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Lu cunto de li cunti

Basile è un autore napoletano del Seicento, conosciuto principalmente per l’opera Lu cunto de li cunti, pubblicata postuma tra il 1634 e il 1636. Si tratta di una raccolta di fiabe scritte in lingua napoletana, nonché del più importante capolavoro della letteratura barocca. L’opera è composta da 50 fiabe (49+una di apertura e chiusura) raccontate da dieci novellatrici in cinque giornate. Nello specifico, si tratta di un racconto all’interno del quale ne vengono raccontati altri 49 (di qui il titolo Lu cunto de li cunti, ovvero Il racconto dei racconti). L’opera viene pubblicata in cinque piccoli volumi (uno per ogni giornata) non sotto il nome di Giovan Battista Basile, il riconosciuto poeta lirico in lingua italiana, ma sotto lo pseudonimo (che Basile ottiene anagrammando il proprio nome e che aveva giù utilizzato in precedenza) di Gian Alesio Abbattutis. Abbiamo quindi una duplice personalità artistica: quella che scrive in lingua italiana e quella che scrive in napoletano; quella tradizionale e quella rivoluzionaria.
L’opera è caratterizzata da una struttura circolare (immagine simbolica di un serpente che si morde la coda=uroboros): la cornice narrativa costituisce la prima fiaba, da cui scaturiscono le altre 49, e nell’ultimo racconto si torna alla vicenda iniziale, che trova la propria conclusione. La funzione del testo iniziale, in cui a prendere la parola è l’autore stesso, è quindi quella di avviare il racconto in cui si inseriscono gli altri racconti, che sono legati gli uni agli altri. In altre parole, il primo racconto giustifica tutti gli altri in un meccanismo ad incastro. Inoltre, i 50 racconti presentano strutture modulari identiche. Le varie fasi del racconto rientrano in un modello formale di percorso sociale, che prevede:
-l’allontanamento dalla famiglia o dal rango;
-il viaggio, solitamente in un luogo sconosciuto e ostile;
-infine, il ritorno alla famiglia o al rango.
È quindi possibile individuare una struttura circolare anche all’interno delle singole fiabe. C’è poi una domanda che viene proposta 50 volte all’interno dell’opera: come si può cambiare rango, ovvero passare da una condizione ad un’altra? La risposta che scaturisce da racconti è doppia, ovvero ci sono due possibilità: la prima è rappresentata dal “capriccio del principe” (chi ha potere decide che il personaggio può cambiare condizione); la seconda è l’abilità (il personaggio utilizzando le proprie capacità riesce a modificare la propria condizione). La mentalità sottesa a quest’opera è quindi una mentalità laica e pragmatica: tutto viene ricondotto al mondo terreno.
Un altro elemento fondamentale della struttura è quello della mise en abyme, ovvero un modello strutturale che prevede un racconto dentro il racconto, la messa in scena della realizzazione stessa dell’opera (l’opera che “si fa”). Questo modello è visibile anche in molti quadri che appartengono alla corrente barocca, come quelli di Diego Velasquez.
Lu cunto de li cunti è un’opera profondamente radicata nel Seicento italiano e, in particolare, nella realtà napoletana del tempo, contraddistinta da influenze arabe e della tradizione spagnola. Ma è anche un’opera che si inserisce completamente all’interno della cultura barocca, caratterizzata da un esercizio di specularità. Quest’operazione viene realizzata anche nel testo attraverso la messa in scena di elementi opposti tra loro, ma speculari: la bellezza e la bruttezza, la gioventù e la vecchiaia, la vita e la morte. Ad esempio, la fiaba della Vecchia scorticata racconta storia di una donna che vuole ritrovare la bellezza e, a questo scopo, si sottopone a un trattamento brutale. Invece, nella fiaba della Cerva fatata, il desiderio di una maternità viene rappresentato simbolicamente attraverso la lotta con un drago che porta necessariamente ad una morte, oltre che a una nascita.
L’esercizio sulla specularità parte dagli esperimenti e dalle teorie che venivano elaborate sul tema dello specchio e della camera oscura nella prima fase del periodo barocco. Quello dello specchio è dunque un elemento simbolico, che si configura come lo strumento che permette di raggiungere la verità, di costruire, di vedere il reale, ma in maniera rovesciata. L’immagine dello specchio è una finzione, e tuttavia è l’unica strada verso la verità. Anche il racconto è una finzione, e anche questo è l’unica strada per raggiungere la verità. La finzione è speculare alla realtà, e rappresenta quella realtà attraverso l’esaltazione della parola, che, come nelle Mille e una notte (una raccolta di novelle orientali e un altro modello fondamentale per Basile) ha una funziona salvifica. Lo specchio è quindi uno strumento per assicurarsi la realtà della visione, anche se, per possedere questa, è necessario non guardarla direttamente, ma vedere la sua immagine al contrario.
Lo specchio è anche lo strumento fondamentale di Narciso, che contempla il riflesso della sua immagine.
Un altro elemento esemplare è la camera ottica, che alla fine del ‘500 veniva utilizzata per la ricerca scientifica ma anche per gli spettacoli in piazza. All’interno del testo sono presenti riferimenti alle indagini sull’ottica e sulla prospettiva all’utilizzo delle camere oscure/ottiche che si effettuavano all’epoca. Ad esempio, troviamo un riferimento di questo tipo nella fiaba La pulce, nella quale un re alleva una pulce nutrendola ogni giorno con il proprio sangue, e la pulce cresce fino ad assumere le dimensioni di un castrato.

Particolarmente interessante è il lavoro di cifratura del testo: oltre alle 10 novellatrici ci sono 2 ascoltatori, un principe e una principessa; si ottiene così il numero 12, il numero delle ore della notte. Inoltre l’alternarsi della principessa bianca e della schiava nera richiama l’alternarsi del giorno e della notte, ma anche all’alternarsi della menzogna e della verità, che esistono soltanto se si svelano a vicenda. Infatti, quando la principessa bianca appare nel testo, appare anche la verità. A differenza di quanto accade nelle Mille e una notte, qui i racconti sono narrati di giorno, nel giardino.

L’opera di Basile, che è un ingegnosa macchina barocca, attinge a una tradizione essenzialmente popolare, coerentemente al contesto in cui è inserita (la cultura napoletana è caratterizzata da un’importante componente di tradizione popolare). A questo proposito, un altro elemento importante è quello del rapporto tra imitazione e originalità: Basile è consapevole del fatto che ciò che deriva dalla tradizione può essere modificato e trasformato in qualcosa di diverso; egli cerca quindi imitare la tradizione popolare inserendovi però alcuni elementi originali e proponendo una pluralità di generi e temi.
Quindi, Lu cunto de li cunti è un testo che costituisce una grande architettura profondamente radicata nella cultura barocca, e creata sulla base della cultura popolare e del folklore, ma con una destinazione alta, quella della corte. Inoltre, si tratta di una grande macchina di intrattenimento che mette in scena la propria realizzazione.
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