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Antropologia culturale

Il concetto di antropocene

Questo filmato si chiama antropocene, ed è un concetto che ha a che fare con la realtà che ci troviamo a vivere oggi. Una realtà che per noi è iniziata un anno fa, ma che da un punto di vista più largo e più scientifico ha un punto di inizio più generale, che ha a che fare con la categoria di antropocene.

Antropocene = termine che diversi studiosi hanno proposto più di 20 anni fa per designare una nuova epoca geologica, l’epoca in cui il segno della presenza umana sul mondo è la causa principale di trasformazioni dell’ambiente naturale e fisico. La presenza umana produce dei cambiamenti che sono irreversibili in alcuni casi o reversibili ma dopo decine di anni, o irreversibili ma in senso distruttivo.

La precedente epoca geologica inizia poco più di 11.000 anni fa perché, attraverso una serie di segni sull’ambiente, i geologi sono in grado di dirci che in quel momento della storia cessano gli effetti delle ultime glaciazioni su tutto il pianeta. Si innestano quindi dei successivi cambiamenti dal punto di vista sia del numero che della tipologia degli animali sulla terra, e questo porta dei cambiamenti per il popolamento umano. Gli storici, infatti, posizionano l’inizio delle attività agricole intorno a 10.000 anni fa.

Con l’antropocene ci troviamo quindi all’interno di un cambiamento enorme, e dentro questo cambiamento deve essere pensata la situazione concreta e microscopica che noi stiamo vivendo. Ad oggi sappiamo che la malattia Covid-19 arriva agli esseri umani tramite un salto di specie, da alcuni animali che sono quasi sicuramente dei pipistrelli, e arrivano fino agli uomini; ma il fatto che l’uomo entri sempre più spesso in contatto con questa tipologia di animali è uno degli esempi classici delle trasformazioni prodotte dall’antropocene.

La caratteristica di questo momento storico è la pressione costante delle società umane sugli ambienti cosiddetti naturali, cioè l’idea che l’uomo entri sempre più a fondo in aree del pianeta dove prima non entrava, entrando in contatto con forme di vita con cui prima non entrava in contatto. Tutto questo è alla base di tutte le recenti epidemie che ci sono state, tra cui quella in cui ci troviamo ora.

Un altro elemento è quello legato alla particolare forma di presenza delle società umane nel mondo, perché a partire da alcuni decenni, in particolare dalla Seconda guerra mondiale in avanti, assistiamo a un balzo in avanti della popolazione prodotto principalmente ma non solo dalla capacità tecnica di produrre il cibo e di sfruttare l’ambiente in maniera industriale, garantendo cibo a quantità sempre maggiori alle persone (con tutte le disparità nella distribuzione). Altro elemento importante è la concentrazione della popolazione umana dentro scenari urbani.

Aumenta la popolazione, aumenta la concentrazione della popolazione e nell’ottica della diffusione del virus questa è una situazione ideale: le possibilità di contatto e di infezione, infatti, aumentano a dismisura.

È importante iniziare da qui per due motivi: per dare senso all’esperienza che stiamo vivendo e perché lo sguardo su fenomeni di portata così ampia, lo sguardo sulla cornice, è una delle caratteristiche dello sguardo e della ricerca antropologico. L'antropologia si caratterizza perché è uno sguardo strabico, che va in due direzioni opposte e che cerca di tenere insieme queste due direzioni. Nel manuale di Chilani, questo strabismo viene presentato con i termini “globale” e “locale”: l’attenzione dei fenomeni su scala globale mentre ci sono una serie di fenomeni su scala locale.

Con l’antropocene succede la stessa cosa: noi viviamo una condizione microscopica e locale nuova, di cambiamento, che per essere capita deve essere osservata nelle sue regolarità, in ciò che comporta in termini sociali. E bisogna analizzare come stanno questi cambiamenti dentro un cambiamento globale, dentro la cornice. Questo fenomeno è la cornice dentro cui si organizzano le nostre vite quotidiane.

Se pensiamo ai cambiamenti che ci sono stati da un anno a questa parte, si tratta di cambiamenti enormi. Il tema della presenza e distanza ha a che fare con la possibilità di entrare in relazione con gli altri, o con il modo e la qualità con cui si entra in relazione con gli altri. La distanza è anche una maggiore difficoltà, è la necessità di cercare nuovi strumenti per capire come sta andando la relazione con gli altri, poiché non si ha più il linguaggio del corpo: bisogna quindi inventare una maniera diversa per le relazioni.

Altro cambiamento, ad esempio, è il fatto che l’intimità fisica e la possibilità di contatto ha assunto un significato completamente nuovo: essa può diventare ancora di più un desiderio, ma allo stesso tempo la vicinanza fisica diventa anche un elemento di paura. La paura è diventata un tratto essenziale della nostra quotidianità. Insieme a questa paura vi è anche la paura della morte, per se stessi ma anche per gli altri.

Il nostro scenario di relazioni standard non c’è più: non c’è più il palcoscenico delle relazioni in cui noi ci proiettavamo e da cui avevamo in qualche modo indietro un ritorno di conferma o sconferma dell’identità. Da qui in poi, le soluzioni possono essere diverse.

Tre concetti da approfondire

  • Esigenza di contestualizzare: considerare il concetto di “antropocene” come una grande cornice che definisce in qualche modo la situazione contemporanea
  • Dentro cui si guardano dei fenomeni concreti (“la microfisica del quotidiano”)
  • Significato soggettivo, non soggettivo intimo ma che riguarda me come membro della società

Sono tre livelli da tenere in considerazione e di cui lo sguardo antropologico e di tutte le scienze sociali si occupa.

[video: Fa la cosa giusta], tratto dal film di un regista, Spike Lee, una delle persone che appare nel filmato. Si tratta di un video perfetto per dire due cose sul corso: dentro il corso ci si occupa del razzismo, che è una maniera peculiare per affrontare quello che è l’oggetto principale di interesse dell’antropologia. Tendenzialmente, l’antropologia si occupa delle differenze culturali, e nell’occuparsi delle differenze culturali l’antropologia si occupa anche delle identità. L’antropologia, quindi, è quella disciplina scientifica che guarda come sono fatti gli altri, e che nel mentre ragiona implicitamente su come siamo fatti noi.

Il razzismo è una maniera peculiare di guardare alle identità e alle differenze. Nel filmato ci sono delle espressioni che rimandano al razzismo: i personaggi si tirano addosso l’uno con l’altro una serie di stereotipi che diventano anche dei pregiudizi. Questo è un primo, ma non unico, livello con cui si può prendere in considerazione il razzismo: il razzismo come pensiero che definisce e fissa l’identità degli altri.

Razzismo e percezione

Il razzismo non riguarda soltanto gli stereotipi che abbiamo in testa, perché se fosse solo così allora il razzismo sarebbe un problema di percezione sbagliata, mentre in realtà il razzismo per gli antropologi è importante perché a queste percezioni si collegano almeno altri due livelli:

  • Livello legato ad un comportamento: le percezioni mie orientano il comportamento nei confronti degli altri.

Non si può ridurre il razzismo a un elemento di sbagliata cognizione, si stereotipo sbagliato sugli altri: il razzismo non è soltanto uno stereotipo perché mette insieme un’altra relazione. È uno stereotipo sugli altri che mentre dice come sono fatti gli altri, ci dice come siamo fatti noi: stereotipo che tendenzialmente dice che gli altri sono fatti peggio di come siamo fatti noi.

Non è solo una questione di percezione sbagliata, ma è una percezione che orienta la relazione che io posso avere con gli altri: dico che gli altri sono fatti in questo modo, e quindi posso pensare di me, che sono fatto in un modo diverso, che allora io sono migliore.

  • Percezioni sugli altri
  • Percezioni su di noi
  • Modalità di interazione tra noi e gli altri

In realtà, e questo permette di arrivare al terzo livello, non è soltanto una modalità di interazione tra me individuo e l’altro che mi trovo di fronte, ma è una modalità di organizzazione dell’intera società nei confronti degli altri. Il razzismo ci interessa perché tiene insieme il piano delle percezioni degli altri e di noi, il piano del comportamento soggettivo e individuale, e infine il piano del comportamento o meglio dell’organizzazione dell’intera società.

Parliamo cioè di razzismo sistemico o strutturale, modalità di descrivere e definire come sono fatti gli altri e quindi modalità di comportarsi in un certo modo nei confronti degli altri.

L’assassinio di George Floyd è uno dei più recenti episodi che può essere letto nei termini di un razzismo che si fa sistemico e strutturale, cioè che tiene insieme tutti questi tre livelli a cui abbiamo fatto riferimento:

  • Primo livello: percezione di me e degli altri
  • Secondo livello: comportamenti sociali - possibilità di comportarsi con sé e con gli altri
  • Terzo livello: comportamenti istituzionali - il fatto che questa modalità di comportamento sia stata esplicitamente o implicitamente incorporata nelle strutture della società

Il razzismo si fa strutturale nel momento in cui anche la società, nelle sue strutture, implicitamente o esplicitamente, mette in atto comportamenti del genere. Negli USA non esiste una legislazione che permette un comportamento del genere da parte di un poliziotto bianco nei confronti di un uomo di colore, tuttavia c’è il fatto che la percentuale di uomini di colore che subiscono danni o che vengono uccisi durante gli interventi delle forze dell’ordine, rispetto a qualsiasi altro gruppo sociale degli USA, è 99 a 1. Vi è quindi un fenomeno che rimanda ad un livello implicito per cui gli operatori sentono di poter trattare in un certo modo una certa parte della società rispetto ad un’altra.

Perché? Se si leggono gli atti del processo a George Floyd, si capisce il motivo: costantemente gli viene associato lo stigma della pericolosità, e quindi la necessità della precauzione. Dietro lo stigma della pericolosità c’è lo stigma della criminalità, che tecnicamente nel linguaggio della polizia è l’ethnic profiling: se una persona presenta determinate caratteristiche somatiche, allora è più facile che sia una persona che fa un certo tipo di cose.

Questa è una forma di razzismo: sto associando uno stereotipo e un pregiudizio con caratteristiche negative ad una persona, e quindi sto legittimando per me una serie di comportamenti nei suoi confronti. Questo non ha a che fare solo con una questione implicita: vi sono anche tanti casi in cui il trattamento differenziale e peggiorativo di qualcuno considerato diverso, è norma, è legge.

Un esempio è la questione di come i cittadini stranieri nel nostro paese possono ottenere un titolo che si chiama “permesso di soggiorno”: per ottenere un permesso di soggiorno, un cittadino straniero deve dimostrare una serie di cose, in particolare di avere un contratto di lavoro regolare, tra cui deve dimostrare di avere a disposizione un domicilio che sia considerato consono, cioè di avere la residenza in un posto in cui ci sia sufficiente spazio per lui per vivere, e che sia da un punto di vista igienico-sanitario corrispondente ad una serie di regolamenti.

La legge, quindi, impone un trattamento differenziale, nel senso che richiede ai cittadini stranieri di soddisfare a una serie di requisiti per ottenere la residenza, e quindi il permesso di soggiorno, che non valgono per nessun altro cittadino italiano. Se io, cittadino italiano, emigro da una casa all’altra, nessuno viene a considerare in quanti metri quadrati vivo, nessuno verifica quanti bagni ho a disposizione: questi requisiti sono invece considerati necessari per i cittadini stranieri per ottenere la residenza e poi un permesso di soggiorno.

Si può collegare questa forma ai tanti episodi di razzismo diffuso nella società, che sono quelli in cui i proprietari delle case si rifiutano di affittare ai cosiddetti “terroni” (cosa che accadeva nelle città industriali del Nord negli anni ‘50 - ‘60), e che oggi si rifiutano di affittare agli stranieri.

Due punti chiave sul razzismo

  • Noi ci occuperemo di razzismo perché il razzismo è una delle maniere in cui le società definiscono le differenze degli altri, e al contempo la nostra identità; si dovrà quindi pensare al razzismo come un fatto storico, mettendo il razzismo dentro le cornici storico, temporali e geografiche, andando a cercare il razzismo dentro la storia.
  • Le razze non esistono, ma il razzismo sì; bisogna quindi considerare il razzismo come un fatto sociale. Bisogna considerare il razzismo come un fatto sociale che tiene insieme questi tre livelli (percezione di me e degli altri, comportamento e strutture sociali formali o non formali)

Identità e differenza

Così come i singoli episodi di razzismo o il razzismo come sistema di idee va considerato come un fatto sociale, cioè come qualcosa che avviene in un certo posto e tempo, allo stesso modo la produzione di identità e di differenze è qualcosa che avviene in un certo tempo e contesto, nel momento e contesto in cui si instaura una relazione.

Non c’è identità o differenza se non nel momento in cui i soggetti e le società entrano in contatto e in relazione. Le identità e le differenze culturali e sociali sono il prodotto di contingenze storiche, geografiche, economiche, politiche. Cioè non c’è alcun riferimento oggettivo: non si può pensare all'identità come ad un dato materiale, è sbagliato oggettivare l’identità sociale e culturale, perché rischia di costruire l’identità come una materia, quando in realtà quello che noi vediamo è che le identità e le differenze si costruiscono nel momento e nella situazione in cui ci si incontra, in cui si entra in relazione.

Identità e differenze non come dato oggettuale ma come prodotto di una relazione. Le relazioni e gli incontri, però, non avvengono nel vuoto, ma in determinati contesti e momenti storici: avvengono perché i gruppi hanno o non hanno delle intenzionalità rispetto all’incontro, perché hanno delle risorse, degli strumenti. L’incontro con l’altro è un fatto storico, è inserito in un particolare momento storico e sociale.

Questo vuol dire che se noi pensiamo al contesto dell’incontro come quello che attiva e fa partire il processo di costruzione dell'identità e delle differenze, allora dobbiamo capire com’è fatto questo contesto. Identità e differenze non come oggetti, ma come prodotti dell’interazione e dell’incontro; quindi la necessità di guardare al contesto in cui ci si incontra, perché è dentro quel contesto che si producono le identità e le differenze.

[slide 5 presentazione] Si tratta di uno dei tantissimi quadri che nel Rinascimento Europeo racconta la scoperta dell’America: l’incontro tra il mondo occidentale e le società che abitavano le Americhe è stato raccontato nei termini di una scoperta (dal nostro punto di vista, l’incontro è una scoperta). Si tratta di un quadro, quindi come una rappresentazione intenzionale del mondo occidentale, quadro di come il mondo occidentale ha rappresentato questo incontro.

Qual è la rappresentazione occidentale della differenza degli altri e della nostra identità che noi vediamo nel quadro? Come è rappresentato dentro l’incontro il noi e gli altri? È una rappresentazione prodotta durante il Rinascimento Europeo, che ha l’intenzionalità di raccontare agli europei cosa è successo quando abbiamo scoperto l’America. Dentro questa cornice, possiamo trovare degli elementi espliciti della rappresentazione (come il dono, il fatto che si sta mangiando, che qualcuno mangia in piedi e seduto) o degli elementi impliciti (il significato del fatto che qualcuno mangia in piedi e qualcuno mangia seduto).

Se guardo al centro del quadro, allora c’è il fatto del donare: la rappresentazione intenzionale è quella di raccontare la scoperta come un dono di civilizzazione. A partire da questo, il noi e gli altri è rappresentato in modo peculiare: il fatto dello stare seduti degli altri può avere a che fare con le tradizioni, ma nelle rappresentazione colloca la maggior parte degli altri all’altezza degli animali o dei bambini. L’altro viene raffigurato e viene messo alla stessa altezza del cane e del bambino, e anche la donna in fondo viene invitata a sedersi al suo posto, all’altezza dei cani e dei bambini.

Questo è un primo elemento implicito. Altro elemento è il fatto che gli altri sono omologati dentro una certa rappresentazione della differenza culturale: hanno una serie di caratteristiche sostanzialmente uguale (cappello, torso nudo), mentre gli occidentali sono rappresentati attraverso una serie di categorie diverse di persone, che noi riconosciamo per gli abiti, per il colore degli abiti. Gli altri sono una cosa, sono gli Indiani d’America, mentre noi siamo vari: donne che preparano il cibo, nobili, soldati.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher aeea11 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof Ulderico Daniele.
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