Concetti Chiave
- Il romanzo esplora la solitudine di Gesualdo, accentuata dall'indifferenza di familiari e servitori, culminando nella sua morte trascurata.
- La comunicazione tra Gesualdo e sua figlia Isabella è caratterizzata da incomunicabilità e segreti, evidenziando il conflitto tra i due.
- Lo stile narrativo riflette la distanza emotiva tra padre e figlia, con gesti patetici e silenzi che rivelano l'assenza di autentica connessione.
- Il punto di vista dei servitori introduce un elemento di straniamento, presentando la morte di Gesualdo in modo comico e critico verso il suo passato.
- Il disincanto finale del romanzo mette in luce la vanità della ricchezza accumulata, che perde significato di fronte alla morte e al vuoto esistenziale.
Indice
Declino e solitudine di Gesualdo
L’epilogo del romanzo è preceduto da un triste declino generale: prima muore Bianca Trao, la moglie di Gesualdo, consumata dalla tisi; poi lo stesso protagonista si scopre gravemente malato e avviato alla fine. Poiché l’avanzare progressivo del tumore lo indebolisce, Gesualdo si trasferisce a Palermo, nel lussuoso palazzo in cui vivono la figlia Isabella e il marito, il duca di Leyra. I due vogliono tenere presso di loro il vecchio morente solo per controllarne meglio le proprietà. Nelle ultime pagine (completamente rielaborate rispetto alla prima versione stampata nel 1888 sulla rivista “Nuova Antologia”) si consuma la morte del protagonista nell’indifferenza generale.
- la solitudine del protagonista e l’indifferenza di chi gli sta intorno
- l’incomunicabilità tra padre e figlia
- l’insensatezza della corsa alla «roba»
Incomunicabilità tra padre e figlia
Gesualdo è rimasto solo nella sua stanza: dal precedente consulto con i medici ha appreso senza più dubbi di essere prossimo alla morte. Si attacca quindi alla vita con le forze che gli sono rimaste, convivendo con i suoi malanni; ma è tormentato dalla distanza che continua a separarlo, anche in questi momenti, dalla figlia Isabella. Segue il colloquio tra padre e figlia: entrambi covano segreti e sofferenze. Infatti probabilmente Isabella non è figlia di Gesualdo, mentre lei aveva amato, prima delle nozze con il duca di Leyra, il cugino Corrado, fino a quando il padre non si era opposto a quella relazione. Lo stesso Gesualdo è tormentato dai rimorsi verso i figli avuti dall’amante Diodata. Padre e figlia non riescono a entrare in vera comunicazione tra loro: il colloquio, nonostante qualche gesto di tenerezza paterna, si limita quasi solo alla sfera degli affari. Alla fine, dopo alcuni giorni Gesualdo muore solo, nell’indifferenza e nel disprezzo dei servitori.
Colloquio freddo e distaccato
Uno dei momenti più alti dell’episodio è il colloquio tra padre e figlia: Gesualdo vorrebbe confidare a Isabella i suoi segreti tormenti, informarla circa i figli nati dalla sua relazione con Diodata e, probabilmente, chiederle perdono per averle impedito il matrimonio d’amore con il cugino Corrado. Tuttavia, in quest’ultimo colloquio, i due personaggi si dimostrano reciprocamente incompatibili e inconciliabili: si chiudono l’uno all’altro, mostrandosi ostili e diffidenti. Gesualdo fissa Isabella, ma scorge in fondo ai suoi occhi soltanto rimproveri e gelosie segrete, che gliela rendono estranea («si sentì di tornare Motta, com’essa era Trao, diffidente, ostile, di un’altra pasta», rr. 88-89). Quanto alla donna, si congeda dal genitore chinando la testa «colla ruga ostinata dei Trao fra le ciglia» (rr. 86-87): una reazione gelida. Così il loro ultimo incontro si risolve nella più assoluta freddezza.
Stile e distanza emotiva
La distanza e l’incomunicabilità tra i due vengono espresse anche nello stile. La commozione di Isabella al capezzale di suo padre appare eccessiva, e quindi inautentica: la gestualità fortemente patetica («gli si buttò addosso, disperata, piangendo, singhiozzando di no», r. 28) contrasta con la mancanza di parole davanti al genitore morente. Gesualdo invece si affida a pochi gesti accompagnati da silenzi («L’accarezzò anche lui sui capelli, lentamente, senza dire una parola», rr. 29-30) e insiste nel cercare, invano, nello sguardo della figlia uno spiraglio per aprirsi («Teneva gli occhi fissi sulla figliuola»; «La guardò fissamente negli occhi»; «le sollevò il viso per leggerle negli occhi»). In accordo con la poetica verista, quindi, Verga rivela le reali intenzioni dei personaggi senza esplicitarle.
Punti di vista e straniamento
In questo capitolo la narrazione avviene attraverso tre diversi punti di vista. Nella sequenza conclusiva la morte di Gesualdo viene narrata dal punto di vista dei domestici del palazzo. Il termine «capricci» (r. 97) tradisce infatti il giudizio del servitore: Leopoldo, incaricato di assistere Gesualdo morente, se ne disinteressa completamente, per pigrizia e cattiveria. Viene qui impiegata la tecnica dello straniamento, che conosciamo fin dalla novella di Rosso Malpelo (j T6, p. 88): il punto di vista di Leopoldo non è neutro, ma ostile nei confronti di quel vecchio che gli hanno dato da accudire. Per il servitore, Gesualdo è solo un contadino arricchito e quindi non merita di essere riverito come un vero signore: deve perciò sopportare il dolore senza far «capricci». Altre spie linguistiche nella narrazione fanno trapelare tale ostilità: «seccato da quella canzone che non finiva più» (r. 98); «non lo lasciava dormire quell’accidente!» (r. 104); «faceva peggio di un contrabbasso, nel russare» (r. 105); «facendo solo di tanto in tanto qualche boccaccia» (rr. 118-119). Grazie allo straniamento, dunque, un evento drammatico viene narrato in chiave comica: Verga può così evitare qualsiasi patetismo e rappresentare nel modo più efficace possibile la completa sconfitta di Gesualdo, che muore da solo, nell’indifferenza e nel disprezzo generale.
Disincanto e vanità della "roba"
Un lucido disincanto regge questo epilogo del romanzo. Verga oppone il dramma intimo del protagonista alle reazioni superficiali e pettegole dei personaggi che gli sono accanto. Un tempo vincitore, grazie alla sua ascesa economica e sociale, Gesualdo è ora un «vinto», umiliato e sconfitto. Se all’inizio del capitolo il punto di vista dominante rimane il suo, man mano che l’agonia procede egli perde anche questa prerogativa, visto che la sua morte viene narrata, come abbiamo visto, nell’ottica dei servitori. Tutto ciò serve all’autore per sottolineare la vanità di un’esistenza vissuta assecondando solo le leggi dell’interesse economico e della ricchezza. Di fronte alla morte e al vuoto che essa schiude, la «roba» perde qualsiasi valore e significato. Gli sforzi sostenuti (e ricordati ancora, poco prima di morire, a Isabella: «Spiegava quel che gli erano costati, quei poderi […], li passava tutti in rassegna amorosamente […], le terre seminative, i pascoli, le vigne; li descriveva minutamente, zolla per zolla, rr. 58-61) appaiono ora inutili. L’immagine finale della stanza riempitasi «di gente in manica di camicia e colla pipa in bocca» (rr. 135-136) denuncia meglio di mille commenti il risultato che ottiene chi come Gesualdo sacrifica ogni cosa, affetti compresi, all’interesse economico.
Domande da interrogazione
- Qual è il tema centrale del declino di Gesualdo?
- Come si manifesta l'incomunicabilità tra Gesualdo e sua figlia Isabella?
- Qual è la critica alla corsa alla "roba" nel romanzo?
- In che modo lo stile di Verga riflette la distanza emotiva tra i personaggi?
- Qual è il punto di vista dei servitori riguardo alla morte di Gesualdo?
Il declino di Gesualdo è caratterizzato dalla sua solitudine e dall'indifferenza di chi lo circonda, culminando nella sua morte avvenuta in un contesto di totale disinteresse (come evidenziato nel testo).
L'incomunicabilità tra Gesualdo e Isabella si manifesta in un colloquio freddo e distaccato, dove entrambi covano segreti e sofferenze, senza riuscire a stabilire una vera connessione emotiva (come descritto nel testo).
La corsa alla "roba" è presentata come insensata, poiché alla fine della vita di Gesualdo, i suoi sforzi per accumulare beni materiali si rivelano vani di fronte alla morte, evidenziando la superficialità delle relazioni umane (secondo il testo).
Lo stile di Verga esprime la distanza emotiva attraverso gesti e silenzi, mostrando l'inautenticità delle emozioni di Isabella e la frustrazione di Gesualdo nel cercare un contatto con lei (come indicato nel testo).
I servitori, come Leopoldo, mostrano un punto di vista ostile e disinteressato nei confronti di Gesualdo, trattandolo con disprezzo e riducendo la sua morte a un evento comico piuttosto che tragico (come descritto nel testo).