Concetti Chiave
- L'emigrazione italiana è iniziata nel 1820, con un aumento significativo a partire dal 1880, arrivando a circa 100.000 persone all'anno, principalmente dal Nord-Est e dal Mezzogiorno.
- Nel 1913, l'emigrazione raggiunse il suo picco, mentre la situazione economica nel Meridione si deteriorava a causa della cattiva gestione politica dei Savoia.
- La Prima Guerra Mondiale interruppe il movimento migratorio, ma dopo il conflitto, l'emigrazione riprese, portando a una significativa perdita di popolazione italiana.
- Negli anni '30, il regime fascista limitò drasticamente l'emigrazione, considerandola una minaccia e instaurando controlli severi sui movimenti degli emigranti.
- Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l'emigrazione riprese intensamente fino al 1971, quando l'Italia si trasformò da paese di emigranti a paese di immigrati, con flussi sempre più clandestini.
L'inizio dell'emigrazione italiana
L’emigrazione italiana era iniziata nel 1820, subito dopo le guerre napoleoniche. Nel 1830 in America si contavano appena 440 italiani, ma a partire dal 1880 si conobbe un’emigrazione di circa 100.000 persone l’anno, principalmente dal Nord-Est e dal Mezzogiorno.
Crescita dell'emigrazione e impatto
Poi andò crescendo in proporzioni impressionanti sul resto d’Italia e toccò il massimo nell’anno 1913.
Conseguenze economiche e sociali
I Savoia, appena saliti al potere, fecero subito rimpiangere i Borboni: ruberie ovunque, assassini, fucilazioni, debiti nei Comuni, nelle Province.
Milioni di debiti,distrussero in poco tempo l'economia del Meridione.
Fecero sparire tutto: i macchinari delle fabbriche, i beni religiosi,i beni demaniali, libri antichi,e persino le rotaie dei binari ferroviari.
Così uomini validi, abbandonavano città e paesi,il lavoro dei campi,e andavano a rendere fertili le terre altrui;ed ad accrescere la ricchezza di popoli stranieri, costruendo dighe, ponti, gallerie, grattacieli, palazzi, musei, ferrovie, o trasformando i deserti in terreni fertili.
Interruzione e ripresa post-bellica
Lo scoppio della guerra europea, nel 1914, interruppe il movimento migratorio, ma al termine del conflitto con la crisi economica, la corrente migratoria, riprese il suo moto, tanto che in dieci anni l’Italia perse una popolazione superiore a quella dell’intero Lazio.
Nel 1927 gli Italiani all’estero erano già moltissimi di cui 27’570 solo in Australia e Oceania.
Restrizioni e politiche fasciste
Dal 1931 le cose mutarono aspetto: sia perché gli Stati Uniti limitarono il numero degli stranieri ammessi, sia perché il Governo Fascista riuscì a diminuire e quasi eliminare del tutto l’esodo.
L’emigrante era addirittura considerato un soggetto “pericoloso” e il controllo dei suoi movimenti rientrava in una normativa poliziesca di controllo dell’ordine pubblico.
Leggi e assistenza agli emigranti
Con la legge del 1888 si riconobbe finalmente la libertà di emigrare.
Altrettanto fece poi la Chiesa nel 1900, quando Monsignor Bonomelli creò l’Opera Bonomelli: una specie di assistenza all’emigrante; ne fecero una anche i socialisti creando a Milano la Società Umanitaria.
Sempre nel 1931 Mussolini emanò una legge che condannava da uno a cinque anni ed a una multa salatissima chi truffava le persone facendosi consegnare o promettere somme di denaro come compenso per farle emigrare.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, dal 1946 fino al 1971, l’emigrazione è nuovamente ripresa con ritmo assai intenso, in 25 anni emigrò una popolazione pari all’intera Austria.
Si calcola che nel corso del secolo il totale dei partiti fu circa 29.000.000 a solo 10.275.000 fecero ritorno in patria; essi tornarono soprattutto dai Paesi Europei. Rari i rimpatri dalle Americhe e rarissimi quelli dall’Australia. A queste perdite si devono aggiungere i danni derivati dal dislivello creato nella popolazione tra maschi e femmine. Fortissimo quello del primo periodo quando gli uomini che abbandonavano l’Italia un po’ meno quello del secondo periodo. Fra le cause economiche e sociali che hanno determinato questo grande esodo la prima di queste è quella dovuta a un incapace sistema politico di fare scelte mirate allo sviluppo dell’agricoltura. Queste scelte politiche favorivano con ogni mezzo gli espatri, perché alleggerivano il mercato del lavoro nazionale della manodopera superflua, pur tenendo presente di non oltrepassare certe quote per non correre il rischio di dover aumentare i salari a causa della scarsa manodopera, come temevano i possidenti agrari. Gli economisti dell’epoca consideravano emigratorio come una valvola di sicurezza del Sistema Economico Italiano, sostenendo che non si potevano creare tanti posti di lavoro quanti erano le persone in grado di occuparli.
Così gli altri Paesi Europei, si avvantaggiarono enormemente fino ad avere un troppo non di uomini ma di produzione, che potevano così destinare all’esportazione nella stessa Italia, carente perfino di generi alimentari.
In Belgio più nessun locale voleva scendere nelle miniere, in Svizzera nessuno voleva più fare il cameriere, in Francia le persone non desideravano fare i contadini e in Germania i lavoratori non ambivano certo a fare i facchini. Così, mentre in Italia l’emigrazione provocava squilibri demografici e disfunzioni nelle economie regionali e nazionali, in altri paesi proprio con gli emigranti italiani venivano riequilibrate tutte le attività economiche della vita collettiva.
Se non ci fosse stata la manodopera italiana, per far accettare un posto di spazzino ad un locale avrebbero dovuto dargli un salario superiore a quello di un ingegnere.
Oggi ci è facile capire quel fenomeno visto che la stessa situazione si presenta all’Italia con l’immigrazione degli stranieri; e, come dicono alcuni politici, gli stranieri ci sono necessari.
Dal 1971 l’emigrazione dall’Italia è quasi del tutto cessata. Il numero dei pochi espatriati è pari a quello dei rimpatriati, con un saldo in pareggio; questo fino al 1980. Poi si è invertita la tendenza, da paese di emigranti l’Italia si è, negli ultimi anni trasformata in un Paese di immigrati.
Oggi il flusso è continuo e soprattutto, spesso clandestino; quanti siano precisamente gli stranieri in Italia nessuno lo sa. L’emigrazione italiana era iniziata nel 1820, subito dopo le guerre napoleoniche. Nel 1830 in America si contavano appena 440 italiani, ma a partire dal 1880 si conobbe un’emigrazione di circa 100.000 persone l’anno, principalmente dal Nord-Est e dal Mezzogiorno. Poi andò crescendo in proporzioni impressionanti sul resto d’Italia e toccò il massimo nell’anno 1913.
I Savoia, appena saliti al potere, fecero subito rimpiangere i Borboni: ruberie ovunque, assassini, fucilazioni, debiti nei Comuni, nelle Province. Milioni di debiti,distrussero in poco tempo l ‘economia del Meridione. Fecero sparire tutto: i macchinari delle fabbriche, i beni religiosi,i beni demaniali, libri antichi,e persino le rotaie dei binari ferroviari.
Così uomini validi, abbandonavano città e paesi,il lavoro dei campi,e andavano a rendere fertili le terre altrui;ed ad accrescere la ricchezza di popoli stranieri, costruendo dighe, ponti, gallerie, grattacieli, palazzi, musei, ferrovie, o trasformando i deserti in terreni fertili. Lo scoppio della guerra europea, nel 1914, interruppe il movimento migratorio, ma al termine del conflitto con la crisi economica, la corrente migratoria, riprese il suo moto, tanto che in dieci anni l’Italia perse una popolazione superiore a quella dell’intero Lazio. Nel 1927 gli Italiani all’estero erano già moltissimi di cui 27’570 solo in Australia e Oceania.
Dal 1931 le cose mutarono aspetto: sia perché gli Stati Uniti limitarono il numero degli stranieri ammessi, sia perché il Governo Fascista riuscì a diminuire e quasi eliminare del tutto l’esodo.
L’emigrante era addirittura considerato un soggetto “pericoloso” e il controllo dei suoi movimenti rientrava in una normativa poliziesca di controllo dell’ordine pubblico.
Con la legge del 1888 si riconobbe finalmente la libertà di emigrare.
Altrettanto fece poi la Chiesa nel 1900, quando Monsignor Bonomelli creò l’Opera Bonomelli: una specie di assistenza all’emigrante; ne fecero una anche i socialisti creando a Milano la Società Umanitaria.
Sempre nel 1931 Mussolini emanò una legge che condannava da uno a cinque anni ed a una multa salatissima chi truffava le persone facendosi consegnare o promettere somme di denaro come compenso per farle emigrare.
Domande da interrogazione
- Quali furono le cause principali dell'emigrazione italiana nel XIX secolo?
- Come influenzò la Prima Guerra Mondiale il movimento migratorio italiano?
- Quali furono le politiche fasciste riguardo all'emigrazione?
- Quali misure furono adottate per assistere gli emigranti italiani?
- Come si è evoluta la situazione dell'emigrazione italiana dopo la Seconda Guerra Mondiale?
L'emigrazione italiana iniziò nel 1820, principalmente a causa delle difficoltà economiche e sociali, come i debiti accumulati dai Savoia e la distruzione dell'economia del Meridione, che portarono molti a cercare fortuna all'estero.
Lo scoppio della guerra nel 1914 interruppe l'emigrazione, ma dopo il conflitto, la crisi economica portò a una ripresa del fenomeno, con l'Italia che perse una popolazione superiore a quella dell'intero Lazio in dieci anni.
A partire dal 1931, il governo fascista limitò drasticamente l'emigrazione, considerandola un fenomeno pericoloso e imponendo controlli severi sui movimenti degli emigranti.
Nel 1888 fu riconosciuta la libertà di emigrare, e nel 1900 fu creata l'Opera Bonomelli per assistere gli emigranti, seguita da iniziative simili da parte dei socialisti a Milano.
Dopo la guerra, dal 1946 al 1971, l'emigrazione riprese intensamente, con circa 29 milioni di italiani che partirono, ma solo 10,3 milioni tornarono, evidenziando un significativo squilibrio demografico.