Concetti Chiave
- Il ritratto di Totò Merumeni evidenzia un intellettuale raffinato ma superficiale e cinico, incapace di realizzare i propri sogni e ridotto a una vita prosaica.
- La demistificazione del dannunzianesimo si manifesta attraverso la rappresentazione della vita di Totò, simbolizzata dalla sua casa in rovina e dalla disfunzione familiare.
- Totò è descritto come un inetto, ritirato in un mondo di elucubrazioni, con la poesia e la filosofia come uniche consolazioni per la sua aridità esistenziale.
- Nei versi finali, Totò sembra riconoscere la sua condizione e mostra segni di una possibile crescita interiore, aperto ai valori autentici della vita.
- L'uso di toni ironici e autoironici nella lirica serve a dissacrare le mitologie dannunziane, con riferimenti alla biografia dell'autore e alla sua produzione letteraria.
Indice
Ritratto di un intellettuale raffinato
La lirica offre il ritratto di un intellettuale raffinato (molta cultura e gusto in opere d’ingegno, v. 18), ma anche superficiale, cinico (scarso cervello, scarsa morale, v. 19) e freddo (gelido, v. 29). Egli è simile a certi personaggi dannunziani (si pensi al protagonista de Il Piacere, Andrea Sperelli) o allo stesso d’Annunzio, nella misura in cui la sua vita incarnava determinate qualità della sua produzione letteraria. Totò Merumeni somiglia, insomma, a un esteta decadente (è il vero figlio del tempo nostro, v. 20) venato di superomismo (al v. 30 c’è un esplicito riferimento a Nietzsche, anche se con intento antifrastico), ma decisamente ridimensionato a un livello più basso e prosaico. Egli, infatti, ha verificato l’impossibilità di declinare concretamente, nell’esistenza reale, le suggestioni e i miti della Vita e dell’Amore (scritti dannunzianamente con le iniziali maiuscole ai vv. 37 e 38, come a sublimarli attraverso un’enfatica personificazione), senza riuscire a fare della propria vita quell’opera d’arte che aveva sognato. Proprio per questo ha scelto ora una sorta di esilio volontario dalla società.
Demistificazione gozzaniana del dannunzianesimo
Da qui prende le mosse la demistificazione gozzaniana del dannunzianesimo: l’abitazione di Totò è una villa di campagna un tempo elegante, ora in rovina e assediata dai creditori (spoglio dagli antiquari, v. 8); la sua parentela è costituita da una madre inferma, una prozia canuta ed uno zio demente (vv. 15-16), forse allegorie, rispettivamente, della malattia, della vecchiaia e della follia; la sua compagnia consiste in una ghiandaia rôca, un micio, una bertuccia (vv. 35-36).
Totò Merumeni: un inetto
Totò ha sognato donne fatali e amanti sublimi (attrici e principesse, v. 39), ma ha dovuto accontentarsi di una giovane domestica (la cuoca diciottenne, v. 40); come unica consolazione in tanta aridità gli rimangono la filosofia e la poesia (l’indagine e la rima, v. 54). In altre parole, è un inetto (v. 31), ripiegato su sé stesso, perso nelle proprie elucubrazioni, incapace di un’adesione fattiva alla vita, un “uomo senza qualità” che si può definire soltanto in negativo (Non ricco, v. 21; non […] cattivo, vv. 25, 27 e 30).
Via d'uscita dalla condizione di Totò
Nei versi finali del componimento, però, sembra che Totò riesca a intravedere una via d’uscita dalla sua condizione. Se l’analisi e il sofisma (v. 47), cioè gli eccessi di intellettualismo, l’hanno reso arido, ora che ne è consapevole e ha abbandonato definitivamente i miti illusori che l’hanno condotto a questo punto, appare finalmente capace di una maggiore attenzione ai valori autentici dell’esistenza, forse addirittura disposto a una crescita interiore: medita, s’accresce, esplora, intende / la vita dello Spirito che non intese prima (vv. 55-56).
Ironia e autoironia nella lirica
Tutto il ritratto di Totò è dunque articolato su toni ironici, tesi a dissacrare atteggiamenti e pose delle mitologie dannunziane (estetismo e superomismo). Ma la lirica è percorsa anche da una sottile vena autoironica, perché l’autore accenna in più di un’occasione a sé stesso e alla propria produzione. La villa di Totò sembra tolta da certi versi miei, / sembra la villa-tipo, del Libro di Lettura (vv. 3-4): come altrove, anche in questo componimento Gozzano ama cogliere la realtà filtrandola attraverso la letteratura (compresa la sua) per poterla così rendere oggetto d’ironia. Nel riferimento all’avvocatura rifiutata da Totò (giunta l’ora di «vender parolette», v. 21), invece, si coglie un’allusione del poeta alla propria biografia (gli studi di giurisprudenza mai portati a termine). La cuoca diciottenne che Totò ha come amante (v. 40) rimanda a quegli «amori ancillari» su cui è incentrata un’intera lirica dei Colloqui (Elogio degli amori ancillari), della quale i vv. 41-44 di Totò Merumeni rappresentano una sorta di riassunto.
Anfibologia nell'ultimo verso
L’ultimo verso della lirica costituisce un esempio di anfibologia, cioè di collocazione equivoca delle parole all’interno della frase. Il periodo "Un giorno è nato. Un giorno morirà" (v. 60) si può prestare a due interpretazioni: “è nato un nuovo giorno, che come tutti gli altri giorni finirà” (se si intende Un giorno come soggetto); oppure “Totò, che un giorno è nato, un giorno dovrà morire” (intendendo Un giorno come complemento di tempo e sottintendendo il soggetto, Totò). Un dato intertestuale - un verso del poeta francese Francis Jammes (1868-1938) a cui Gozzano sembra essersi ispirato pressoché letteralmente (Il est né un jour. Un autre jour il mourra, nella lirica Il s’occupe) - fa propendere per la seconda interpretazione.
Domande da interrogazione
- Qual è il ritratto di Totò Merumeni secondo Gozzano?
- Come Gozzano demistifica il dannunzianesimo attraverso la figura di Totò?
- In che modo Totò Merumeni rappresenta un inetto?
- Qual è la possibile via d'uscita dalla condizione di Totò?
- Qual è il significato dell'ultimo verso della lirica?
Totò Merumeni è descritto come un intellettuale raffinato ma superficiale e cinico, simile a personaggi dannunziani, che ha fallito nel realizzare la propria vita come un'opera d'arte e ha scelto un esilio volontario dalla società.
Gozzano demistifica il dannunzianesimo mostrando la vita di Totò, caratterizzata da una villa in rovina e una famiglia problematica, evidenziando la sua solitudine e la sua compagnia di animali piuttosto che di persone.
Totò è un inetto che si rifugia nelle proprie elucubrazioni, incapace di partecipare attivamente alla vita, e si definisce in negativo, non possedendo qualità positive come la ricchezza o la cattiveria.
Alla fine, Totò sembra intravedere una via d'uscita, diventando consapevole della sua aridità intellettuale e mostrando una maggiore attenzione ai valori autentici della vita, con la possibilità di una crescita interiore.
L'ultimo verso presenta un'anfibologia, suggerendo due interpretazioni: la nascita e la morte di un giorno o la nascita e la morte di Totò stesso, con un richiamo intertestuale a Francis Jammes che avvalora la seconda interpretazione.