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Inferno – Incontro di Dante con Minosse – canto V


Per la tradizione mitologica, Minosse è il figlio di Giove e di Europa, re e legislatore di Creta. Già con Omero e con Virgilio egli aveva il ruolo di giudice dell’Ade e il poeta latino gli aveva associato il fratello Radamanto. Dante lo trasforma in demonio e ministro della giustizia divina. Le sue fattezze sono mostruose e la sua lunga coda di serpente gli serve come strumento per amministrare la giustizia. Egli assegna ai diversi luoghi i dannati, indicandone l’ordine col rispettivo numero di avvolgimenti della coda intorno al corpo. La concisione estrema della terzina in cui Dante indica come avviene il giudizio, necessita di un’ulteriore spiegazione e esemplificazione. Ecco perché nella terzina seguente, Dante precisa che quando l’anima dannata si presenta a cospetto di Minosse, essa confessa e riconosce tutti i peccati commessi. A questo punto, il demone, da giudice istruttore ed insieme ministro esperto, stabilisce subito quale sia la zona dell’inferno che più gli si adatta e comunica tale decisione cingendosi tante volte quanti sono i gradini o cerchi che il dannato deve scendere. Dinnanzi a lui, le anime sono sempre numerose, una dopo l’altra confessano le colpe, ascoltano la sentenza ed immediatamente sono scaraventate verso il basso. Quando Minosse scorge Dante, egli interrompe l’azione del suo compito invitandolo a fare attenzione all’ingresso e soprattutto alla persona che lo guida e in cui ripone ogni fiducia. Continua sottolineando di non farsi ingannare dalla spaziosità e quindi dall’agevolezza dell’ingresso. Il concetto di spaziosità si ritrova in Virgilio, in Ovidio e anche nel Vangelo di S. Matteo che indica la via dell’ Inferno come “spatiosa via”. Virgilio si rivolge allora a Minosse chiedendogli perché egli continui a parlare a sproposito dato che non può impedire il cammino di Dante in quanto voluto dal destino. È a questo punto che Virgilio pronuncia la celebre frase: “Vuolsi così cola dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare” , cioè “Questa è la volontà presa nel luogo in cui è possibile tutto ciò che si vuole”, cioè da Dio, in Paradiso. Da notare che si tratta delle stesse parole che Virgilio rivolge a Caronte nei versi 95-96 del canto III dell’ Inferno. Minosse non replica e Dante e Virgilio possono proseguire il loro viaggio.
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