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La religione dei Veda

Veda sono una collezione di circa un migliaio di composizioni poetiche, scritte in sanscrito (che dunque appartiene alla famiglia indoeuropea): la composizione di questi testi iniziò intorno al 1500 a.C. e terminò nel II secolo a.C. Si tratta di quattro raccolte di invocazioni, inni, preghiere, formule magiche (per i riti e i sacrifici); ciascuna raccolta è poi accompagnata da un commento e da testi liturgici riservati agli asceti. La custodia dei libri sacri era affidata ai sacerdoti (bramani), che erano i soli autorizzati a possedere la scienza delle cose divine.

Il pantheon degli dèi vedici vedeva al suo centro il dio Indra: egli è (come lo Zeus dei Greci e il dio delle tempeste degli Hittiti) una divinità celeste e atmosferica; brandisce come arma il fulmine e si fortifica grazie a una bevanda magica ( il solma) che lo rende invincibile; in sostanza è un dio guerriero e militare, che protegge le tribù degli Ariani, li guida durante la guerra e concede la vittoria sopra gli indigeni di pelle scura e i loro demoni. Altri dèi importanti sono Veruna e Mitra (identico al Mitra venerato dai Persiani), poi Agni (il fuoco), Krishna (il danzatore magico) e molti altri. Accanto a questi dèi esistevano anche demoni, alcuni maligni e altri benigni.

Un’evoluzioe della religione vedica fu rappresentata dai testi delle Upanishad che furono elaborati nei secoli a opera di generazioni di sacerdoti: si tratta di materiale vario, composto da riflessioni e resoconti di discussioni; in esse si trovano, per esempio, le dottrine relative all’immortalità dell’anima e al ciclo delle vite. Le Upanishad presentavano, quindi, una forma assai più avanzata di spiritualità religiosa e delineano i principi della filosofia tipica del mondo indiano appunto “bramanesimo”.

Secondo questa corrente di pensiero, esiste una legge, il dharma, che mantiene il cosmo e gli uomini in una condizione di ordine; esiste nello stesso tempo un principio, brahman, che si colloca al di là dell’Universo, ma si manifesta in esso. Il mondo è retto da un processo di cause ed effetti, al quale sono sottoposti tutti gli esseri viventi: il karma, l’azione compiuta, determina secondo la sua bontà o malvagità il futuro destino del nascituro. Gli uomini sono così costretti a percorrere e ripercorrere le vie dell’esistenza, dato che dopo la morte l’anima (particelle del grande soffio vivente, o atman, che alimenta tutto l’universo) è costretta a ritornare in nuovi corpi (umani o animali) e vivere un nuovo ciclo di esistenze che la porteranno a morire nuovamente.

Questo ciclo continuo di morti e di rinascite è definito samara; la fase attraversata nel corso di ogni vita dipende dalla qualità della vita precedente: tanto più quella è stata corretta e giusta, tanto migliore sarà la reincarnazione successivo. Così, dunque, il bramanesimo giustifica la teoria della metempsicosi (ossia della trasmigrazione delle anime da un corpo, dopo la morte, a un altro).

La beatitudine suprema a cui aspira l’anima è l’uscita dal samara, per annullarsi nell’atman. Per uscire da questo ciclo e coincidere nuovamente con il principio universale, le Upanishad propongono varie tecniche di purificazione interiore e di ascesi, ossia di liberazione spirituale (moska) con cui annullare il karma: secondo le varie tradizioni, è Dio o un processo ascetico messo in atto dall’uomo a determinare questa liberazione dell’anima; il mondo, in ogni caso, è inteso come una pura illusione (il cosiddetto “velo di Maya”), che impedisce all’anima di sorgere la sua vera strada. L’ascesi può essere garantita, per esempio, da una vita contemplativa, condotta in qualità di eremita e di mendicante.
Un’altra tecnica era costituita dalla forma di meditazione chiamata “yoga” (letteralmente “giogo”), disciplina psicofisica che aveva come scopo la liberazione spirituale: attraverso questa tecnica si poteva raggiungere un totale controllo sul corpo e sulla mente fino a raggiungere uno stato di armonia con l’universo, detto samadhi. Un asceta che praticava lo yoga, comunque, doveva perfezionarsi attraverso una totale disciplina forma di violenza o aggressività, non nutrirsi di carne, praticare la povertà e l’astinenza sessuale.

Al di là della sua componente mistica e intimamente religiosa, la diffusione del bramanesimo ebbe profonde implicazioni anche dal punto di vista sociale. Tale dottrina, infatti, offriva una giustificazione teologica e religiosa del sistema delle caste: i bramani erano tali, evidentemente, perché nelle loro vite precedenti avevano condotto un’esistenza retta, mentre i paria si trovavano sul più basso livello della scala sociale per motivi opposti.

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