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Tasso, Torquato - Proemio della Gerusalemme Liberata scaricato 122 volte

PRESENTAZIONE
La Gerusalemme Liberata è un poema epico di Torquato Tasso. La stesura iniziò tra il 1559 e il 1561, si fermò a 110 ottave ed ebbe il titolo di “Gierusalemme Liberata”. Venne ripresa nel 1565-66 e fu terminata nel 1575 con 20 canti in 116 ottave intitolata Gottiffredo. Il poeta aveva dubbi sulla propria fede infatti nel 1577 si sottopose spontaneamente all’Inquisizione. Nell’80 uscì un’opera pirata, mentre il poeta era rinchiuso al manicomio di Sant’Anna, intitolata Goffredo, ma era incompleta e con molti errori , l’opera vera e propria venne pubblicata nel 1581 da Scipione Gonzaga. Nel 1593 pubblicò la Gerusalemme Conquistata che era del tutto diversa.
DIVISIONE
Il proemio è diviso in proposizione, invocazione e dedica come lo schema classico al quale il poeta tenta di avvicinarsi: capiamo come Tasso voglia adeguarsi a tale schema anche dall’inizio del proemio che è identico a quello dell’Eneide “Arme Virumque Cano”.

RIASSUNTO
Tasso si rivolge al lettore esponendo l’argomento dell’opera: narrerà delle armi pietose e del capitano Goffredo il quale, grazie alle sue doti e all’aiuto divino, riuscì ad espugnare Gerusalemme. Segue l’invocazione alle muse: prima il poeta chiede un’ispirazione divina, poi si scusa perché nel suo poema si intrecceranno storia e fantasia, in modo che i lettori, attirati in primo luogo dal diletto, vengano poi a conoscenza del vero. Per ultimo Tasso dedica lo scritto ad Alfonso d’Este, chiedendogli di accettare con benevolenza il proprio libro.
PRIMA OTTAVA
Le armi sono definite pietose perché consacrate ad una causa religiosa, cioè la liberazione della Terra Santa dai musulmani. Il condottiero Goffredo di Buglione si diede molto da fare per conquistare Gerusalemme, egli andò in guerra e soffrì fisicamente e moralmente, e le forze infernali si opposero invano perché nonostante tutto il cielo gli fu favorevole e riportò alla missione i compagni erranti che divagarono dal loro compito. Sono presenti alcune figure retoriche: l’ossimoro in armi pietose, l’anastrofe in gran sepolcro, l’enjambment in santi segni e l’anafora in molto…molto. In questa prima ottava notiamo già i principi dell’opera e quindi che nel poema è in atto un triplice scontro svolto su tre piani diversi: cielo contro inferno, cristiani contro pagani, il capitano contro i compagni erranti. Il rapporto tra questi tre piani è un processo di riduzione dal molteplice all’uno, da qui possiamo distinguere due fazioni che sono quella del bene e quella del male: le parole del testo che ci riportano al male sono inferno, popolo misto e compagni erranti, mentre al bene sono cielo, armi pietose, liberò il sepolcro, molto oprò, Senno, glorioso acquisto e santi segni.
SECONDA OTTAVA
L’invocazione alla musa è inizialmente alla musa classica e quindi pagana infatti il poeta nomina il monte Elicona sacro alle muse e i caduchi allori di cui le muse cingono il capo ai poeti, poi la musa si trasforma nella Madonna e lo capiamo dalle parole “su nel cielo” e “di stelle hai un’aurea corona”, quindi troviamo la figura retorica dell’allegoria alla madonna. Negli ultimi versi Tasso chiede perdono alla Vergine perché per ottenere l’attenzione del lettore è costretto ad adornare la sua opera con un margine di finzione e sempre nella fine troviamo il climax in tu spira, rischiara, perdona. Queste contraddizioni costituiscono il bifrontismo spirituale e culturale di Tasso: alla base del bifrontismo c’è l’aspirazione del poeta ad un’opera sublime negata da note idilliche e forze che dal centripeto tendono al centrifugo, come Tancredi e Rinaldo che si allontanano per seguire le loro passioni, quindi la struttura unitaria è sul punto di dissolversi come accadeva nei poemi cavallereschi, queste contraddizioni però non riguardano solo Tasso ma tutta un’epoca che sta vivendo un periodo di transazione.
QUARTA OTTAVA
Le ultime due ottave costituiscono la dedica al principe, in questo caso Alfonso d’Este. Il poeta ringrazia Alfonso per avergli dato un posto sicuro, con le parole del testo un “porto”, quando si sentiva quasi absorto, dal latino “sommerso”. Il poeta si sentiva un pellegrino errante e quindi sommerso tra gli scogli e le onde, quasi inghiottito dal mare e Alfonso lo guidò in questo porto. Questa è un’esemplificazione della lotta tra il bene e il male che si combatte nell’animo umano. In più chiede al signore di accettare l’umile opera e gli augura che nel caso di una nuova crociata ne ottenga il comando.
COMMENTO
Tasso vuole incuriosire il pubblico ravvivando l’interesse con l’uso di intreccio tra fantasia e realtà, infatti alla materia storica aggiunge un margine di finzione per aiutare il lettore ad assimilare agevolmente la lezione morale di cui il testo è veicolo, ciò è spiegabile con una similitudine che fa l’autore latino Lucrezio: i medici cospargono la coppa di miele per rendere la medicina amara meno detestabile. In più ci vuole far capire che nella nostra interiorità c’è un campo di battaglia fra il bene e il male, seppure in scala, identico a quello raccontato nell’opera.
CONFRONTO
I personaggi presenti in quest’opera sono gli stessi dell’Orlando Furioso di Ariosto, scritto nel rinascimento puro quando le riforme erano in pieno sviluppo infatti la visione del poema è laica, mentre la Gerusalemme liberata viene scritta in un periodo differente quindi della controriforma e la visione è cristiana. Possiamo quindi mettere a confronto queste due opere evidenziando le differenze e le analogie. Prima di tutto possiamo dire che entrambi i proemi sono fondati sullo schema classico, e anche nell’orlando furioso il tempo verbale è presente e il poeta parla in prima persona però a differenza di Tasso nel secondo verso.
Per quanto riguarda la proposizione quindi la presentazione dell’argomento: Ariosto fonde la materia carolingia (la virtù guerresca) con quella bretone del ciclo di re Artù ( amori, avventure, magia). Salvo rare eccezioni le vicende narrate non corrispondono a eventi storici reali. La materia cavalleresca è favolosa, i cavalieri erranti sono spinti dal gusto avventuroso e la loro ricerca di qualcosa o qualcuno è affidata al caso. Invece in Tasso viene presentata la materia unitaria degli ultimi mesi del sesto anno della prima crociata (storicamente il terzo), per la liberazione del Sepolcro dagli infedeli. L’oggetto della poesia è un’azione illustre che si ispira alla storia perché l’epico deve cercare in ogni parte il verosimile. L’impresa è capitanata da Goffredo di Buglione, personaggio storico. La materia è caratterizzata dall’eterna vittoria del Cielo contro l’inferno.
L’invocazione di Ariosto alla musa ispiratrice è alla propria donna, Alessandra Benucci che, detto con ironia, l’aveva fatto impazzire come Orlando. Il passaggio dal tono epico all’autobiografico consente all’autore di presentare i propri sentimenti e di riflettere sulle passioni umane, specialmente l’amore. La Musa di Tasso non è la divinità pagana della poesia: secondo gli antichi è l’allegoria alla Madonna, secondo i moderni è Urania, ispiratrice della poesia epico-religiosa, qui cristianizzata. L’invocazione contiene anche una dichiarazione epica: Tasso subordina il diletto all’utile morale, l’invenzione alla religione, diversamente dal primo rinascimento dove si assegnava alla letteratura scopi profani.
Ariosto dedica l’opera al cardinale Ippolito d’Este senza rinunciare ad un tono disinvolto ed ironico. Il poeta conferma la sua avversione alla vita cortigiana e manifesta il suo desiderio di dedicarsi solo agli studi e alla famiglia. La dedica di Tasso ad Alfonso d’Este ricollega il passato al presente: l’auspicio di nuove iniziative contro gli infedeli testimonia il legame con l’attualità poiché nel 1571 i sovrani cristiani si erano uniti contro i turchi e li avevano sconfitti a Lepanto.

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