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Le eresie: l’arianesimo

I primi secoli del cristianesimo videro aspre contese teologiche tra i fedeli su vari aspetti della dottrina cristiana. Coloro che deviarono dall’ortodossa, ossia dall’interpretazione ufficiale dei testi sacri e dei principi del cristianesimo fornita dalla Chiesa, erano considerati eretici e venivano condannati. Le eresie nei primi secoli furono numerose. Gli eretici avevano talvolta i loro libri sacri, che la Chiesa rifiutava con fermezza; si trattava perlopiù di resoconti della vita di Gesù scritti per sostenere teorie particolari sulla parola divina.

L’eresia più importante nei primi secoli del cristianesimo fu l’arianesimo. Essa prende il nome da un prete di Alessandria, Ario, vissuto agli inizi del IV secolo.
Di fronte al problema di conciliare il monoteismo (ossia la dottrina che afferma l’esistenza di un Dio unico) con la natura divina di Gesù, egli sostenne che questi non era identico a Dio Padre, ma l’intermediario tra Dio e il mondo: così facendo, Ario attribuiva a Gesù il ruolo di profeta, più che di divinità.

L’arianesimo si diffuse largamente nel IV secolo e divise la Chiesa per cercare di sanare la frattura, l’imperatore Costantino convocò un concilio di vescovi a Nicea (325) che respinse la dottrina di Ario e lo scomunicò. Tuttavia l’arianesimo rimase diffuse ancora per lungo tempo; ariano era il missionario, di nome Ulfila, che diffuse il cristianesimo tra i Germani.

La divisione religiosa tra le popolazioni germaniche, che erano ariane, e quelle greco-latine fu un contrasto quando i barbari si impadronirono dell’Impero d’Occidente. Una volta insediati in maniera stabile, i Germani si convertirono progressivamente al cattolicesimo, abbandonando l’eresia ariana.


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