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Canto 6 Inferno - Parafrasi

1-12
Quando ripresi i sensi che (per lo svenimento) avevo perduto davanti alla condizione angosciosa dei due cognati (Paolo e Francesca) che mi aveva completamente turbato per la tristezza, vedo intorno a me nuove pene e nuove anime sofferenti, in qualunque direzione io cammini e mi giri e dovunque io guardi. Io sono giunto al terzo cerchio, quello della pioggia eterna, maledetta, fredda e opprimente; il suo ritmo di caduta e la sua natura non mutano mai. Grossi chicchi di grandine, acqua nera e neve si rovesciano nell'aria buia; la terra che riceve questa mistura puzza.

13-21
Cerbero, belva crudele e mostruosa, con le sue tre fauci latra, come un cane sopra le anime che là sono sommerse (dalla fanghiglia). Ha gli occhi rossi, la barba sudicia e nera, il ventre grasso e le mani con gli artigli; graffia gli spiriti, li scuoia e li sqaurta. La pioggia li fa ululare come cani; con uno dei fianchi riparano l'altro; i miserabili peccatori si rigirano frequentemente.

22-33
Quando Cerbero, l'enorme bestia mostruosa, ci scorse, aprì le sue tre bocche e ci mostrò le zanne; non teneva ferma alcuna parte del corpo. E la mia guida (Virgilio) tese in avanti le sue mani aperte, prese della terra, e con pugni pieni la gettò dentro le gole avide (di Cerbero). Come un cane che abbaiando mostra il suo desiderio di cibo, e si calma dopo che ha addentato il pasto, perchè è tuto intento e s'impegna solo a divorarlo, allo stesso modo si calmarono quelle faccie zozze del demonio Cerbero, che stordisce le anime tanto che vorrebbero essere sorde.

34-36
Noi passavamo sopra le ombre che la pesante pioggia opprime, e ponevamo i piedi sulla loro figura inconsistente che ha l'apparenza di un corpo.

37-42
le anime giacevano tutte quante sul suol, tranne una, che si alzò a sedere, non appena ci vide passare davanti a lei. “O tu che sei guidato attraverso questo inferno”, mi disse, “riconoscimi se riesci: tu sei nato prima che io fossi morto”.

43-48
E io gli risposi: “La sofferenza che tu provi forse ti allontana dalla mia memoria, tanto che non mi sembra di averti mai visto. Ma dimmi chi sei, tu che sei posto in un luogo così doloroso e subisci una tale pena che, se anche qualche altra è maggiore, nessuna è altrettanto sgadrevole”.

49-57
Ed egli mi rispose: “La tua città (Firenze), che è piena d'invidia al punto che ha superato ogni limite, mi tenne dentro di sé nella mia vita serena. Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: a causa del peccato di gola, che mi ha condotto alla rovina eterna, come puoi vedere, mi logoro sotto la pioggia. E io, anima peccatrice, non sono la sola qui, perchè tutte queste sono sottoposte alla mia stessa pena per la stessa colpa”. E non disse altro.

58-63
Io gli risposi: “Ciacco, il tuo patimento mi addolora, tanto che m'induce a piangere; ma dimmi, se lo sai, a quale esito giungeranno i cittadini della città divisa in due fazioni (Firenze); se c'è qualche cittadino giusto; e rivelami la causa per cui una così grande discodia l'ha colpita”.

64-75
Ed egli mi rispose: “Dopo una lunga contesa giungeranno allo scontro armato, e il partito rustico (quello dei bianchi) caccerà in esilio l'altro (quello dei neri) con molta violenza. Poi, in seguito, accadrà che il partito dei bianchi soccomba entro tre anni, e che il partito dei neri prevalga con l'aiuto di uno che ora si mostra neutrale. (Questo partito) terrà la testa alta per molto tempo tenendo l'altro (quello dei bianchi) sotto una pesante oppressione, quantunque si lamenti e si sdegni di ciò. I cittadini giusti sono pochissimi, e (per di più) non sono ascoltati; la superbia, l'invidia e l'avarizia sono le tre scintille che hanno infiammato gli animi (alla lotta civile)”.

76-84
Qui terminò il suo doloroso discorso. E io gli chiesi: “Desidero che tu mi riveli ancora altro e che mi conceda altre tue parole. Dimmi dove sono Farenata e il Tegghiaio, che furono così insigni, Iacopo Rusticucci, Arrigo e il Mosca e gli altri cittadini che dedicarono la loro opera al bene della città e fa' in modo che io conosca la loro sorte; perché mi stimola un gran desiderio di sapere se il paradiso concede loro la dolcezza della beatitudine o se l'inferno li amareggia con le pene”.

85-93
Ed egli mi rispose: “Essi sono tra le anime più colpevoli; colpe diverse li condannano nei cerchi più profondi: se scendi così in basso, là li potrai vedere. Ma quando tu sarai tornato nel dolce mondo, ti prego che mi ricordi alla memoria degli altri viventi: non ti dico altro e non ti rispondo più”. Allora piegò obliquamente gli occhi che teneva rivolti verso di me; mi guardò un poco e poi abbassò la testa: cadde con essa a terra, come gli altri dannati, privi della luce divina.

94-99
E la mia guida (Virgilio) mi disse: “Egli non si rialzerà più prima dello squillo della tromba angelica (che annuncerà il giudizio universale), quando verrà quel potente nemico dei dannati (Cristo): ciascun dannato rivedrà la sua miserabile tomba, riprenderà il suo corpo e la sua immagine, udirà quella sentenza che risuonerà immutabile in eterno”.

100-105
Così passammo oltre attraverso il lurido miscuglio delle anime della pioggia, a passi lenti, ragionando un po' della vita eterna; perciò io dissi: “Maestro, queste pene aumenteranno dopo il giudizio universale, o saranno minori, o saranno altrettanto dolorose?”.

106-111
Ed egli mi rispose: “Ricorda la tua dottrina filosofica, che afferma che tanto più una sostanza è perfetta tanto più sente il piacere e allo stesso modo il dolore. Sebbene queste anime dannate non possano giungere mai a una piena perfezione, tuttavia spettano dopo il giudizio finale di essere più perfette che prima”.

112-115
Noi continuammo la strada girando attorno al bordo del cerchio, dicendo più cose di quante io non riferisca; giungemmo al punto dopo si scende in un altro cerchio: là trovammo Pluto, il grande nemico (degli uomini).

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