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Canto VI


Nel canto VI Dante e Virgilio si trovano nella terza schiera dell’Antipurgatorio, dove espiano la pena i morti di morte violenta; queste anime sono coloro che hanno subito l’omicidio e che hanno esitato fino all’ultimo prima di pentirsi e, come i pigri, sono costretti ad attendere quanto è durato il tempo della loro vita, per poi giungere nel Purgatorio vero e proprio, ad espiare ulteriormente le loro colpe. Essi camminano lentamente, mentre cantano il “Miserere”.
Come tutti i canti sesti, questo è un canto politico, infatti si possono trovare un buon numero di invettive nei confronti di Firenze.
Dante e Virgilio inizialmente incontrano alcune anime di quella schiera, fino a quando il poeta chiede alla sua guida come mai le anime purganti recitino preghiere di suffragio. Virgilio gli risponde dicendo che anche le preghiere degli uomini diminuiscono il tempo di espiazione, il giudizio divino non cambia. Ad un certo punto Dante e Virgilio incontrano un’anima che li fissa; si tratta di Sordello (un troviere che scrisse componimenti in lingua d’Oc) che appena vede Virgilio lo abbraccia (in quanto è mantovano anche lui), e qui Dante ne approfitta per parlare della situazione di Firenze e dell’Italia in generale (climax ascendente), in quanto gli italiani si fanno la guerra anziché abbracciarsi. Dante si chiede l’utilità delle leggi di Giustiniano (Corpus Iuris Civilis, che regolamentava tutta la vita civile dell’Impero Romano), dato che non esiste un potere centrale in Italia. Dopo ciò Dante continua il suo discorso con un’invettiva contro la Chiesa, che viene condannata per agire in campi che non le competono (politica). L’accusa si estende anche nei confronti di Alberto d’Asburgo, che secondo Dante è responsabile della situazione italiana, in quanto ha abbandonato la penisola al suo destino. Il poeta è talmente incredulo riguardo il fatto che si sia verificata questa situazione, tanto che arriva a dubitare (retoricamente) che Dio possa non essersi occupato dell’Italia e che abbia progettato la sua rovina. Il poeta conclude con un’invettiva nei confronti di Firenze, i cui cittadini sono soliti occupare cariche pubbliche solo per ottenere potere e non per far rispettare la giustizia. Un’altra debolezza di Firenze è il fatto che le leggi cambino in continuazione (le leggi scritte ad ottobre non arrivano a novembre). Il canto termina con la fine delle invettive dantesche.
La citazione “date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio” fa riferimento al verso 93 (ed è tratto dal Vangelo); Dante riprende questa citazione nel De Monarquia. Il successore di Alberto I d’Austria è Arrigo VII di Lussemburgo, nel quale Dante aveva molta fiducia. I Montecchi e i Cappelletti sono delle nobili famiglie di Verona. I Monaldi e i Filippeschi erano i signori di Perugia.
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