Indice
- Nel capitolo XXXV, Renzo incontro due personaggi fondamentali della sua storia
- Corrispondenza fra tempo atmosferico et atmosfera che regna nel lazzaretto
- Lo “spedale d’innocenti” a cui accenna lo scrittore, di che cosa potrebbe essere il simbolo?
- Padre Cristoforo torna in scena dopo molti capitoli: quando si è parlato di lui l’ultima volta?
- Nell’aspetto e nelle movenze di padre Cristoforo si notano molti cambiamenti, ma certi particolari sono invariati
- Padre Cristoforo è attento anche agli aspetti pratici dell’esistenza
- Padre Cristoforo difende la regola giusta e santa della rigida separazione tra i sessi. Già in altri passi del romanzo, il Manzoni ha sottolineato la necessità di una simile regola
- Padre Cristoforo rimprovera acerbamente Renzo perché conserva ancora il desiderio di vendetta. In quale altra situazione, il giovane viene rimproverato dal frate
- Perché si sta preparando una processione guidata da padre Felice
- L’immagine di don Rodrigo colpito dalla peste
Nel capitolo XXXV, Renzo incontro due personaggi fondamentali della sua storia
Si tratta di padre Cristoforo e di don Rodrigo. Grazie al frase, Renzo abbandona il proposito di vendetta e concede il perdono a don Rodrigo. Solo in questo modo egli diventa degno di ritrovare Lucia. Don Rodrigo giace, in fin di vita, solo ed abbandonato da tutti sudi un misero giaciglio del lazzaretto. È ormai inerme, non potrà più nuocere ai due protagonisti i quali potranno, quindi, unirsi in matrimonio.Corrispondenza fra tempo atmosferico et atmosfera che regna nel lazzaretto
La descrizione del tempo atmosferico riprende quella del capitolo precedente. L’aria si fa sempre più pesante, afosa e opprimente, la nebbia diventa sempre più densa e opprimente e il cielo sempre più gonfio di nubi. La luce solare viene progressivamente a mancare e il sole, pallido, lascia filtrare un barlume fioco. In lontananza, in mezzo al brulichio degli ammalasti, ogni tanto si sente un indistinguibile rumore di tuono. È l’atmosfera tipica di quando un temporale si sta preparando. Non c’è un minimo alito di vento, il che rende l’afa ancor più opprimente. La rondini volano basso e una volta sfiorato il recinto del lazzaretto riprendono ad innalzarsi, come impauriti. Da notare che il tempo viene descritto con l’intento di partecipare attivamente alla tragedia creata dalla pestilenza. Una simile atmosfera rappresenta il tormento di Renzo e la disperazione di coloro che si trovano nel lazzaretto.Nella descrizione del lazzaretto, sono coinvolti tre sensi: la vista, l’udito e l’olfatto. I corpi degli appestati sono ricoperti di piaghe e di bubboni; ovunque si sentono pianti di bambini e lamenti degli ammalati e sopra tutto aleggia un fetore nauseabondo di malati e di corpi in via di decomposizione. Tuttavia, occorre sottolineare il contrasto fra il comportamento cinico dei monatti che non hanno rispetto di nulla e la dedizione, l’amorevolezza e la carità cristiana che anima i cappuccini a servizio degli ammalati. Questo contrasto può essere anche interpretato come un contrasto fra “virtù sovrumana” e perversità.
Lo “spedale d’innocenti” a cui accenna lo scrittore, di che cosa potrebbe essere il simbolo?
Camminando all’interno del lazzaretto, guardando attraverso il recinto, Renzo vede un reparto in cui sono stati collocati i bambini e i neonati che la peste ha separato dalle madri. La scena è ricca di significato. Nel lazzaretto, ovunque si nota morte, caos, orrore, mentre “lo ‘spedale d’innocenti” rappresenta un briciolo di speranza, di istinto materno e quindi di rinascita. È il simbolo della vita che, nonostante tutto, continua e sui riprende anche se le condizioni ambientati sono estremamente disperate. La natura, in questo caso ricopre il ruolo di Provvidenza: le capre aiutano le balie ad allattare i neonati. In esse è presente un insolito istinto materno perché accorrono spontaneamente verso i neonati che piangono. Renzo osserva la scena ed è preso da un forte senso di pietà e di commozione che possiamo interpretare come un’anticipazione del perdono di don Rodrigo.Padre Cristoforo torna in scena dopo molti capitoli: quando si è parlato di lui l’ultima volta?
L’ultima volta che nel romanzi si è parlare di padre Cristoforo è nel capitolo XIX quando il Conte Zio chiede al Padre Provinciale di allontanare il frate da Pescarenico, affinché il nipote don Rodrigo non trovi può ostacoli nel realizzare i suoi scelleratati progetti.Nell’aspetto e nelle movenze di padre Cristoforo si notano molti cambiamenti, ma certi particolari sono invariati
Il frate è cambiato molto fisicamente. Il portamento è curvo il visco è scarno e livido. Tuttavia, lo sguardo è ancora vivido come una volta, come se le opere di carità che stava prestando li rendessero più vivaci. Di un tempo conserva ancora la grande forza di volontà con cui riesce a muoversi fra gli ammalati, nonostante l’indebolimento fisico causato dal morbo.Padre Cristoforo è attento anche agli aspetti pratici dell’esistenza
Infatti, osservando Renzo, gli pare stanco e sfinito per cui non esta ad offrirgli qualcosa da mangiare: un piatto di minestra e un bicchiere di vino e lo fa sedere sul saccone che gli serviva da letto.Padre Cristoforo difende la regola giusta e santa della rigida separazione tra i sessi. Già in altri passi del romanzo, il Manzoni ha sottolineato la necessità di una simile regola
Nel capitolo XXVIII per far fronte alla sempre diffusa mendicità, causata dalla carestia, il Tribunale della Provvigione di Milano decide di riunire tutti i mendicati ed i poveri nel lazzaretto. Inizialmente, per garantire l’ordine pubblico e la moralità gli uomini sono sistemati da una parte e le donne con i bambini dall’altra separati da uno steccato. Quasi subito la regola viene infranta a causa dell’affollamento e tale promiscuità, unità alle cattive condizioni igieniche causa la diffusine di malattie e numerosi decessi. La situazione degenera a tal punto che il Tribunale decide di riaprire le porte del lazzaretto, favorendo così la diffusione del contagio e in primis quello della peste. L’episodio permette al Manzoni di sottolineare l’incapacità della classe politica del XVII secolo.Nel capitolo XXX, il sarto non esita a sistemare sotto il suo tetto Agnese, Lucia e alla ricca vedova dopo aver lasciato il castello dell’Innominato dove erano state al sicuro insieme a don Abbondio e Perpetua, durante la calata dei lanzichenecchi. Nel Seicento non era ammesso che uomini e donne, se non legati da vincoli di parentela, abitassero sotto lo stesso tetto per un lungo periodo. In questo caso, la legge viene infranta in nome della solidarietà e della carità cristiana.