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L’Umanesimo a Napoli


Nel XIV secolo la corte napoletana di re Roberto I d’Angiò vede fiorire i primi germogli dell’Umanesimo, grazie alla presenza dei maggiori intellettuali del tempo, da Petrarca a Boccaccio. Questa stagione è però interrotta dalla morte di re Roberto, fino all’avvento degli Aragonesi, con Alfonso V, detto “il Magnanimo” (1442-58): perfetto esempio di principe letterato rinascimentale che elabora un programma culturale finalizzato ad un progetto di egemonia politica. Fondamentale in questo senso è l’opera dell’umanista palermitano Antonio Beccadelli, detto il Panormita (1394-1471), che costituisce, nel 1442, un’Accademia letteraria, capace di attirare in città umanisti provenienti da tutta Italia e di affermare la centralità di Napoli nell’Italia meridionale. La prima fase dell’Umanesimo meridionale si distingue per l’uso predominante della lingua latina, mentre la lingua d’uso nella corte è ovviamente il castigliano. Solo dopo la metà del secolo si registra una ripresa del volgare (sia nella poesia sia nella prosa) e l’affermazione di una koiné volgare meridionale (ovvero di una lingua regionale comune, depurata dai tratti più marcatamente locali). L’ascesa al trono di re Ferdinando (Ferrante) d’Aragona, nel 1465, inaugura un lungo periodo di stabilità del Regno di Napoli e apre una nuova fase dell’Umanesimo napoletano. Notevole impulso viene dato a un indirizzo volgare dell’Umanesimo, nel quadro di una differenziazione degli ambiti culturali: la corte si pone come punto di riferimento della cultura in volgare, mentre l’Accademia accentua la sua funzione di centro consacrato alla filologia, alla poesia latina e al pensiero scientifico e politico. In questo ambito, la figura dominante è quella di Giovanni Pontano (1429-1503). La sua vicenda intellettuale è un esempio di esperienza mondana e integralmente laica, immersa nella vita politica, diplomatica e militare del suo tempo, ma sempre da una posizione di indipendenza rispetto alla corte e ai poteri ecclesiastici. La sua opera, interamente in latino, comprende testi in prosa, specie trattati politici (come il De principe), militari e retorici, e una ricca produzione lirica ispirata al poeta latino Catullo. Notevoli sono anche i poemetti didascalici (modellati sulle opere di Lucrezio e Virgilio) d’argomento naturalistico e scientifico. Il ruolo culturale di Pontano fu tale che l’Accademia, nel 1471, venne a nominarsi Accademia Pontaniana. L’opera più importante nella produzione in volgare di ambito napoletano è il Novellino di Tommaso Guardati, detto Masuccio Salernitano (1410-75), pubblicato postumo nel 1476. Si tratta di una raccolta di 50 novelle divise in 10 blocchi (decadi) distinti per argomento, che mostra, già nella struttura, un’evidente influenza del modello boccacciano. La conclusione delle novelle, affidata alla voce dell’autore, insiste sulla dimensione riflessivo-morale. I toni sono sovente caratterizzati da una comicità violenta ed espressionistica (specie in corrispondenza di temi di polemica antifratesca e misogina), ulteriormente sottolineata da un ibridismo linguistico e stilistico, che combina forme dialettali e linguaggio aulico, spesso di colorita vivacità.
Nella seconda metà del Quattrocento si diffonde anche una significativa produzione lirica, caratterizzata dall’uso della lingua di koiné meridionale: i testi più significativi di questa lirica aragonese sono raccolti in un’antologia intitolata Cansonero. Parallelamente, si svolge però anche l’attività di poeti, tra cui Benedetto Gareth detto il Cariteo (1450-1514), tesi verso una toscanizzazione del linguaggio lirico, attraverso il recupero del modello petrarchesco.
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