e sulle scienze naturali e sul presupposto che la differenza tra i vari gruppi umani sia innata, l’antropologia culturale si fonda sulle conoscenze storico-sociali e sul presupposto che la differenza tra gruppi sia acquisita.
La razza
Per molto tempo la differenza tra i gruppi umani si è fondata sul concetto di razza. È stato Linneo nel XVIII secolo ad utilizzare questo termine, fino ad allora usato per le categorie animali, per spiegare le differenze tra gruppi umani. È una classificazione che si basa unicamente sul colore della pelle ma con il tempo alle caratteristiche fisiche sono stati associati tratti mentali e morali. Fu Gobineau (considerato il padre del razzismo) ad associare tratti morali e mentali ai tratti fisici, alimentando così stereotipi e razzismo. Attualmente il termine razza è screditato. Le differenze tra vari gruppi diversi sono basate solo su tratti esteriori. Al più si può parlare di una distribuzione di geni: ogni popolazione contiene i geni di tutta l’umanità e ciò che cambia è solo la frequenza con cui questi geni si manifestano.
L’origine
La nascita dell’antropologia può essere associata alle grandi scoperte che scossero il mondo nel 1400. La scoperta dell’America (1492) pone la fine della visione monocentrica del mondo e segna il passaggio all’era moderna. In questo periodo partono le prime riflessioni sull’altro come qualcuno diverso da noi e ciò comporterà due conseguenze: da una parte si destrutturerà il solido pensiero occidentale, dall’altra parte proprio grazie al nostro sguardo sull’altro ci sarà l’autorappresentazione delle culture occidentali come qualcosa di superiore rispetto agli altri popoli del pianeta. Ci vorranno circa tre secoli perché l’antropologia possa divenire una disciplina e nel frattempo il mondo cambierà radicalmente.
Approssimazioni successive
Ci sono due movimenti che caratterizzano l’antropologia nei primi secoli dopo la scoperta dell’America. Il primo è caratterizzato dalla scoperta dell’altro e dalla messa in discussione dell’altro, e si fonda su scritti provenienti da luoghi lontani, da resoconti di viaggiatori, missionari, funzionari di governo ecc. In questa fase gli altri vengono analizzati all’interno delle proprie categorie europee che ne neutralizzano le differenze. Il secondo movimento è caratterizzato da un distaccamento dal proprio mondo, una sorta di primitivo relativismo ed è un’analisi che non si svolge più in loco ma in Europa ed è portata avanti da filosofi, moralisti e intellettuali del tempo.
La scoperta dell’Altro
Il 12 Ottobre 1492 segna un punto di svolta per la storia dell’umanità. Con la scoperta dell’America l’uomo europeo smette di pensare il mondo come circoscritto all’Europa e a parte dell’Asia. I primi che si recano in America fanno parte di diverse categorie umane: abbiamo mercenari, funzionari di stato, esploratori e missionari. Ma tutti sono pervasi da questo senso di estraneità profonda che rende difficile scrivere dei resoconti accurati perché è difficile cercare di comunicare il proprio stupore a chi non lo ha visto con i propri occhi.
L’invenzione dell’Altro
Il termine Altro è una prassi discorsiva con il quale ci si riferisce a quelle popolazioni che si sono sviluppate al di fuori dei confini del vecchio mondo. Le prime riflessioni sull’altro sono piene di Eurocentrismo, ovvero la tendenza ad esaminare e percepire l’altro in base alle nostre categorie morali e ai nostri parametri di giudizio. Il nostro sapere non è oggettivo ma parte dall’incontro con l’altro ed è fondato su una relazione asimmetrica perché costruito all’interno di pratiche di dominio e assoggettamento. Colombo parte da una considerazione assiologica sull’altro, partendo da semplici categorie per descrivere il nuovo mondo (è bello/brutto ecc). L’impossibilità di descrivere l’altro così come lo vede lui lo porterà a riferirsi a categorie per lui note come la Bibbia, l’antichità greco-romana e l’Egitto antico.
La conquista e il genocidio
Con i conquistadores si passa dall’assiologia alla prasseologia, ovvero uno studio sull’altro motivato da fini pratici. I conquistadores devono conoscere l’altro per poterlo conquistare. La vittoria degli spagnoli sugli indigeni è da giustificare con l’abilità degli spagnoli a capire e comprendere le pratiche indigene. Inizia così uno dei più atroci genocidi della storia, la popolazione dell’America da 80 milioni scende a 10. Gli europei riportano al vecchio continente la conoscenza del nuovo mondo, insieme a manufatti e prodotti naturali (come la patata e il mais). Le prime informazioni sul nuovo mondo sono di due tipi: da una parte i conquistadores e dall’altra i pochi che prendono le difese degli indiani, come Bartolomé de Las Casas, un missionario domenicano che criticò aspramente i soprusi dei conquistadores spagnoli, scrivendo che non c’era nulla nella cultura e nelle tradizioni degli indiani che li contraddistinguevano come esseri inferiori.
Le missioni
Un fine prasseologico era anche quello che muoveva i missionari che dal 1500 iniziarono a partire per il nuovo mondo con lo scopo di evangelizzare gli indiani. I primi a partire furono francescani e domenicani, seguirono poi i gesuiti. Molti di loro rivedevano nell’evangelizzazione dell’America le crociate contro gli infedeli e in questo modo giustificavano il loro atteggiamento aggressivo verso le popolazioni autoctone del nuovo continente. L’evangelizzazione è stata una violenta forma di acculturazione con la quale la cultura europea fu progressivamente importata in America, portando un conseguente etnocidio (distruzione della cultura locale). Questo processo di acculturazione portò a due risultati: la deculturazione perché imponendo il cristianesimo si perderà la tradizione indigena e d’altra parte si verranno a creare diversi sincretismi religiosi pagano-cristiani perché da una parte l’opera di evangelizzazione rimarrà incompleta e perché d’altra parte i nativi cercheranno di resistere e conservare alcune delle loro pratiche.
Il selvaggio nella coscienza europea
Dispute teologiche
Dal 1500 l’Europa ha iniziato a chiedersi come inserire il selvaggio americano all’interno delle proprie strutture di valori, morali e sociali. Qui si passa dalla prasseologia alla epistemologia dove il confronto con l’Altro ha il fine della conoscenza. Lo scopo era quello di inserirli nel proprio sistema di valori e credenze dell’Europa Cristiana. Anche il loro status di esseri umani deriverà dall’epistemologia. Sarà il Papa Paolo III ad attestare in un’enciclica l’appartenenza degli indiani al genere umano. La visione del selvaggio per l’Europa si polarizzerà su due facce: la tesi degenerazionista che vede nel selvaggio l’esempio dell’umanità degradata e degenerata dopo esser stata cacciata dal paradiso terrestre e la tesi romantica che vede nel selvaggio il prototipo di un’umanità ideale, come la realizzazione storica del mito del Paradiso terrestre. Dal punto di vista teologico si aprì un dibattito sul destino della loro anima dopo la morte, essendo uomini nati e cresciuti al di fuori della grazia di Dio. Proprio grazie ad un agire etnocentrico (rapportando i selvaggi agli antichi greci, anch’essi al di fuori della grazia divina) darà loro uno statuto di umanità e di uguaglianza dal punto di vista teologico.
Montaigne
Dopo la teologia anche la filosofia si interessò ai selvaggi americani. Il primo tra tutti i filosofi a parlarne fu Michel de Montaigne che scriverà di loro criticando aspramente la violenza della conquista spagnola. In quei tempi si era diffusa una percezione inquietante della mutevolezza del mondo, risultata dai grandi capovolgimenti che segnano il 1500 come la rivoluzione copernicana, la fine del pensiero aristotelico fondato sulla metafisica per un sapere più scientifico, la fine della centralità dell’uomo nel suo stesso pianeta. Tutto ciò mette fine alla concezione antropo-centrica e metterà in discussione quei valori e principi ritenuti universali ed eterni fino alla scoperta dei selvaggi americani. Di fronte a tante incertezze Montaigne baserà il suo lavoro sul Dubbio. Dubitare di tutto, anche della propria conoscenza e della ragione che non è più basata su principi morali ma sulle consuetudini. Per Montaigne non esistono più principi universali ma ogni società ha delle consuetudini che sono legittimate da delle leggi presenti in quel dato stato. Quello di Montaigne è un principio di relativismo culturale ovvero quella tendenza a considerare ogni cultura come una realtà a sé stante da comprendere e giudicare partendo dai parametri di quella stessa società.
Un doppio registro
Con Montaigne nasce il mito del "buon selvaggio". Non sono più ritenuti esseri inferiori ma una società incontaminata che si basa su consuetudini diverse ma non peggiori di quelle occidentali. È il risultato più significativo della scoperta dell’altro: la messa in discussione dei propri valori e delle proprie strutture morali. Egli si muove su un doppio registro: da una parte la natura, come principio unitario dell’uomo e dall’altra la consuetudine. La sua ottica puramente relativista dice che ogni consuetudine da fuori sembra aberrante. Qui si concentra sulla critica all’intolleranza europea alle abitudini degli altri.
Lo stato di natura: Rousseau
Figura molto importante per l’antropologia, ritenuto il padre dell’antropologia culturale, Rousseau parte dalla stessa concezione di "effetto di ritorno" di Montaigne sull’interrogarsi sull’altro che porta inevitabilmente ad interrogarsi su sé stessi. Ma Rousseau si basa su due concetti fondamentali: l’opposizione tra natura e cultura, definizione dell’oggetto dell’antropologia, e la separazione dall’oggetto della filosofia. Per opposizione tra natura e cultura Rousseau intende che la disuguaglianza è nata con la società umana. L’uguaglianza fa parte della natura. Gli uomini nascono uguali, è la società a dividerli. Nel suo libro “Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini” riscrive la storia dell’uomo partendo da questo ipotetico stato di natura primordiale, dove gli uomini vivevano in pace tra loro. È stata la proprietà privata a portare disuguaglianza nella società e a separare l’uomo dalla natura. Da notare come la nascita della moderna teoria politica, di cui Rousseau ne è autore, deve la propria esistenza al confronto che l’uomo europeo fa con l’altro.
La vocazione universalistica dell’antropologia
A differenza di Montaigne, Rousseau non vede le consuetudini come qualcosa di positivo. Anzi, per Rousseau le consuetudini sono il nido dell’arretratezza umana. Non ci sono morali locali, la morale per lui è universale, e sono valide per tutti gli esseri umani. Rousseau è il padre fondatore dell’antropologia culturale e divide anche l’oggetto di studio dell’antropologia da quello della filosofia, distinguendo tra studio dell’uomo e studio degli uomini. Per Rousseau il sapere antropologico ha una doppia vocazione: da una parte studia la peculiarità della cultura di una data società, dall’altra riconosce anche il valore universale su cui ogni società si basa.
Dal selvaggio al primitivo
Dal 1600 in poi, con il culmine nel 1700 e nell’illuminismo si passerà dal termine selvaggio a primitivo. Questo cambiamento nasce dalla diversa ottica con cui ora si guarda all’Altro. Non più un selvaggio senza società, appartenente ad uno stato di natura: il primitivo nasce all’interno di una società di cui ne rispetta regole e valori.
Potere e sapere
Cosa ha portato al cambiamento da selvaggio a primitivo? La risposta sta nell’evoluzionismo britannico che ha visto nella nozione di primitivo il punto di partenza della storia dell’uomo che, attraverso stadi successivi, arriva al suo punto più alto di evoluzione nella società moderna. In questo modo si giustifica la colonizzazione e l’espansione delle potenze coloniali europee, compreso quella britannica. Ma l’evoluzionismo è un concetto ben più profondo.
Darwin o Spencer?
Darwin è sicuramente il più importante cardine dell’evoluzionismo, ma non il solo. Geologi e archeologi suoi contemporanei hanno creato la nozione di sviluppo dell’umanità attraverso degli stadi, andando ben oltre le brevi spiegazioni delle Sacre Scritture, che generò un aspro scontro tra creazionisti e evoluzionisti che terminò grazie a Darwin e il suo "Origini della specie" sulla teoria della selezione naturale, che affermava, basandosi su dati, che gli esseri viventi si stabilizzano o mutuano in base alla sopravvivenza del più adatto, ovvero la capacità degli individui di adattarsi ai cambiamenti dell’habitat naturale. Simile ma non uguale a Darwin troviamo Spencer che negli stessi anni scriveva la sua personale teoria dell’evoluzione della specie. Per lui l’evoluzione consisteva nel passaggio da "uno stato di omogeneità indefinita e incoerente ad un’eterogeneità definita e coerente", ovvero l’evoluzione vista come qualcosa di progressivo verso qualcosa di sempre più complesso. Saranno le scoperte di Lamarck a dividere Darwin da Spencer. Lamarck pubblicherà la sua teoria della perfettibilità, che si sviluppano da quelle più semplici alle più complesse. Mentre per Darwin l’evoluzione diventerà una teoria scientifica fondata su dati e studi portati avanti in un giro intorno al mondo, per Spencer l’evoluzione sarà il perno per una filosofia della storia che si fonda sull’idea di progresso.
Teologie e discontinuità
Per Spencer quindi ogni società si muove in un senso lineare e predeterminato di fasi. Sono tre le fasi di sviluppo (primitivo, barbaro, civilizzato) che ogni società attraversa in uno schema chiuso e lineare. Per Darwin non è così, lo schema in questo caso è aperto e l’evoluzione non segue un piano prestabilito. Darwin sostiene infatti che l’evoluzione dell’individuo viene dal cambiamento dell’habitat intorno a lui. Ma i cambiamenti dell’ambiente sono imprevedibili e per questo la storia dell’evoluzione non può essere lineare.
Itinerari
La fase concreta
Civilisation e Kultur
È nel XIX secolo che la parola "Cultura" assume un significato collettivo e non più individuale riferito al singolo individuo. Non è più riferito allo sviluppo intellettuale del singolo ma al sapere collettivo di una comunità. In questo modo si avvicina molto al termine civiltà. In realtà i due termini hanno significati molto diversi. Con Civilisation si intende un processo di portata universale sviluppatosi in Francia durante l’Illuminismo che rimanda ad un processo condiviso che annulla le differenze tra popoli per accentuare ciò che è comune in tutti gli esseri umani. Con il termine Kultur, sviluppatosi in Germania nel XIX secolo, ci si riferisce ad un insieme chiuso ed impermeabile che valorizza l’attaccamento tra uomo e nazione e che quindi evidenzia le differenze nazionali e le peculiarità della comunità singola.
Alerità interne
I due termini precedenti rimandano a due diverse visioni del mondo: da un lato abbiamo l’Illuminismo che ripudia l’idea di nazione e il nazionalismo, visto come ignoranza e fanatismo, il Romanticismo vede nella cultura il fondamento del popolo. È stata usata dagli Stati Nazione per implementare l’idea di patria, per aumentare il nazionalismo. A questo ha contribuito anche la creazione di una nuova disciplina: il folklore. Questo rimanda a tutto quell’insieme di tradizioni antiche di un popolo che risvegliano i ricordi della comunità e porta ad un maggiore attaccamento alle proprie antiche tradizioni, da salvaguardare. Con il folklore ci fu una riscoperta di quei valori e di quelle tradizioni ormai dimenticate.
Poeti e filosofi
I primi esploratori del "primitivo di casa nostra" sono stati poeti e filosofi tedeschi...
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