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Canto VI - Paradiso

E’ considerato, come i due sesti canti nelle altre due cantiche, il canto politico del Paradiso.

Si svolge nel cielo di Mercurio, ove risiedono le anime che, nonostante abbiano agito bene lo hanno fatto per ottenere la propria fama.

Qui i tratti i umani delle anime si intravedono appena, infatti si vede esclusivamente lo sfavillio della luce.

Si trova qui uno dei personaggi più importanti della Divina Commedia, Giustiniano imperatore romano nato nel 482 e morto nel 565, celebre per aver fatto riordinare e redigere gli elementi del diritto romano, nel codice Corpus Iuris Civilis, (527), da 10 giuristi da lui scelti con a capo Triboniano, inserendo nuove leggi, le Novelle, e introducendo le Istitutiones, i fondamenti e gli insegnamenti per i nuovi giuristi.
Giustiniano si dice fosse un eretico di dottrina monofisita, cioè credeva che in Cristo non ci potessero essere due nature (umana e divina), ma solo una, quella divina.

[eresia (scelta) ortodossia (retta opinione)]

Nel canto precedente Dante domanda a una delle anime del cielo di Mercurio chi fosse e per quale motivo si trovasse in quel luogo. Il sesto canto è quindi completamente affidato alla risposta di quell’anima, Giustiniano, il quale parla della propria vita e del potere imperiale (aquila), spiegando come l’impero romano sia stato voluto da Dio (provvidenza) e come esso sia arrivato nelle sue mani.

Il canto inizia con una glorificazione dell’impero attraverso la figura dell’aquila (insegna romana delle legioni), e come quest’aquila imperiale sia giunta nelle mani di Giustiniano dopo più di duecento anni da quando Costantino, l’aveva trasferita da Roma a Bisanzio (Costantinopoli).
(Costantino aveva concesso la libertà di culto ai cristiani)
Poi ricorda gli eventi che più hanno marcato la sua vita terrena: la riorganizzazione delle leggi romane, la conversione al Cristianesimo grazie a papa Agapito, e l’espansione del regno grazie al suo abile generale Belisario

Vi è poi una digressione di Giustiniano che ricapitola la protostoria di Roma (la quale mescola la verità col mito): Enea, che, narrato nel secondo libro dell’Eneide, fuggì da Troia in fiamme, per giungere nel Lazio, dove avrebbe posto le basi per la fondazione di Roma, quindi dove avrebbe fondato la città di Lavinium, per poi arrivare al figlio Ascanio, che avrebbe fondato Albalonga, poi Romolo, gli altri sei re di Roma fino a Tarquinio il Superbo.
[Il progetto di Virgilio nella composizione dell’Eneide, fu un progetto letterario ma nello stesso tempo anche politico, in quanto volle dare alla Gens Iulia connotati divini]

Per più di trecento anni l’aquila imperiale era quindi rimasta ad Albalonga fino a che i tre fratelli Orazi (romani) non combatterono con i tre fratelli Curiazi (di Albalonga) per il suo possesso.
Vengono poi citati gli episodi del Ratto delle Sabine (sotto Romolo, il quale voleva stringere alleanze e ottenere alcune donne per procreare e quindi popolare la nuova città da lui fondata) e del suicidio di Lucrezia, moglie di Collatino, (sotto Tarquinio il Superbo, la donna casta e diligente viene costretta a tradire il marito con il figlio di Tarquinio, Sesto, così decide di suicidarsi) stabilendo così i due eventi che determinarono l’inizio e la fine del regno dei 7 re di Roma.

Seguono poi allusioni a molti altri episodi della storia di Roma: le vittorie contro le popolazioni vicine come gli Etruschi; le battaglie contro i Galli di Brenno (Sacco di Roma) e Pirro, re dell’Epiro; le direzioni di Torquato (vincitore dei Galli) e di Quinzio (Cincinnato, per i capelli arruffati); le vittorie contro i Latini e i Sanniti, ad opera delle famiglie dei Deci e dei Fabi; la grande vittoria contro Annibale (che oltrepassò le Alpi Occidentali con gli elefanti, dalle quali discende il Po [Solunto, Ebro]), quindi contro i Cartaginesi, nella Seconda Guerra Punica; i trionfi di Scipione l’Africano e Pompeo (1° Triumvirato con Cesare e Crasso); la congiura di Catilina, smascherata da Cicerone a Fiesole.
Dopo tutti questi eventi l’insegna romana passò nelle mani di Giulio Cesare che compì imprese nella Gallia Transalpina, dopo aver oltrepassato il Rubicone (Emilia Romagna); nella Guerra Civile Romana (Bellum Civile, Pharsalia di Lucano),in cui si diresse a Farsalo in Tessaglia e sconfisse Pompeo; in Egitto dove spodestò Tolomeo in favore di Cleopatra; e in Mauritania/Numidia dove sconfisse il re Giuba.

L’erede di Cesare, Ottaviano Augusto, sconfisse Bruto e Cassio e conquistò Modena e Perugia; e con il rifiuto fece suicidare Cleopatra. L’impero di Ottaviano si estese fino al Mar Rosso e visse un lungo periodo di pace, che continuò anche con il terzo Cesare (Tiberio).
Tito, della dinastia dei Flavi, si recò a Gerusalemme nel 70 dC e la distrusse punendo il popolo che era stato lo strumento del sacrificio di Cristo.
Carlo Magno poi sconfisse sotto l’insegna romana i Longobardi di Desiderio (Adelchi, tragedia di Manzoni) che avevano attaccato gli Stati della Chiesa.

Secondo Giustiniano, a questo punto, dopo aver compreso quanto l’aquila imperiale sia sacra, a Dante non sarà difficile capire come siano prive di senso le lotte tra Guelfi e Ghibellini: i primi, filopapali, volevano sostituire l’insegna con i gigli gialli, simbolo della Francia e degli Angioini ; i secondi, filoimperiali, volevano trasformare l’insegna in una misera fazione politica.

Giustiniano prosegue spiegando a Dante chi sono le anime del Cielo di Mercurio e il motivo per il quale si trovano lì.

Giustiniano presenta infine un’altra anima del Cielo di Mercurio, Romeo di Villanova: egli era un umile pellegrino che divenne consigliere del conte di Provenza Raimondo Berengario IV. A causa di alcune calunnie, però, Romeo se ne dovette andare dalla corte e decise di vivere poveramente la sua vecchiaia.

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