Concetti Chiave
- Il contenuto analizza la divisione culturale in Italia dopo la nascita del fascismo, evidenziando i sostenitori come Giovanni Gentile e gli antifascisti come Benedetto Croce.
- Nel 1925, il Convegno per la cultura fascista di Bologna portò alla firma del Manifesto degli intellettuali del fascismo, che promuoveva il regime come espressione dello spirito nazionale.
- Le voci dissenzienti si organizzarono in riviste come Non mollare e Rivoluzione liberale, culminando nel Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Croce nel 1925.
- Benedetto Croce, inizialmente favorevole al fascismo, cambiò idea dopo l'omicidio di Matteotti, definendo il regime una malattia morale e continuando a opporsi alla dittatura.
- Nonostante la censura, Croce mantenne la sua influenza e convinse molti accademici a rispettare la loro professione durante il giuramento di fedeltà al fascismo imposto nel 1931.
Questo appunto di Storia si propone di illustrare i due schieramenti formatisi nell’ambiente culturale italiano a seguito della nascita del fascismo nel corso del XX secolo. Tra gli esponenti favorevoli si nomina Giovanni Gentile mentre tra i maggiori autori antifascisti si riporta l’attività di Benedetto Croce.
La nascita del fascismo e l’appoggio ricevuto dalla cultura
Nel marzo 1925, dopo il discorso alla Camera con il quale Mussolini si assumeva l’intera responsabilità (politica, morale e storica) del delitto Matteotti, rapito e assassinato il 10 giugno del 1924 da un gruppo fascista, il mondo accademico cominciò a dividersi fra coloro che erano favorevoli e coloro che invece si dimostravano contrari al regime fascista. Il 29 e il 30 marzo 1925 a Bologna, organizzato dalla locale Università Fascista, si svolse il Convegno per la cultura fascista al quale parteciparono 250 intellettuali italiani, rappresentanti delle più svariate discipline dalla letteratura, all’arte e musica. Intervenne anche Benito Mussolini e alla fine, tutti i partecipanti firmarono il Manifesto degli intellettuali del fascismo, redatto dal filosofo Giovanni Gentile che era stato Ministro dell’Istruzione del Governo Mussolini dal 1922 al 1924 e ispiratore della riforma scolastica che porta il suo nome. Tra i firmatari illustri possiamo citare Luigi Pirandello e Giuseppe Ungaretti. In questo documento, Gentile esprime una linea politica orientata verso la conciliazione ed una raccolta di consensi. Il fascismo viene presentato come un movimento caratteristico dello spirito della nazione italiana perché in grado di garantire tutte le tradizioni e le istituzioni dello Stato. La figura dell’intellettuale avrebbe dovuto sottoporsi al principio superiore dello Stato e diventare intrinseco nei confronti della collettività. Pertanto, per il filosofo, l’individualismo intellettuale costituiva una colpa.Per approfondimenti sul Fascismo vedi anche qua
La risposta antifascista degli intellettuali contro il regime
Nonostante con il passare degli anni, il fascismo andava acquisendo sempre più consensi, alcune voci del dissenso erano ancora in grado di farsi sentire. Tre erano ancora le riviste che si opponevano al regime: Non mollare, fondata a Firenze da Gaetano Salvemini, Rivoluzione liberale di Piero Gobetti e il Quarto Stato di Pietro Nenni e di Carlo Rosselli. Il 1° maggio 1925, gli intellettuali dissenzienti risposero a Giovanni Gentile pubblicando su il “Mondo” il Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto da Benedetto Croce. Esso fu pubblicato nel giorno della festa dei lavoratori ponendosi in antagonismo con quello fascista pubblicato il giorno del natale di Roma. Il concetto fondamentale era l’autonomia e il disinteresse a cui deve ispirarsi il lavoro degli intellettuali: le scienze e le arti sono libere ed autonome in nome dell’intelligenza di ciascun artista o scienziato. Tale documento fu condiviso da Giovanni Amendola, Piero Calamandrei, Eugenio Montale, Matilde Serao e Luigi Salvatorelli. Nel 1931, su consiglio di Giovanni Gentile, Mussolini impose a tutti i docenti universitari un giuramento di fedeltà nei confronti dello Stato fascista; accettarono tutti, eccetto tredici che preferirono abbandonare la cattedra. Nel 1938, furono promulgate le leggi razziali, ma esse passarono sotto silenzio da parte degli intellettuali. Alcune voci discordi si levarono in ambienti cattolici, in particolare ad opera del gruppo fiorentino di Giorgio La Pira; in ogni caso, al di là di voci isolate, la reazione collettiva degli italiani fu prevalentemente di indifferenza e omertà. Qualche espressione di indignazione ci fu, ma essa non andò oltre la sfera privata e comunque perse di intensità col tempo, da un lato per l’attenuarsi della campagna di propaganda, che all’atto pratico della persecuzione spense i riflettori dell’attenzione su di essa, dall’altro per la paura di essere tacciati di pietismo.Per approfondimenti sul Male di vivere del Novecento vedi anche qua

Benedetto Croce voce dell’antifascismo
Benedetto Croce fu un critico letterario, politico, scrittore e politico italiano ed a lui viene attribuito l’essere il principale ideologo del liberalismo del 900. Nato nel 1866, studiò senza terminare i propri studi indirizzati verso la critica letteraria e la filosofia. Tra le sue fonti d’ispirazione possiamo trovare Vico, De Sanctis e Hegel e fondamentale fu l’incontro con Giovanni Gentile con il quale strinse una forte amicizia grazie al rispettivo avvicinamento all’Idealismo. Croce, in collaborazione con Gentile, fondò nel 1903 La Critica, Rivista di letteratura, storia e filosofia, ossia la rivista cardine del neoidealismo italiano. A cavallo con la Prima Guerra Mondiale divenne senatore, si schierò contro l’ingresso dell’Italia nel confitto mondiale, arrivando ad essere Ministro dell’Istruzione. Quando Mussolini prese il potere, lo scrittore fu inizialmente favorevole ma l’omicidio di Giacomo Matteotti diede una scossa al pensiero di Benedetto Croce nei confronti del fascismo. Con la stesura del “Manifesto degli intellettuali antifascisti” rilasciò una risposta evidente al Manifesto scritto da chi supportava la dittatura, ed a capo di questi intellettuali ci fu proprio Gentile, suo grande ormai ex amico. Per Benedetto Croce il fascismo era una malattia morale e per tutto il periodo in cui l’Italia rimase sotto la dittatura il filosofo continuò a esprimere il suo dissenso nei confronti del potere. Le sue idee non vennero quasi mai censurate, protette probabilmente dalla sua reputazione in Europa. Quando nel 1931 il Partito chiese ad ogni professore universitario di aderire al Partito stesso, atto denominato giuramento di fedeltà al fascismo, per poter continuare ad esercitare il proprio lavoro, Croce convinse molti professori ad accettare per poter proseguire nella loro professione e trasmissione dei propri ideali. Tra i più famosi che seguirono il suo consiglio ci furono Guido Calogero e Luigi Einaudi. Dopo l’8 settembre 1943 entrò nel Partito liberale e fu membro del Comitato di Liberazione Nazionale. Finita la guerra supportò la fine della monarchia. Nel 1947 lasciò la vita politica dopo aver essere stato uno dei membri dell’Assemblea Costituente. Morì il 20 novembre 1952 a Napoli.Domande da interrogazione
- Quali furono le principali figure culturali schierate a favore e contro il fascismo in Italia?
- Qual è il significato del Manifesto degli intellettuali del fascismo redatto da Giovanni Gentile?
- Come risposero gli intellettuali antifascisti al regime di Mussolini?
- Quali furono le conseguenze delle leggi razziali del 1938 per gli intellettuali italiani?
- In che modo Benedetto Croce influenzò il pensiero antifascista in Italia?
Tra gli esponenti favorevoli al fascismo si annovera Giovanni Gentile, mentre Benedetto Croce rappresenta il principale autore antifascista, evidenziando la divisione culturale che si creò in Italia durante il XX secolo.
Il Manifesto, firmato da 250 intellettuali durante un convegno a Bologna nel 1925, presentava il fascismo come un movimento che garantiva le tradizioni italiane e richiedeva agli intellettuali di subordinarsi allo Stato, rifiutando l'individualismo.
Gli intellettuali dissenzienti pubblicarono il Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto da Benedetto Croce, il 1° maggio 1925, sostenendo l'autonomia delle scienze e delle arti e opponendosi al controllo fascista sulla cultura.
Le leggi razziali passarono in gran parte sotto silenzio tra gli intellettuali, con poche voci di dissenso, mentre la reazione collettiva degli italiani fu prevalentemente di indifferenza e omertà.
Croce, inizialmente favorevole al fascismo, divenne un critico accanito dopo l'omicidio di Matteotti, esprimendo il suo dissenso attraverso il Manifesto antifascista e mantenendo la sua reputazione in Europa, il che gli permise di continuare a diffondere le sue idee.