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La centralità di Poggio Bracciolini nell'umanesimo

Poggio Bracciolini e le scoperte dei manoscritti: anche Poggio gravitava attorno al Salutati, ma era interessato non alla vita politica e all’impegno civile, bensì ad un’adesione realistica ai fatti del mondo, alle motivazioni psicologiche e comportamentali degli uomini. Nato a Terranuova in Valdarno nel 1380 e arrivato a Firenze a vent’anni, fu subito attratto dai programmi innovativi degli intellettuali fiorentini: nel 1403 andò a Roma e divenne segretario apostolico. Dal 1414 al 1417 partecipò al Concilio di Costanza (scisma d’Occidente). Il nuovo papa, Martino V, non lo confermò segretario e Poggio andò così in Inghilterra dove rimase fino al 1423. Poi tornò a Roma riottenendo il suo vecchio posto. Si dedicò alla ricerca di manoscritti nelle biblioteche dei monasteri svizzeri, francesi e tedeschi. Ritrovò molte opere classiche, di Cicerone, Quintiliano, Ammiano Marcellino e Lucrezio. L’attività di copista lo indusse a impiegare un nuovo tipo di scrittura corsiva, elegante e leggibile, ispirata alla minuscola carolina, detta “littera antiqua”, utilizzata per la produzione libraria del ‘400. Da Costanza scriveva lettere eterogenee, poi raccolte in un epistolario, agli amici umanisti.

Vicende umane e letterarie di Poggio Bracciolini: (nel 1434 il nuovo papa Eugenio IV riparò con la curia a Firenze, dove nel 1439 si tenne un concilio per la riunificazione della chiesa greco-ortodossa. Il concilio, con l’incontro fra umanisti fiorentini, intellettuali della curia e dotti bizantini, costituì l’occasione per ampliare l’interesse verso la cultura greca).
Poggio, tornato a Firenze col papa, decise a 56 anni di sposarsi con una 18enne nobile fiorentina, che gli ispirò l’autoironico dialogo “sull’opportunità o meno del matrimonio in età matura”. Negli stessi anni scrisse due dialoghi di argomento politico-filosofico, il “De infelicitate principum”, sullo stato di inquietudine dei potenti contrapposta alla serenità dei letterati, e il “De nobilitate”, sul diffuso tema umanistico della nobiltà che non si eredita col sangue, ma si acquista con la virtù e la cultura. Il “De varietate fortunae”, dialogo in quattro libri, contiene riflessioni amare sullo scorrere inesorabile del tempo e sull’instabilità delle sorti umane. Nel 1443 il papa e la Curia potevano tornare a Roma. Alla morte di Eugenio IV fu eletto Niccolò V, papa umanista che favorì lo sviluppo degli studia humanitatis. Ma polemiche e incomprensioni convinsero Poggio a tornare a Firenze, dove per poco fu cancelliere prima di ritirarsi in una villa di campagna e morire nel 1459.

Poggio e il dibattito sulla lingua: Negli ultimi anni di vita, Poggio Bracciolini si dedicò alla composizione di una “Historia Fiorentina” (1350-1455). Ma diversamente dal Bruni, egli concepisce la storia come un succedersi di vicende belliche, che descrive con uno stile di forte impronta retorica. Il dialogo è la forma letteraria preferita da Poggio e da molti scrittori del ‘400 per la trattatistica e la saggistica. Scrisse così anche due trattati polemici nei confronti di certi ordini monastici: il “De avaritia”, in cui ne denuncia l’avidità salvo riconoscere nel denaro un mezzo di avazamento sociale e civile; e il “Contra hypocritas”, in cui ne denuncia l’ipocrisia.

Nel 1450, Poggio si inserisce nel dibattito sulla lingua, impegnandosi in una dura polemica con Valla. Valla rappresentava il classicismo rigoroso, Poggio l’idea di continuità dell’Umanesimo rispetto alla millenaria tradizione culturale e linguistica. Questi temi, il ciceronianesimo e la polemica e la satira antifratesca si ritrovano nelle “Facezie”, una raccolta di brevi novelle in cui Poggio sperimenta tutte le categorie del comico, dalla battuta arguta, all’aneddoto, al raccontino salace, all’exemplum, al fine di dimostrare la vitalità del latino.

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