VITA NOVA

La prima opera unitaria di Dante è la ‘Vita nova’ scritta in latino, composta intorno al 1292 e il 1294 e stampata la prima volta nel 1576. L’opera fu chiamata così in quanto il titolo rinvia al rinnovamento spirituale e poetico che Dante ha grazie all’incontro con Beatrice. Per la struttura dell’opera, Dante si ispirò al ‘De consolazione philosophiae’ di Boezio, il modello latino-medioevale del prosimetro, un componimento dove parti in prosa e parti in rima si alternano. Nelle parti in prosa, Dante commenta le liriche inserendole in un itinerario autobiografico che ruota attorno alla vicenda dell’innamoramento per Beatrice. L’autore, però, basandosi sull’esperienza biografica, proietta l’amore per Beatrice su un piano allegorico e universale. L’aspetto autobiografico rinvia al modello introspettivo delle ‘Confessioni’ di sant’Agostino mentre i modi in cui Dante celebra la ‘santificazione’ del protagonista si ispirano alla letteratura angiografica dei vangeli.

Dante incontra Beatrice per la prima volta all’età di nove anni; l’incontro si ripete nove anni dopo con l’aggiunta del saluto da parte della giovane. A questo evento segue l’invenzione di donne schermo per proteggere l’amore dai malparlieri. Purtroppo i pettegolezzi sulla presunta passione di Dante fanno sì che Beatrice gli neghi il saluto. Dalla disperazione del poeta nasce la poesia della ‘loda’, la pura e gratuita esaltazione dell’amata. Alla morte di Beatrice, Dante precipita nello sconforto che viene temporaneamente sospeso con l’arrivo di una ‘donna pietosa’ che sembra distrarlo dal suo antico dolore. L’opera si conclude con una ‘mirabile visione’ che suggerisce a Dante di trattare in futuro più degnamente Beatrice. Questa conclusione, considerandola successivamente, contiene il presagio del futuro progetto della commedia.
Nella Vita nova, predomina l’allegorismo spirituale e la figura della donna angelo assume connotati che rinviano alla figura di Cristo stesso. L’amore virtuoso eleva moralmente il poeta conducendolo sulla strada della salvezza spirituale.

CONVIVIO

Il ‘Convivio’ è un’opera in volgare scritta intorno al 1304 e al 1308 e sarebbe dovuta essere composta di 15 trattati: il primo con funzione introduttiva e gli altri dedicati al commento di quattordici canzoni. Il poeta, però, non riuscirà ad andare oltre il quarto trattato in quanto si dedicherà totalmente alla stesura della Commedia. Il titolo dell’opera racchiude tutta la sua struttura, nella quale le canzoni rappresentano il cibo e il commento il pane che le accompagna.

Nel primo libro, che ha funzione introduttiva, sono esposte le ragioni, i contenuti dell’opera e anche la giustificazione per la scelta del volgare. Con questa scelta, Dante ingrandisce il suo pubblico raggiungendo tutti gli uomini che desiderano sapere. Dante sceglie il volgare anche perché i trattati del ‘Convivio’ sono scritti come commento filosofico di liriche in volgare e il commento è un testo servile cioè al servizio di un altro testo.
Nei tre libri successivi, il poeta spiega le canzoni contenute nei trattati ponendole su due piani sensoriali: uno letterale e uno allegorico.
Nel secondo libro viene commentata la canzone ‘voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete’ in cui Dante, parlando del senso letterale,può aprire una parentesi sul numero dei cieli, sull’immortalità dell’anima e sugli effetti dell’amore. Per quanto riguarda il senso allegorico, Dante identifica la ‘donna gentile’ con la Filosofia.
Nel terzo libro viene commentata la canzone ‘Amor che ne la mente mi ragiona’. Qui il senso letterale è la spiegazione di cosa sia l’amore e come si manifesta negli uomini e nel mondo; il senso allegorico è, ancora, l’identificazione della donna con la Filosofia e, inoltre, c’è un vero e proprio elogio alla sapienza.
Nel quarto libro viene commentata la canzone ‘Le dolci rime d’amor’, in cui sono definiti i concetti di gentilezza e nobiltà. Quest’ultima e intesa, però, in pieno senso stilnovistico; ovvero come insieme di virtù morali indipendentemente dalla nobiltà di sangue.

DE VULGARI ELOQUENTIA

Il ‘De vulgari eloquentia’ è un’opera in latino scritta da Dante intorno al 1303 e 1305 e dedicata all’arte del volgare. L’opera si può considerare come un trattato di poetica e retorica ma è anche un vero trattato di politica culturale in quanto la ‘Rettorica’, ‘arte del dire’ e ‘Rectorica’, ‘arte del fare’ si sovrappongono grazie all’esperienza avuta alla corte di Federico II che portò Dante all’idea di uno Stato governato da un intero ceto intellettuale con funzione laica. Il poeta scrive il latino un’opera sul volgare in quanto vuole che raggiunga un pubblico internazionale e lo indirizza direttamente ai doctores illustres, cioè a quei poeti e prosatori che vogliono servirsi del cosiddetto ‘volgare illustre’, un volgare che superi i confini ristretti dei territori comunali e che si affermi come vero volgare comune.
Dante fa, inoltre, una distinzione tra lingua volgare, la lingua che i bambini imparano da chi li circonda, e gramatica, una lingua che lui definisce di ‘secondo grado’ regolata da norme precise come, ad esempio, il latino, il greco e l’arabo. Grazie a questa distinzione, notiamo come Dante non aveva colto la continuità tra il latino e il volgare e la derivazione del secondo dal primo. Nonostante l’errata prospettiva, in quest’opera Dante afferma la superiorità del volgare nei confronti del latino.

DE MONARCHIA

Il ‘De monarchia’ è un’opera rivolta ad un pubblico internazionale delle classi dirigenti e dei dotti e, pertanto, scritta in latino con un’incerta data di stesura. L’opera è divisa in tre libri:
Nel primo libro dimostra, su basi politiche e filosofiche, l’utilità dell’Impero. Egli ritiene che solo l’autorità del monarca, possedendo ogni cosa e, per questo, non desiderando nulla, può assicurare agli uomini giustizia e libertà. Inoltre, solo una volontà che ordina tutte le altre può garantire il benessere dell’umanità. È proprio per questi due aspetti che Dante afferma quanto la monarchia sia necessaria.

Nel secondo libro evoca la storia e la nobiltà del popolo romano che si manifesta nel suo carattere più felice poiché Cristo scelse di nascere sotto di esso e, al momento della morte, si sottomise ad una sentenza pronunciata in nome dell’imperatore.
Nel terzo libro affronta la questione dei rapporti tra Impero e Chiesa. Prima il poeta afferma che l’Impero è subordinato alla Chiesa; poi afferma la diretta dipendenza da Dio del potere imperiale. Infine illustra le ragioni che rendono necessaria l’esistenza di due autorità autonome, entrambe dipendenti direttamente da Dio e ognuna sovrana in diversi ambiti della vita umana, la cosiddetta ‘teoria dei due soli’.
L’idea di due diverse forme di felicità portava con sé un principio eretico, ovvero discordante al pensiero cristiano che non esiste una felicità nella vita terrena. Per questo il trattato venne fatto oggetto di condanna ecclesiastica.

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