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L’appartamento di George Clarke. Le nove di sera – settembre. L’appartamento è al primo piano di un grande edificio vittoriano, di Hampstead.
La scena è un’ampia stanza, suddivisa in una zona soggiorno, che ne occupa i due terzi e una cucina. Due bassi gradini suddividono le due zone. Sulla parete di destra si apre una finestra che si affaccia sui tetti. La porta di fronte si apre su un pianerottolo e su un sottoscala. A sinistra una porta, che comunica con la camera da letto, è separata dal soggiorno da una porta scorrevole. Nella camera da letto è visibile il letto di George. L’appartamento ovviamente appartiene a uno scapolo, molto maschile, ma con le pareti coperte da un ammasso di quadri antiquati. L’arredamento è di un po’ tutte le epoche, fuorchè moderno, e la stanza è sommersa di piccoli oggetti che George ha acquistato dai rigattieri. Il soggiorno è arredato con una poltrona, una scrivania spaziosa, scaffali di libri sulla parete di fondo, un grammofono e un carrello con i drink. Tavolini bassi sparsi, e su uno di essi, il telefono. La cucina è dotata di frigorifero, credenze e scaffali, un fornello unito al lavello.

Sul davanti un tavolino rotondo con due sedie. Interruttori della luce a lato della porta di ingresso, sulla parete, avanti, vicino al carrello dei drink e ai lati della camera da letto, per illuminare la cucina.
All’alzarsi del sipario, George è in cucina: si sta preparando la cena. Ha superato i trenta anni, è molto ordinato e preciso. Indossa una camicia bianca con cravatta a righe, pantaloni scuri ben stirati, e bretelle. Al momento ha anche un grembiule. Il tavolino della cucina è apparecchiato per una sola persona ed è ingombrato da barattoli di ingredienti, una bilancia e un libro di cucina. Sul fornello tre tegami, contenenti rispettivamente riso, “siky yaki” e qualcosa di indecifrabile che sta cuocendo. Sullo scaffale un contaminuti. La cucina è illuminata, ma il soggiorno è al buio, eccetto per una piccola luce che viene dalla strada attraverso le tende semiaperte. Dopo un istante suona il contaminuti. George consulta il libro di cucina, prende qualcosa dal tavolo e lo versa nel tegame del “siky yaki”. Nel frattempo, suona il telefono. Esita, guada l’orologio, scuote la testa e continua a cucinare. Dopo un momento regola il fornello, poi va verso il telefono. Si ferma e torna indietro, calmo, ad accendere la luce. Torna indietro e si siede accanto al telefono, cambia idea, si alza e accende la luce centrale. Torna a sedersi, prende il telefono e parla immediatamente.
GEORGE - (Al telefono) Pronto, Helen… eh? Cos’è che non dovrei fare?… Dico sempre “pronto, Helen”… Chi altro potrebbe essere?… In quel caso direi semplicemente: ”chiedo scusa, credevo che fosse mia sorella. Mi chiama sempre alle nove”. Veramente sei in ritardo di cinque minuti… il dottore, certo… Che cosa? Ero occupato in cucina… Suky yaky… Suky yaky. E’ giapponese… Certo non voglio rovinarmi lo stomaco. Sai che mi piace fare degli esperimenti… Io sono… No, no, solo. E perché sei andata dal dottore questa volta? (Come ha terminato la domanda realizza che non avrebbe dovuto farlo e allontana il ricevitore da sé per qualche istante. Poi ascolta di nuovo) Per i reni, oh, Signore! (Ascolta di nuovo per un momento. Con compassione) Oh, santo cielo… Oh, santo cielo… oh, santo cielo… (Helen evidentemente ha preso il via, George coglie l’occasione per posare il telefono sulla poltrona e precipitarsi in cucina. Rapidamente abbassa la fiamma sotto tutti i fornelli. Corre di nuovo al telefono, ma si ferma. Si versa rapidamente del whisky con soda e poi riprende il ricevitore) Oh, santo cielo!
(da sopra giunge il suono di un registratore che suona un motivo di moda, a pieno volume. George sussulta)
(Al telefono) Dicevi?… Non sento bene. C’è un baccano pazzesco che viene da sopra… non dovrebbero proprio affittare questi appartamentini a degli hippy. Certe volte dura tutta la sera… Ci ho provato, ma è come se parlassi un’altra lingua… E’ incominciata con due giovanotti, ma adesso ce ne sono abbastanza per… Dunque che cosa stavi dicendo, cara?… Il dottore è preoccupato per la tua vita… i tuoi reni, voglio dire…
(Da sopra giunge il rumore di una lite tra Davey e Louise. Anche se non si distinguono le parole, la voce di Louise è quella dominante. Al telefono)
Oh, Santo cielo, è spiacevole… Uno specialista? (Sussulta al rumore che viene da sopra) Scusa, non ho sentito. Ci risiamo, di sopra – sembra che stiano litigando… Eh? No, non credo che uno specialista ti farebbe – ma perché non ti trasferisci a Bournemouth dalla mamma? (Da sopra giunge un forte rumore di cocci)
Oh, mio Dio, ma che cosa combinano?! Dio solo lo sa!
(La porta di sopra si apre si chiude fragorosamente)
Esco a concentrarmi. C’è un baccano d’inferno e non riesco a concentrarmi. (Si sente suonare insistentemente alla porta d’ingresso. Sorpreso) Oh! (Al telefono) C’è qualcuno. Aspetta un momento. (Sempre tenendo il telefono va alla porta mentre continuano a suonare da fuori) Ecco, ecco, sto arrivando. (Apre la porta).
(Entra Louise. E’ una giovane del nord sui diciassette anni e veste in modo anticonformista. Una specie di camicione che le copre appena il ginocchio, i capelli lunghi sciolti sulle spalle, una sacca con tracolla, e piedi nudi negli zoccoli. Ha l’aria arrogante e molto sicura di sé. E’ anche visibilmente incinta. George la guarda stupito. Lei entra, va allo sgabello e vi si lascia cadere sopra. George, sempre ammutolito, va ad osservarla).
(Al telefono) Ehm – Helen… Sì, sto bene… E’ uno di quelli di sopra… No, non un giovanotto… (Louise apre gli occhi nel sentire la precisazione. Al telefono) Helen, richiamami tra qualche minuto… No, non voglio entrarci. (George mette giù il telefono e guarda Louise. Dopo qualche istante) Si sente bene?

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