Confronto tra Foscolo Catullo e Caproni

Molti dei poeti che subirono un lutto analogo a quello di Catullo, per i propri componimenti relativi a questo tema, hanno preso come punto di riferimento il carme 101. Uno dei più famosi addii letterari è il sonetto di Ugo Foscolo, “In morte del fratello Giovanni”. Da un punto di vista diacronico, possiamo dire che in questo testo l’autore sembra aver fatto una libera interpretazione del carme catulliano, in quanto, al primo verso, vi sia una forte analogia tra i due significati. Mentre Catullo dice: “Multa per gente set multa per acquora vectus”, Foscolo risponde con: “Un dì s’io non andrò sempre fuggendo di gente in gente”, che sembra appunto una sorta di traduzione del verso del primo secolo. Tante sono le analogie quante le differenze: per esempio il tema del viaggio in Catullo è “vectus”, ovvero essere trasportato, e quindi un atto involontario, mentre in Foscolo vi è l'utilizzo del termine “fuggendo”, che quindi implica un’azione volontaria dovuta alla condizione di esilio del poeta.

Sempre per Catullo, il viaggio diventa l’occasione per fare visita al fratello morto lontano da Roma, mentre per Foscolo è soltanto una fuga, e quindi né un piacere, né un’occasione, ma soltanto un’azione dolorosa alla quale è costretto. Catullo, infatti, è già presso la tomba del fratello, e ciò emerge dal secondo verso, dal verbo “advenio”, mentre Foscolo fa semplicemente la promessa che un giorno egli andrà a fargli visita: “me vedrai seduto”, analogamente al secondo verso del sonetto. Una differenza sostanziale sta soprattutto nel fatto che nel carme Catullo rimane l’unico personaggio come io narrante e non cerca un dialogo con il fratello, come invece fa Foscolo. Quest’ultimo fa subentrare un ulteriore personaggio che lo lega indissolubilmente al fratello: è la madre, che viene utilizzata come mezzo per un possibile rapporto col fratello ed anche come tramite alla terra d’origine del poeta, in quanto egli si trovi molto lontano da casa, presso le “straniere genti”, e il suo unico desiderio è quello di tornare, almeno da morto, nella propria città. Sotto questo aspetto, molto più vicina al carme di Catullo, è il componimento di Giorgio Caproni, “Atque in perpetuum frater”, che fa parte della raccolta il franco cacciatore, del 1982. Egli stesso disse che questo testo sia “quasi la traduzione del celebre carme di Catullo, ripreso anche da Foscolo”; è possibile dimostrare questa citazione partendo dai primi versi: in entrambi i componimenti vi è una dislocazione nello spazio: Caproni per raggiungere la tomba del fratello ha attraversato tanta neve, Catullo viaggiò di mare in mare.
In entrambi emerge un linguaggio pacato, uno visibile dal tono rassegnato e affettuoso che rivolge, l’altro messo in relazione dal bianco della neve, che a sua volta si contrasta col nero della tomba, proprio come il tono affettuoso di Catullo viene contrastato dalla rabbia verso il destino che gli ha strappato una persona così cara. Giorgio Caproni, inoltre, usando quell’”anch'io”, non fa che mettere sempre più riferimenti al carme 101, rafforzando l’idea delle analogie che percorre i due testi. Possiamo quindi dire che i due poeti, Foscolo e Caproni anche se per motivi diversi, si avvicinano molto allo stile luttuoso di Catullo.

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