Il riso è una costante nella storia del conte Attilio
Nel capitolo XXXIII vi è soltanto un breve e fugace accenno al Conte Attilio.
Don Rodrigo sta straviziando insieme ad alcuni amici e declama, per scherzo, un elogio funebre del cugino, il Conte Attilio, deceduto di peste due giorni prima. Tutti si mettono a ridere come mai aveva fatto. Questo particolare non è senza significato. Da vivo il conte Attilio era molto incline al riso e ora, da morto, è lui che diventa oggetto di cinica ilarità. Nel capitolo V, egli ride, senza ritegno alcuno, di padre Cristoforo quando don Rodrigo propone a quest’ultimo di fare da arbitro. Il conte Attilio da prova di arroganza e di superficialità poiché non si tratta di un semplice riso, ma di una derisione.
I sintomi della peste in don Rodrigo
Di ritorno a casa dopo aver passato la notte gozzovigliando con degli amici, secondo la sua abitudine, don Rodrigo prova un malessere generale, un’ insolita fiacchezza delle gambe ed una sensazione di bruciore. Arrivato, chiede al Griso di fargli luce per andare in camera. Il bravo nota subito che il padrone ha il viso stravolto, con gli occhi stralunati e lustri. Egli ha capitolo che il padrone ha contratto il morbo.
Il sogno di don Rodrigo
Don Rodrigo sogna di trovarsi in una chiesa (forse quella di Pescarenico), in mezzo alla folla. Tutti i circostanti avevano il viso giallognolo, con gli occhi privi di luce e con le labbra cadenti. Attraversi gli strappi dei vestiti si intravedevano sul corpo macchie e bubboni. Cercava di evitare il contatto con queste persone, ma inutilmente perché le persone lo spingevano con i gomiti soprattutto fra il cuore e l’ascella dove già provava un dolore acuto. Cerca di sguainare la spada, ma inutilmente; anzi essa viene a premere nel punto del corpo già doloroso. Ad un certo punto, tutti i visi si girano dalla stessa parte, ossia verso il pulpito: dal parapetto vede spuntare la figura di padre Cristoforo con lo stesso atteggiamento che aveva avuto il giorno del banchetto in cui il frate gli aveva lanciato la maledizione. Don Rodrigo, con uno sforzo immane alza anche lui il braccio come se volesse afferrare il braccio teso del frate, emise un forte urlo e si svegliò.
L'apparizione ricorda la profezia fatta dal frate nel celebre scontro del sesto capitolo; esso è il simbolo della voce della coscienza e costituisce il tremendo avviso della giustizia divina che si sta compiendo.
Sottolineare i cambiamenti nel linguaggio che don Rodrigo adopera con il Griso
Scoperto di aver
contratto la peste e preso dal terrore di dovere morire, don Rodrigo, nel rivolgersi al Griso adopera un linguaggio diverso. Nei confronti dei suoi bravi egli ha sempre adoperato un linguaggio autoritario se non minaccioso. Quando si rende conto di essere contagiato, la sua voce perde ogni autorità, riesce ad impartire ordini in modo confuso e dalla sua bocca escono insoliti toni di supplica. Le sue frasi esprimo il panico per la morte che si avvicina; il suo consueto linguaggio sta crollando, segno che la sua volontà di tirannia sui deboli è fallita.
Esiste un barlume di rimorso anche nel Griso?
No, nel Griso non si ha alcun barlume di pentimento. Egli è fedele al suo padrone, soltanto per tornaconto e alla fine lo tradisce con lo scopo di derubarlo. Di fronte a don Rodrigo ormai destinato alla morte, non prova alcuna pietà: l’unica preoccupazione che ha è di non contagiarsi, mentre gli sta sottraendo gli avere. Per ironia della sorte morirà proprio per essere entrato in contatto con i vestiti del padrone.
La morte del Griso
Egli muore, infettato dalla peste per aver toccato i vestiti di don Rodrigo alla ricerca delle ultime monete. Muore mentre stava gozzovigliando con gli altri bravi: ad un tratto gli vengono dei rividi, si sente mancare le forze e crolla a terra. I compagni lo abbandonano: i monatti gli tolgono da dosso tutto ciò che è ancora utilizzabile e lo caricano sul loro carro dove egli spira prima di arrivare al lazzaretto, dove il giorno prima era stato trasportato anche il padrone.
Il rigoglio della natura si oppone alla desolazione della peste
Renzo, fino ad ora ospite del cugino Bortolo, decide di ritornare al paese per aver notizie di Lucia. Ha contratto la peste, ma ora è guarito e dopo aver ripreso le forze necessarie, si mette in viaggio. Durante il cammino ai suoi occhi si presentano scenari contrastanti. Durante il viaggio incontra degli
esseri viventi che vagano o scorge nelle fosse dei cadaveri che non hanno avuto onoranze funebri. Ovunque predomina la solitudine, la popolazione è stata decimata dalla peste. La natura, invece è più rigogliosa che mai. Il cielo è sereno e gli alberi da frutto, stranamente, hanno prodotto più di quanto non si potesse immaginare. Purtroppo, nessuno si occupa di raccogliere i frutti o di raccattare quel caduti.
Che ruolo ha nel romanzo la presenza di Tonio inebetito dalla peste?
Ritornando dal bergamasco al suo paese per avere notizie di Lucia, la prima persona che Renzo incontra e Tonio. A prima vista, Renzo crede di trovarsi davanti Gervasio che era stano testimone del matrimonio la notte degli imbrogli; poi, avvicinandosi e guardando meglio si accorge che si tratta di Tonio. La peste lo ha cambiato, riducendolo ad un’ombra umana, in grado di ripetere in modo meccanico sempre la stessa frase “A chi la tocca, la tocca”. La frase diventa un automatismo (è ripetuta due volte) e sottolinea la forza e l’ineluttabilità del male. Nei capitoli VI e VIII, Tonio era il simbolo dell’uomo astuto, pieno di vitalità, molto pragmatico e in gradi di gestire il fratello minorato mentale e sempliciotto. La peste gli ha fatto perdere tutte le sue capacità mentali e lo ha ridotto ad un ebete ponendolo, così allo stesso livello del fratello. Egli rappresenta le conseguenze della vittoria del caso e del dolore, che colpisce senza logica, in contrapposizione alla funzione provvidenziale della sciagura, come sostiene don Abbondio che interpreta la peste come un mezzo per spazzare via il male. Renzo cerca di intavolare un discorso con lui, ma tutto è inutile e se ne va molto rattristato.
Don Abbondio mantiene le sue caratteristiche. Quale nota sembra ora assente?
Il dialogo fra Renzo e don Abbondio evidenzia come le vicissitudini abbiano modificato la psicologia di Renzo, mentre don Abbondio resta il solito vigliacco. Quando quest’ultimo vede comparire Renzo, non è contento di vederlo ancora in vita, nonostante l’epidemia. Si meraviglia, ma non è contento perché è al corrente che sul giovane pende un mandato di cattura ve la sua presenza in paese costituisce per lui un grave pericolo (come sempre il curato pensa a se stesso). L’unico aspetto positivo è che non esita a fornire tutte le informazioni sulla sorte delle persone a lui care, forse perché non ha nulla da temere, questa volta. Soltanto a proposito di don Rodrigo riferisce che si è trasferito in città, senza precisare che è stato contagiato e portato nel lazzaretto. Il colloquio termina con
don Abbondio che si allontana borbottando (come sempre), infastidito e impaurito dalla presenza di Renzo.
Quale notizia apprende Renzo dall’amico?
Fra tutte le informazioni che l’amico dà a Renzo e che don Abbondio aveva omesso o confuso, ce n’è una di particolare importanza: il nome preciso del casato di don Ferrer presso il quale Lucia ha trovato riparo. Veramente, Agnese lo aveva scritto in una delle sue lettere, ma colui che nel bergamasco aveva fatto da interprete aveva letto male il cognome e senza l’informazione dell’amico d’infanzia Renzo avrebbe dovuto girovagare in vano attraverso Milano per trovare Lucia.
In un primo momento, per chi viene scambiato Renzo dall’amico?
L’amico d’infanzia è seduto su di un panchetto sull’uscio di casa e sta scrutando il cielo. Percepisce un rumore fra la vegetazione e crede che si tratti di Paolino de’ morti, l’ incaricato di seppellire i morti e quindi il becchino del paese. Pensa che, come il solito, lo venga a cercare per chiedergli di dargli una mano per seppellire un cadavere, come negli ultimi tempi avveniva spesso.