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Purgatorio, Canto Xxiii - Introduzione e Analisi


Al suo interno si concretizza l’incontro con un personaggio importante amico di Dante, Forese Donati. Questo si trova nella sesta cornice insieme alle anime dei golosi che intonano un versetto del salmo; le anime penitenti hanno gli occhi incavati e il viso pallido, e sono tanto magre da avere la pelle secca e squamosa che riproduce la forma del loro scheletro. Nell’osservare queste anime Dante riconosce Forese Donati, suo concittadino e amico, che gli spiega il perché del suo dimagrimento e di quello delle altre anime.
Forese afferma poi che ad accelerare l’espiazione dei peccati sono state le preghiere della moglie e infine invita Dante a parlare di sé perché sia lui sia le anime guardano Dante con stupore. Questi soddisfa la richiesta di Forese e prosegue il viaggio accompagnato da Virgilio.

Tra i versi 37 e 45 avviene l’incontro tra i due amici e il riconoscimento avviene non attraverso le fattezze ma per mezzo della voce, infatti si parla di “magrezza” e “trista squama” che rendono Forese poco affine a un umano.
Nel riconoscere un amico emerge il valore che Dante dà a questo sentimento attraverso il termine “grazia”, e dunque può essere paragonato a Cicerone.
Tra 46 e 54 Forese dice a Dante di non farsi impressionare dal suo aspetto ma di dirgli chi sono le anime che stanno avanzando con lui, che non sono state identificate dalla critica ma sulla cui identità sono state formulate molte ipotesi.
Tra 55 e 60 Dante riferisce all’amico in maniera affettuosa che vederlo così lo rende addolorato come quando ha saputo della sua morte, e in un secondo momento gli domanda di prendere lui per primo la parola e spiegare il motivo per cui tutte quelle anime sono così magre.
Nei versi successivi, fino al 75, Forese dà una spiegazione in quanto si sente in dovere di rispondere all’amico e gli fa capire che per volere di Dio le stesse piante, fonte di sostentamento, e l’acqua sono le cause della magrezza: mangiando oltre quello che gli era stato concesso hanno peccato, e devono rimediare attraverso l’astinenza da acqua e cibo. La voglia di nutrirsi, poi, è molto violenta in quanto continuamente stimolata dal profumo dei frutti e dalla vista dell’acqua: si vede qualcosa che non si può raggiungere dunque la pena è doppia, analogamente a quanto accadeva nella poesia barocca con “Donna, il bel vetro tondo” in cui il poeta si struggeva perché non poteva toccare la sua donna in quanto riflessa.

In seguito inizia la descrizione della corruzione di Firenze, fino al verso 111, che viene all’inizio mitigata dalla descrizione della moglie di Forese, Nella, che con le sue preghiere costanti lo ha liberato non solo dall’attesa dell’antipurgatorio ma anche dall’espiazione delle pene che avrebbe dovuto scontare nelle cornici precedenti.
A livello retorico nel verso 86 “dolce assenzo” è un ossimoro in quanto corrisponde all’accostamento di due termini con due qualità completamente opposte perché l’assenso è amaro.
Si parla di “barbagia”, ossia di Barbaria, regione al centro della Sardegna abitata da genti primitive e incolte che non avevano il concetto di pudicizia, paragonando le donne barbare a quelle fiorentine e dicendo che a confronto queste sono più pudiche dato che le altre hanno addirittura bisogno di divieti solenni fatti dalle autorità per vestire in maniera consona.
Viene poi predetto un futuro negativo, che può essere considerato come la situazione a cui dovranno resistere con Arrigo VII, che porterà molti disordini, e dunque come “ciò che Dio ha in mente per loro” sulla terra, in quanto questi decide ogni cosa, oppure come la punizione che Dio ha per loro nell’Inferno o nel Purgatorio.
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