Indice

  1. Questionario
  2. Risposte

Questionario

1. Renzo scende nell’inferno della città colpita dalla peste: elencare immagini ed episodi di questa discesa
2. Il tempo atmosferico è in stretto rapporto con l’angosciosa situazione della città.
3. Elencare gli aggettivi che Manzoni associa al termine “monatto”
4. Elencare gli aggettivi nella descrizione della madre di Cecilia e sottolineare le antitesi presenti
5. Ancora una volta Renzo è oggetto di un grave equivoco.
6. Quali corrispondenze si rilevano tra gli episodi di questo capitolo e quanto premesso nei capitoli XXXI e XXXII?
7. Tenendo presente i capitoli XV-XVI, confrontare lo svolgersi delle vicende di Renzo a Milano nelle due diverse situazioni.

Risposte

1. Queste sono le immagini della Milano appestata che si presentano agli occhi di Renzo:
• Una povera donna attorniata da una nidiata di bambini da un terrazzino chiama Renzo e lo supplica di avvertire il commissario perché rischia di morire di fame: il marito è morto di peste, l’uscio di casa è stato bloccato e non è venuto ancora nessuno a portare da mangiare. Renzo le offre dei pani che aveva in tasca e la rassicura che farà il possibile per avvertire qualcuno.
• Il triste convoglio di carri che trasportano i cadaveri degli appestati guidati e scortati dai monatti che, per annunciarsi, suonano un campanello
• Il prete in farsetto, che sta finendo di confessare qualcuno all’uscio di una casa, a cui Renzo riferisce la supplica della donna. Il prete mantiene la distanza con un bastone.
• Lo spettacolo delle case chiuse con le porte sbarrate o inchiodate, segno che all’interno vi è la possibilità di contagio. Alcuni porte mostrano con una croce fatta col carbone per avvertire che all’interno vi sono cadaveri da rimuovere
• La donna che al passare dei monatti, esce di casa tenendo in braccio la figlioletta, Cecilia, morta di peste e la deposita sul carro
• La fila di appestati condotti con la forza al lazzaretto, alcuni in silenzio, altri gridando che vogliono morire nel proprio letto
2. Il tempo è afoso, l’aria pesante e irrespirabile e il cielo è velato da nuvole o da una coltre di nebbia e si accorda bene con lo spettacolo della città colpita dalla peste
3. I termini associati ai monatti sono: sciagurati, turpe, atroce e maledetto ghigna. Essi denotato la degradazione morale e umana di cui la peste è la causa. I loro volti sono pallidi e lo sguardo è inquietante e incute terrore. Gli abiti che indossano sono cenciosi e logoro poiché essi venivano reclutati fra i delinquenti, fra i carcerati o fra i condannati a morte. Sono cinici e indifferenti di fronte al dolore umano e non esitato a dedicarsi ad attività di sciacallaggio. Soltanto nell’episodio della madre di Cecilia, troviamo due termini positivi, cioè premuroso e ossequioso.
4. Giovinezza avanzata, bellezza velata e offuscata, ma non guasta (= non sciupata), languore mortale, bellezza molle (= delicata), andatura affaticata, ma non cascante = non si lascia andare a movimenti di dolore scomposti). L’episodio è tutto costruite sulle antitesi sia stilistiche, che di immagini. Innanzitutto si notano le contrapposizioni binarie che vogliono rappresentare un dolore composto come il crollo fisico è sorretto dalla forza morale
• «una giovinezza avanzata, ma non trascorsa»
• «una bellezza velata e offuscata, ma non guasta»
• «andatura... affaticata, ma non cascante»
• «gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d'averne sparse tante»
La presenza di un’avversativa che introduce la seconda parte del periodo sta ad indicare che la donna sta resistendo agli effetti della peste e conserva dignità nonostante il momento così tragico.
Esistono anche altre forme di antitesi:
l’amore della madre vs il comportamento disumano del monatto che getta i cadaveri sul carro come se fosse spazzatura. Invece la donna scende le scale con dignità e tratta la figlioletta come se fosse ancora in vita. La morte della bambina assume le connotazioni di una festa: il bianco colore dell’innocenza è anche il colore della gioia e contrasta con la sporcizia esistente sui carri stracolmi di cadaveri deformati. Si nota anche l’antitesi fra la disperazione degli appestati e la rassegnazione della donna per quanto l’aspetta la sera, perché sostenuta dalla fede.
5. Renzo arrivato a Milano, contagiata dalla peste, grazie all’informazione fornitagli dall’amico d’infanzia del paese natale, si reca al palazzo di don Ferrante per avere notizia di Lucia. La serva che si affaccia alla finestra lo informa seccamente che la ragazza si trova al lazzaretto e richiude la finestra. Renzo, che ne vuole sapere di più, si mette a colpire il battente affinché la serva apra o si affacci di nuovo. Una donna poco distante vede in tal gesto quello di un untore, si mette a strillare e la gente accorre. Nello stesso momento la serva di don Ferrante si affaccia di nuovo alla finestra e accusa a gran voce Renzo di essere uno di quelli untori che va diffondendo la peste in casa dei galantuomini. Renzo fugge, qualcuno lo rincorre gridando “dagli! dagli! all’untore”. Ad un certo punto, preso dalla disperazione, egli sfodera il coltello e si gira per minacciare chi lo insegue. Nel frattempo vede arrivare un carro dei monatti, ci salta sopra e riesce così a salvarsi.
6. Il capitolo XXXI affronta il tema della peste come se si trattasse di un saggio (tecnica dello scrittore omnisciente) e in una visione collettiva, attraverso i documenti dell’epoca. Invece, nel capitolo XXXIV, lo scrittore si cala all’interno della popolazione e le scene sono viste attraverso goli occhi di Renzo per cui l’insieme risulta più drammatico (tecnica della focalizzazione interna). Anche il genere letterario cambia: nel primo caso, il capitolo potrebbe essere definito un saggio storico, nel secondo la narrazione diventa romanzesca.
7. La prima volta (1628), Renzo arriva a Milano quando è in atto la sommossa del popolo. Egli è ancora un montanaro, ingenuo e impulsivo. Egli si lascia prendere dall’entusiasmo e si lancia in un discorso in pubblico che lo fa passare per un capo popolo. In fondo quando parla di giustizia, egli pensa sempre all’ingiustizia subita a causa di don Rodrigo e pensa di rispondere con la forza e con la vendetta personale. La sua imprudenza lo fa cadere nei lacci degli sbirri.
La seconda volta (1630), Milano è in preda al contagio. Pur essendo trascorsi soltanto due anni, Renzo è cambiato. È più prudente e non si lascia più trascinare dagli eventi. IL suo obbiettivo è uno solo: ritrovare Lucia. Se prima era caratterizzato da un comprensibile egoismo giovanile, ora prova pietà per coloro che incontra. La vendetta iniziale, ora si trasforma in perdono quando si trova davanti al suo persecutore ormai impotente e in fine di vita. In questo cambiamento psicologico del protagonista ha un ruolo fondamentale la figura di Padre Cristoforo.

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