Indice
- L’egoismo di don Abbondio si manifesta ancora più prepotente nel capitolo XXX
- Le diverse reazioni psicologiche dei gruppi di persone rifugiate al castello.
- La sortita dell’Innominato contro i lanzichenecchi
- La paura tiene compagnia a don Abbondio
- Immagini di desolazione dopo il passaggio dei Lanzichenecchi
- Una nota negativa sui compaesani di Agnese e Lucia
- Don Abbondio e Perpetua davanti alla canonica devastata: rilevare i sentimenti comuni e le reazioni opposte
- Gli effetti della guerra sugli umili
L’egoismo di don Abbondio si manifesta ancora più prepotente nel capitolo XXX
Come al solito, don Abbondio anche nella circostanza riportata nel capitolo XXX pensa soltanto a se stesso. Questo egoismo non è frutto di una cattiveria congenita, bensì deriva da una cronica paura Egli non cerca il male degli altri, ma mette davanti ad ogni cosa la propria tranquillità e la propria incolumità davanti ad ogni forma di responsabilità e di dovere morale. Durante la fuga verso il castello dell’Innominato, egli non ha nessuna parola di conforto nei confronti dei propri parrocchiani. Egli sottolinea sempre il fatto di essere la vittima della situazione e per questo scarica sempre la colpa sugli altri, soprattutto su Renzo e Lucia, causa di tutti i mali che lo affliggono. Durante la fuga, accusa Perpetua di non aver nascosto i beni della parrocchia come si deve; si lamenta di ogni pericolo e mai ha una parola di conforto verso le due donne. L’egoismo viene ancor più messo in risalto dal confronto con l’Innominato una volta che il gruppo è giunto al castello. L’Innominato, ormai convertito accoglie tutti co0n grande generosità e spirito caritatevole. Invece don Abbondio, per quanto uomo di Dio resta chiuso nella sua paura e continua a guardare al proprio interesse. In sostanza, egli mette sempre in pratica il concetto di “vaso di terracotta costretto a viaggiare in mezzo a molti vasi di ferro”, ossia con i potenti ha un atteggiamento di rispetto, di sottomissione e di deferenza, mentre nei confronti degli umili è del tutto indifferente. In pratica è come se il suo egoismo costituisse un vero e proprio mezzo di sussistenza.Le diverse reazioni psicologiche dei gruppi di persone rifugiate al castello.
I gruppi di persone che hanno scelto di rifugiarsi presso l’Innominato per sfuggire ai lanzichenecchi hanno delle reazioni diverse.Don Abbondio è preso dal suo continuo terrore, pur trovandosi all’interno di una fortezza ben difesa. Non stringe amicizia con nessuno e costantemente è alla ricerca di una possibile via per poter scappare. Addirittura quando il pericolo è ormai scongiurato, teme che qualche soldato sia rimasto nascosto nei paraggi e non rientra volentieri in canonica.
Agnese e Perpetua si dimostrano come sempre il loro carattere pratico. Si occupano di aiutare chi gestisce il castello e aiutano gli altri rifugiati. Sono molto coraggiose anche se Agnese è preoccupata della sorte della figlia
Gli altri profughi, inizialmente un po’ diffidenti poiché si tro vano nel castello di un uomo che fino ad ora ha commesso tanti misfatti, alla fine si tranquillizzano e si sentono al sicuro
La sortita dell’Innominato contro i lanzichenecchi
La sortita dell’Innominato con i suoi uomini armati alla ricerca dei lanzichenecchi è la dimostrazione concreta di come l’uomo sia cambiato. Prima, egli usava la sua forza per opprimere i più deboli, ora interviene con gli stessi mezzi per difenderli dalla violenza degli altri.Ciò che ci colpisce è che l’Innominato guida i suoi uomini senza essere armato. La scelta dell’autore non è casuale: la sua sola presenza è sufficiente a guidare e a disciplinare un drappello di soldati e lui stesso non intende servirsi delle armi per evitare di cadere nella violenza gratuita.
Nella maggior parte si tratta di predoni o di sciacalli che si danno alla fuga non appena scorgono dei soldati armati. Quando, però, egli viene a sapere che un paese vicino è stato saccheggiato dai mercenari tedeschi, rimasti indietro proprio per depredare, dà ordine di spostarsi e di affrontarli. Li mette in fuga e libera la popolazione del luogo.
Don Abbondio non riesce a capire il coraggio dell’Innominato, anzi nelle sortite vede un modo con cui potrebbe addirittura essere provocato l’esercito imperiale e peggiorare la situazione.
La paura tiene compagnia a don Abbondio
La paura è una componente fondamentale del carattere di don Abbondio e nel castello dell’Innominato essa raggiunge il culmine, dando anche l’occasione allo scrittore di esprimere il suo tono ironico.Le dinamiche attraverso le quali la paura del curato si manifesta sono molto precise:
Innanzitutto non si fida della conversione dell’Innominato. Nei confronti del signorotto, don Abbondio prova un grande timore reverenziale, utilizza una registro linguistico ossequioso. Per paura che da un momento all’altro l’uomo ritorni ad essere quello di un tempo.
Egli teme i Lanzichenecchi che sono calati nella valle, ma ha anche paura che la fortezza ne diventi il bersaglio principale, poiché pensa che l’affluire di tanta gente al castello, crei qualche sospetto nei mercenari, lasciando così intravedere la possibilità di nuove violenze e nuove devastazioni.
All’interno del castello, don Abbondio è ossessionato: non si allontana mai e quando passeggia sulla spianata davanti alla roccaforte si guarda sempre intorno alla ricerca di una via di fuga, qualora si rendesse necessario. Non stringe amicizia con nessuno, evita di parlare con gli estranei per paura di compromettersi ed ascolta con angosce tutte le notizie che riguardano lo spostamento delle truppe o le violenze perpetrate sulla popolazione dai Lanzichenecchi.
Questa sua inerzia e vigliaccheria si pongono in netto contrasto con l’azione dell’Innominato.