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Cristianesimo: rivoluzione morale e atteggiamento politico

Gli storici si sono a lungo domandati se il cristianesimo abbia costituito un pericolo effettivo per lo Stato romano. La predicazione di Gesù, innovativa sul piano della morale, conteneva infatti un messaggio potenzialmente rivoluzionario anche dal punto di vista politico: la solidarietà fra gli esseri umani e il riconoscimento di una pari dignità fra tutti gli uomini che esso affermava si contrapponevano al sistema gerarchico della società imperiale. “Gli ultimi saranno i primi” si legge nel Vangelo.

Il Cristianesimo, del resto, non era la sola voce che proclamasse l’uguaglianza tra le persone: idee di questo genere erano presenti anche nella filosofia antica. Tuttavia, esso non si limitava a proclamare principi di parità astratti, o validi solo in una prospettiva ultraterrena, ma richiedeva che tali ideali fossero messi in pratica nella vita di tutti i giorni.

Questo significava che i cristiani erano – o avrebbero dovuto essere – più umani tra loro e verso i sofferenti; nel complesso, quindi, l’avanzata del cristianesimo segnò una rivalutazione della persona umana in quanto tale e contribuì a migliorare le condizioni di vita delle classi inferiori, poiché le virtù tipicamente cristiane della pietà e della carità avevano modo di esercitarsi – concretamente – soprattutto nel rapporto personale tra i fedeli. Il diffondersi della nuova religione non determinò del resto un profondo mutamento delle strutture economiche e politiche esistenti.

La massima di Gesù “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Vangelo di Matteo 22,21) – cioè “rispettare sia le leggi degli uomini sia quelle di Dio” – fu fatta propria dalla Chiesa e di conseguenza il cristianesimo, pur essendo la religione degli strati più umili, non mostrò interesse per una radicale riforma sociale; la Chiesa scelse immediatamente di non trasformare la società dal punto di vista politico e accettò lo stato di cose esistente. Persino la schiavitù, un’istituzione vitale per l’economia romana, non fu combattuta. Come scrive san Paolo (Prima lettera ai Corinzi), ognuno deve combattere la sua battaglia nel posto in cui Dio lo ha schierato, lo schiavo da schiavo e il padrone da padrone. E san Pietro ribadì la stessa idea: “Domestici, state soggetti con profondo rispetto ai vostri padroni, non solo a quelli buoni e miti, ma anche a quelli difficili. E’ una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente”.

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