Letteratura e rivoluzione scientifica nel Seicento


Gli aspetti culturali più significativi della rivoluzione scientifica promossa da Galileo Galilei nel Seicento furono l’affermazione dell’autonomia della scienza dalla filosofia e dalla teologia; la polemica contro l’aristotelismo e il principio d’autorità; l’uso dell’italiano e non più del latino nei trattati scientifici; il carattere antibarocco ed antiretorico; la linearità e l’essenzialità dell’espressione; la funzione immediatamente comunicativa; l’opposizione alla cultura ufficiale sottoposta al controllo, anche repressivo, della Chiesa cattolica.
Centri d’organizzazione e di divulgazione della prosa scientifica furono le accademie: lo stesso Galilei fu sostenuto dall’Accademia dei Lincei ed i suoi seguaci si riunirono nell’Accademia del Cimento.
Galilei può essere considerato il fondatore della scienza moderna. Convinto assertore della libera ricerca, su cui doveva basarsi il sapere, scopritore del metodo sperimentale, presupposto di ogni indagine scientifica, il grande scienziato pisano fu anche un intellettuale d’opposizione che si batté energicamente contro la cultura ufficiale, gli aristotelici, la Chiesa e i Gesuiti.
Secondo Galilei la conoscenza scientifica deriva dalla diretta osservazione della natura e non dalla lettura della Bibbia, in cui è contenuto il Verbo divino. La “Bibbia non fa scienza”, poiché Dio si è rivelato mediante simboli ed esempi per adeguarsi all’intelletto degli uomini. È inutile, pertanto, volere conoscere la natura attraverso la Bibbia, in quanto alcune espressioni vi sono necessariamente velate e con evidente significato simbolico: è più giusto, invece, interpretare i caratteri matematici con cui si manifestano i fenomeni naturali. Ne consegue che bisogna assolutamente evitare qualsiasi confusione tra religione e ricerca scientifica e, laddove si riscontri un contrasto tra Bibbia e scienza, è quest’ultima che deve avere ragione, non in quanto le verità bibliche siano errate, ma perché sono state adeguate, per mezzo di un linguaggio allegorico, alle conoscenze e al grado di comprensione degli antichi.
Si comprende come queste affermazioni, oggi tanto ovvie, assunsero un carattere rivoluzionario in un contesto storico contraddistinto dal conformismo culturale, promosso dalla Chiesa della Controriforma, e dal dogmatismo ecclesiastico. Rivendicare l’indipendenza della scienza dalla religione significava non solo liberare la ricerca scientifica dai limiti imposti dalla morale cattolica, ma anche proporre una nuova concezione del sapere, non più basata sul principio d’autorità, sulle opere degli antichi filosofi, a cominciare da Aristotele, e sulle Sacre Scritture, bensì sulla diretta osservazione dei fenomeni naturali.
Galileo dovette pertanto lottare contro i teologi gesuiti e gli zelanti neoaristotelici che fondavano il sapere su fonti già precostituite, indipendentemente dall’esperienza: i primi si rifacevano alle rivelazioni del Verbo divino; i secondi alla più rigida osservanza delle teorie di Aristotele (“ipsedixit” erano soliti affermare contro qualsiasi evidenza).
Contro i teologi, lo scienziato pisano sostenne, come detto, la non contraddittorietà di Bibbia e natura, dimostrando la diversa finalità che hanno la scienza e le Sacre Scritture: la prima deve far scoprire all’uomo la struttura dell’universo; le seconde devono invece rafforzare le fede e la condotta morale dell’individuo per prepararlo alla vita ultraterrena.
Contro i seguaci dell’aristotelismo, Galilei affermò che non bisognava considerare gli antichi dei depositari assoluti della verità, pur non disprezzando l’opera d’osservazione della realtà e di sistemazione dell’esperienza condotta da Aristotele e dagli altri grandi pensatori del passato. Il vero scienziato non deve mai chiudere gli occhi dinanzi a ciò che lo circonda, ma deve scrutare anche il più piccolo particolare mediante il quale la natura si rivela agli uomini.
Rivoluzionaria fu pure la scelta del linguaggio con cui Galilei comunicò ai lettori i risultati delle sue ricerche scientifiche: decise di utilizzare l’italiano, e non più il latino, per potersi rivolgere ad un pubblico più ampio, formato non solo da specialisti, ma anche da tutti gli uomini colti ed aperti al nuovo, fra i quali la nuova scienza e il nuovo metodo dovevano diffondersi.
L’uso di un linguaggio non accademico, seppure rigoroso ed esatto, rappresentò un’ennesima sfida di Galilei contro la cultura del suo tempo, dominata da intellettuali che privilegiavano la raffinatezza stilistica alla serietà dei contenuti. Proprio a questi ultimi era invece interessato lo scienziato pisano, il cui scopo era fornire ai lettori un quadro esauriente degli sviluppi dell’indagine scientifica da lui condotta e delle scoperte a cui era pervenuto. Lo fece in una lingua accessibile, chiara, essenziale, aliena da mistificazioni ed esente da eleganze formali, mediante la quale esprime quell’insofferenza nei confronti del pedante e del saccente che, per tanti anni, si era manifestata nella commedia e nella satira letteraria.
Galilei ricorse anche ad alcuni neologismi tecnici, facendone però un uso saggio e misurato, nel rispetto del fondamentale equilibrio fra letteratura e tecnica che doveva essere raggiunto nelle sue opere. Sono termini attinti non dal lessico latino, quindi frutto di adattamenti, ma soprattutto dal linguaggio popolare e degli artigiani, pertanto ricavati dalla parlata quotidiana.
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