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Canto V


È la sera dell’8 aprile, venerdi santo. Dante si trova nel secondo cerchio, dove ci sono i lussurios, che secondo la legge del contrappasso, come in vita furono travolti da una passione smodata, così adesso sono dannati in eterno a venir travolti da una incessante bufera. All’entrata Dante incontra Minosse, che esamina le colpe dei dannati, li giudica e li manda nei diversi gironi a seconda di quante volte attorciglia la coda. Minosse era il mitico re di Creta, figlio di Giove e di Europa, e ha funzione di giudice, come nell’Eneide, solo che Dante lo trasforma in un demone. Anche Minosse sbraita quando vede Dante, essendo vivo, e ancora una volta Virgilio spiega che non devono far altro che ubbidire, perché è la volontà di Dio. I peccatori carnali sono sbattuti avanti e indietro, trascinati da una forte corrente, mentre questi bestemmiano Dio e i loro genitori. “Maestro di chi sono le anime di costoro?”. Virgilio risponde: “la prima di coloro di cui vuoi notizia fu imperatrice di molti popoli, così ella cadde nel vizio della lussuria che rese lecito ogni piacere nelle sue leggi. Ella è Semiramide, sposa di Nino e gli succedette al trono; governò la terra di Babilonia. L’altra è Didone, colei che si uccise per amore e ruppe il giuramento di fedeltà promesso alle ceneri del marito Sicheo. Poi viene la lussuriosa Cleopatra. Vedi Elena, e vedi il grande Achille, che alla fine combatté per amore”. E Virgilio mostrò una moltitudine di anime, ma Dante fu attirato da una coppia di anime, e chiese di parlare con loro. Una di quelle rispose: “O uomo cortese e benevolo, se ci fosse amico il re dell’universo, noi lo pregheremo di concederti pace, poiché hai pietà per la nostra crudele sofferenza. La città dove nacqui è adagiata sulla costa dove il Po sfocia in mare. L’amore che si impossessa rapidamente di un cuore nobile, fece innamorare lui (Paolo) del bel corpo che mi fu tolto e l’intensità di questo amore ancora mi soggioga. L’amore che mi fece innamorare ardentemente di costui, mi condusse a una medesima morte”. A parlare è la voce di Francesca, di Ravenna, figlia di Guido da Polenta. Dopo il 1275 fu data in sposa ad un uomo deforme, Gianciotto Malatesta, signore di Rimini, forse con inganno (credeva infatti di sposare Paolo) o forse per ragioni politiche. Dopo il matrimonio ella si innamorò del fratello di Gianciotto, Paolo, ed entrambi furono trucidati tra il 1283 e il 1285. Dante abbassa lo sguardo: ha capito che l’amore li ha portati alla morte, e incuriosito chiede come i due si fossero innamorati. “Non c’è dolore più grande nel ricordare il motivo della nostra condizione. Ma se tu sei così desideroso di sapere te lo racconterò tra le lacrime. Un giorno ci dilettavamo nella lettura di come l’amore vinse Lancillotto, eravamo soli. Più volte quella lettura ci indusse a guardarci negli occhi e ci fece impallidire; quando leggemmo che la bocca sorridente di Ginevra fu baciata da un amante tanto nobile e ardente, Paolo mi baciò sulla bocca, tutto tremante. Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: quel giorno non procedemmo oltre nella lettura”. Mentre Francesca ricordava, Paolo piangeva, tanto che Dante si sentì mancare e cadde.
Galeotto era il famoso siniscalco Galehaut, araldo di re Artù, e come lui fece da tramite tra Ginevra e Lancillotto, così il libro spinse a rivelare l’amore segreto tra Paolo e Francesca. Leopardi suggerisce anche ai moderni di mettersi alla priva scoprendo se stessi, infatti dice: “nessuno diventa uomo innanzi di aver fatto una grande esperienza di se”. Questa possibilità di mettersi in gioco è un amore che coinvolga in maniera radicale la nostra personalità.
Dante si commuove, prova pietà, comprende questo peccato, ma non può che condannare questo modello di amore. Il peccato di Francesca non è tanto quello di aver intrecciato una relazione con il cognato, tradendo il marito, il suo peccato consiste in un meccanismo psicologico che l’ha portata a non vedere altro che l’amore, non esisteva altro al di fuori di esso. Anche Dante, pur di rivedere la sua amata, si è messo in questo lungo viaggio pericoloso e doloroso, quindi non condanna l’amore in se, ma condanna chi finisce per essere schiavo di questo sentimento.
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