Discorso sul metodo
Introduzione
Inizialmente Cartesio aveva pensato ad un altro titolo, il seguente: “Progetto di una scienza universale che possa elevare la nostra natura al suo più alto grado di perfezione. Inoltre La diottrica, Le meteore e La geometria, in cui gli argomenti più curiosi che l’autore ha potuto scegliere, per dare prova della scienza universale che propone, sono spiegati in modo tale che anche coloro che non hanno studiato li possano capire”. Cartesio voleva che l’opera fosse letta come introduzione dei tre saggi scientifici. Tuttavia col passare del tempo essa assume il ruolo di un’opera autonoma, il manifesto del pensiero moderno.
Viene considerata un’opera moderna sia per i contenuti, sia per lo stile utilizzato dall’autore. Le precedenti opere di Cartesio erano state scritte in latino, mentre il Discorso sul metodo in francese, ed ha uno stile più scorrevole e allo stesso tempo elegante. Ha voluto adottare uno stile popolare e medio che sia comprensibile a tutti e non solo ai dotti e ai sapienti.
Motivazioni del linguaggio
Se poi scrivo in francese, che è la lingua del mio paese, anziché in latino, che è la lingua dei miei maestri, è perché spero che quanti si servono esclusivamente della loro ragione naturale, potranno giudicare le mie opinioni meglio di quanti credono soltanto ai libri antichi. Sostiene che paradossalmente una persona meno colta, ma che sa usare la propria intelligenza, potrebbe comprenderlo meglio rispetto ai vecchi dotti ancorati ai pregiudizi della loro cultura.
Coloro poi che uniscono il buon senso allo studio – gli unici che vorrei avere come giudici – non saranno, ne sono certo, tanto parziali in favore del latino, da non voler intendere le mie ragioni, solo perché le espongo in lingua volgare.
L'ambizione di una scienza universale
Le ambizioni di Cartesio per quanto riguarda la nuova scienza universale riguardano il riprendere i concetti enciclopedici della cultura rinascimentale, cioè costruire una scienza delle scienze che metta insieme enciclopedicamente, ovvero in un circolo ben connesso, tutte le altre scienze. Un secolo dopo Hegel cercherà anche lui di fare l’enciclopedia delle scienze filosofiche, un’opera che racchiude in sé tutto il sapere. Cartesio vuole attuare il progetto di una nuova scienza universale in modo radicalmente nuovo e trasformato che segue il modello della scienza matematica della natura.
È convinto di poter promettere un meraviglioso avanzamento della conoscenza e procurare grandissimi vantaggi, sia spirituali che pratici, all’umanità intera. Scrive con un atteggiamento molto cauto e prudente, con un sapiente uso della retorica, tramite affermazioni di falsa modestia continue, ambiguità di molte frasi.
Strategia retorica e forma autobiografica
Di questa raffinata strategia retorica, che è alla base del Discorso sul metodo, fa parte il secondo tratto stilistico rilevante, ossia il fatto che l’opera è scritta in prima persona, in forma autobiografica (forma presente anche nelle Meditazioni metafisiche), la quale costituisce gran parte del fascino dell’opera e della sua modernità.
Si possono individuare tre opere cruciali, considerate come svolte fondamentali, nella storia filosofia occidentale che utilizzano questo rapporto filosofia-autobiografia, ossia le seguenti:
- “Apologia di Socrate” di Platone
- “Confessioni” di Sant’Agostino
- “Discorso sul metodo” di Cartesio
L’opera “Apologia di Socrate” (Autodifesa di Socrate) è costituita da un resoconto in prima persona in cui Socrate, ingiustamente accusato di corruzione e ateismo, viene condotto davanti il tribunale dove viene condannato a morte dai suoi concittadini, nonostante paradossalmente fosse l’uomo più giusto della sua epoca. Morirà bevendo la cicuta, un veleno.
Con Socrate e Platone si passa dall’epoca dei sapienti, denominata così da Giorgio Colli, ovvero di una sapienza di tipo esoterico-religioso, alla nascita della filosofia come ricerca democratica, dialettica e dialogica della verità: Socrate parla nell’agorà (piazza), apostrofa tutti i suoi concittadini per arrivare al vero sulle varie questioni, di conseguenza non c’è più il saggio o il sapiente che parla dall’alto della sua torre. Nasce così in parallelo la democrazia.
Nell’opera “Confessioni” si realizza la convergenza della radice greca e della radice ebraico-cristiana della cultura occidentale. Con Agostino nasce la scienza teologica, scienza fortemente innervata dalla filosofia greca. In tutte e tre le opere la forma autobiografica è connessa a sollevare un dubbio universale, a mettere in dubbio le certezze e alla necessità di tornare in noi stessi. Socrate chiede: “Cosa vuol dire ‘saggio’? Cosa vuol dire ‘giusto’?”.
La sua più celebre frase, “So di non sapere”, sta a significare che è consapevole della sua ignoranza. Quindi pone queste domande a persone che reputa più sapienti di lui, ma, grazie alla sua abile tecnica dialettica, fa vedere come in realtà nessuno abbia conoscenze certe e salde, ma possegga solo mere opinioni. Il motto fondamentale di Socrate è “Conosci te stesso”, che è stato scolpito sotto il tempio di Apollo a Delfi, in Grecia.
Anche Agostino racconta in prima persona il percorso di un dubbio, che in seguito lo porterà alla conversione, e arriverà alla seguente convinzione: “La verità sta all’interno dell’uomo”. Il percorso del dubbio condurrà Cartesio al ritorno in sé stesso. Si tratta di tre opere in cui la filosofia è ogni volta rimessa in moto, nel caso di Socrate viene addirittura messa in moto per la prima volta. A partire da una crisi generale delle credenze condivise dalla comunità, da quelle che vengono considerate le verità dell’epoca dalle persone, viene spesso il bisogno di ricominciare da capo, percorrendo le vie tortuose del dubbio verso la ricerca della verità.
Prudenza e forma discorsiva
La scelta della forma autobiografica è giustificata anche dalla prudenza, poiché è un modo di rappresentare il proprio pensiero senza suscitare scandalo. Cartesio lo scrive in una lettera a Mersenne: “Bisognerebbe trovare una via per la quale io possa dire la verità senza stupire l’immaginazione di nessuno, né urtare le opinioni a cui di solito si presta fede.” Probabilmente è lo stesso motivo per cui l’opera ha nel titolo “discorso” e non “trattato”.
All’inizio dell’opera, Cartesio ne espone la struttura, dicendo che è divisa in 6 parti. Se questo discorso sembra troppo lungo, perché possa leggersi tutto in una volta, lo si potrà dividere in sei parti. Nella prima, si troveranno diverse considerazioni riguardanti le scienze della sua epoca.
- Critica alla seconda, le principali regole del metodo che l’autore ha cercato.
- Le 4 regole del suo metodo.
- È un po' strano il fatto che Cartesio interrompa il suo ragionamento dimostrativo e parli di una morale. Tuttavia c'è un motivo ben preciso e verrà trattato in seguito.
- La parte più importante dal punto di vista filosofico. Qui è esposta in maniera sintetica, ma sarà sviluppata meglio nelle Meditazioni metafisiche.
- Espone la sua concezione secondo cui i corpi sono dei meccanismi (uomo-macchina). Sostiene inoltre che l'uomo sia l'unico essere vivente dotato di anima, mentre gli animali sono mere macchine.
Nell’ultima, quali cose egli considera necessarie per progredire nella ricerca della natura più di quanto sinora è stato fatto, e quali le ragioni che lo hanno spinto a scrivere. Queste 6 parti sono tratte da opere precedenti di Cartesio, per questo motivo la struttura del Discorso sul metodo viene definita “a mosaico”.
Fonti delle sei parti
Di seguito verranno menzionate tutte le opere da cui è tratta ciascuna parte:
- La prima parte deriva dal rifacimento di uno scritto autobiografico, “La storia del mio spirito”, che non ci è pervenuto ma abbiamo notizie grazie alla raccolta epistolare di Cartesio.
- La seconda parte riprende argomenti già scritti nelle “Regule”.
- La terza parte è assolutamente inedita e uno dei motivi per cui viene scritta è perché Cartesio voleva sfuggire alla censura da parte delle istituzioni.
- La quarta parte è un adattamento di un piccolo trattato che ha scritto su Dio e sull’anima.
- La quinta parte è un riassunto di alcuni temi del mondo.
- La sesta è stata scritta ex novo, dal momento che faceva da introduzione ai tre saggi scientifici.
Prima parte: considerazioni iniziali
La prima considerazione che Cartesio scrive è che la ragione è comune a tutti, ma non tutti la sanno usare bene. Anche questo è un atteggiamento di falsa modestia. Sin dall'inizio dell’opera vi è un’identificazione con il lettore, un elogio della normalità. L’autore si presenta al lettore, a cui dà del tu, come onesto, trasparente, pronto a sottomettersi al giudizio degli altri, quindi tutt’altro che una posizione di arroganza e superiorità.
Il buon senso è tra tutte le cose quella meglio distribuita: ciascuno infatti ritiene di esserne così ben fornito, che persino quelli che su di ogni altra cosa sono i più difficili a contentarsi, di solito non ne desiderano di più di quanto non ne posseggono. Per Cartesio il buon senso è sinonimo di ragione. Nessuno dice di sé stesso di essere uno stupido, bensì pensa di essere sufficientemente intelligente. Non è verosimile che tutti si ingannino in proposito, ma questa circostanza sta piuttosto a testimoniare che la facoltà di giudicare bene e di distinguere il vero dal falso – nel che consiste propriamente ciò che si chiama buon senso e ragione – è per natura eguale in tutti gli uomini, e che perciò la diversità delle nostre opinioni non dipende dal fatto che gli uni siano più ragionevoli degli altri, ma semplicemente dal fatto che conduciamo i nostri pensieri per vie diverse, e non consideriamo le stesse cose.
Non è sufficiente infatti essere dotati di un buon ingegno, ma l’importante è saperlo applicare bene. La definizione di ragione è la capacità di giudicare bene e di distinguere il vero dal falso. Tutti gli uomini sono ugualmente per natura forniti di ragione, ma non tutti arrivano agli stessi risultati poiché non tutti hanno imparato ad usare bene questa dote.
Per quanto mi riguarda non ho mai presunto che il mio ingegno fosse in nulla più perfetto di quello di qualsiasi altra persona; anzi ho spesso desiderato di avere un pensiero così pronto, o l’immaginazione così netta e distinta, o la memoria così vasta o così presente come quella di altri. E oltre a queste non conosco quali altre qualità possano contribuire alla perfezione dell’ingegno, perché, per quanto riguarda la ragione o il buon senso, essendo essa l’unica qualità che ci rende uomini e ci distingue dalle bestie, voglio credere che essa sia tutta intera in ciascun uomo. Si presenta in maniera modesta, dicendo di non ritenersi superiore ad altri, anzi, di aver desiderato più volte di avere determinate caratteristiche che lui non ha, caratteristiche fondamentali della ragione, che distingue l'uomo dagli animali, e che spera sia tutta intera in ciascuno. Ognuno di noi possiede la ragione in modo sufficiente per poterla utilizzare bene seguendo il giusto metodo.
Non avrò tuttavia alcun timore di affermare che ritengo di essere stato molto fortunato per essermi imbattuto fin dalla mia giovinezza in certi percorsi che mi hanno condotto a considerazioni e a massime, con le quali ho formato un metodo che – così almeno mi sembra – mi ha dato modo di accrescere per gradi la mia conoscenza, innalzandola a poco a poco al punto più alto che la mediocrità del mio ingegno e la breve durata della vita potranno permetterle di raggiungere. Da questo metodo ho già infatti raccolto tali frutti che, nonostante nei giudizi che formulo su me stesso mi sforzi di propendere più verso il lato della diffidenza che verso quello della presunzione.
Vi è un contrasto tra i suoi atteggiamenti di falsa modestia e i progressi che ha fatto, per quanto riguarda la ricerca di un metodo. Non smetto tuttavia di provare una estrema soddisfazione per il progresso che ritengo di aver compiuto nella ricerca della verità, e per quanto riguarda il futuro spero con tutte le mie forze che se tra le occupazioni degli uomini, considerati esclusivamente nella loro qualità di uomini, ve n’è qualcuna che sia fondatamente buona e importante, questa – oso crederlo – è proprio l’occupazione da me scelta. Vi è un'affermazione della sicurezza di essere giunto a dei risultati importanti nell'ambito più importante della vita umana.
Può tuttavia darsi che io mi inganni e prenda per oro e diamanti quello che è soltanto un po’ di rame e di vetro. So bene quanto noi uomini si sia soggetti a sbagliare in quello che ci tocca da vicino, e quanto anche i giudizi dei nostri amici debbano rimanerci sospetti quando siano a noi favorevoli. Ma in questo Discorso sarò ben lieto di indicare quali siano i sentieri da me battuti, e di rappresentarvi la mia vita come in un quadro, perché ciascuno possa giudicarne, e perché io, apprendendo dalla voce pubblica quello che gli altri ne avranno pensato, possa avere un nuovo mezzo per istruirmi. Cartesio in realtà è sicuro dell'efficacia del suo metodo.
Si sottopone comunque al giudizio degli altri, dicendo che qualsiasi critica sarà ben accetta e lui stesso ne farà tesoro per imparare. Il mio scopo dunque non è di insegnare qui il metodo che ciascuno deve seguire per ben condurre la propria ragione, ma semplicemente di far vedere in che modo ho cercato di condurre la mia. Coloro che vogliono impartire precetti, devono stimarsi più abili di coloro ai quali li impartiscono, e se incorrono nel più piccolo errore sono degni di biasimo. Ma presentando questo mio scritto semplicemente come una storia o, se preferite, come una favola, dove, in mezzo ad alcuni esempi che si possono imitare, se ne potranno forse trovare molti altri che giustamente non si vorranno seguire, spero che esso sarà utile a certuni, senza essere di danno a nessuno, e che tutti mi saranno grati per la mia franchezza. In realtà il suo intento è proprio quello di insegnare quel metodo.
La filosofia moderna e il metodo
La filosofia moderna si apre con l’orgoglio degli uomini, che credono di essere superiori agli antichi. Cartesio, con la sua convinzione che il suo metodo sia il primo metodo corretto in assoluto, ne è un esempio. La parola metodo deriva dal greco: “me” è il prefisso che esprime l’idea del perseguire, e l’altra parte della parola significa letteralmente “via, strada, cammino”. Il suo significato rappresenta quindi l’andare dietro ad una via, seguendo un preciso percorso, per giungere ad un determinato scopo o luogo.
Nella seconda parte di questa prima parte, parla della sua vita, in particolare dell’istruzione che ha ricevuto in un collegio gesuitico, uno dei più rinomati della Francia. Si chiede se gli è rimasto qualcosa da tutti questi anni di formazione, e si rende conto di non aver imparato molto. Infatti esprime tutta la sua insoddisfazione nei confronti dell'istruzione ricevuta.
Fin dalla fanciullezza sono stato educato allo studio delle lettere, e poiché mi avevano persuaso che per loro mezzo si poteva acquistare una conoscenza chiara e sicura di tutto ciò che è utile alla vita, nutrivo un vivissimo desiderio di apprenderle. Ma una volta portato a termine l’intero corso di studi, alla fine del quale si è di solito annoverati nel numero dei dotti, cambiai radicalmente opinione. Mi trovai infatti intricato in tanti dubbi ed errori che tutti gli sforzi da me compiuti nel tentativo di istruirmi, non mi sembrava che mi avessero permesso di trarne altro profitto se non quello di aver scoperto sempre di più la mia ignoranza. Purtuttavia frequentavo una delle più celebri scuole di Europa, dove pensavo dovessero trovarsi uomini dotti, se mai ce ne erano in qualche luogo della terra. Vi avevo imparato tutto quello che gli altri vi imparavano; anzi, non contento delle scienze che ci venivano insegnate, avevo dato una scorsa a tutti i libri capitatimi tra le mani che trattavano delle scienze considerate più rare e curiose. Conoscevo per di più il giudizio che gli altri avevano di me, e non mi sembrava che mi si stimasse inferiore ai miei condiscepoli, quantunque tra di loro ve ne fossero già alcuni destinati a prendere il posto dei nostri maestri. E, per finire, il nostro secolo mi sembrava fiorente e fecondo di buoni ingegni quanto nessuno dei precedenti. Tutto ciò mi induceva a giudicare liberamente, per conto mio, di tutti gli altri, e a stimare che non v’era al mondo dottrina alcuna che fosse quale precedentemente mi avevano fatto sperare.
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