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Secretum - Francesco Petrarca


È un'importante opera di Petrarca nella quale compare la figura di S. Agostino. Si tratta di un testo in prosa e il suo titolo originario è “De secreto conflictu curarum mearum” = “del segreto conflitto delle mie preoccupazioni”. Questo testo quindi parla ancora una volta del suo conflitto interiore, del suo mondo interiore, della sua anima dilaniata. È quindi uno dei testi da cui capiamo meglio il mondo interiore del poeta. Al contrario dell’epistolario, non c’è in questo testo l’intento di Petrarca di costruire una figura pubblica, encomiabile, esemplare, ma egli si rivela davvero con l sue fragilità. Petrarca mette a nudo le sue fragilità e cerca in tutti i modi di giustificarle.
È stato composto nel 1347 e, poiché aveva questo valore quasi di diario segreto, di riflessione interiore, non era destinato alla pubblicazione. Aveva solo una funzione personale di diario autobiografico e di confessione, seppure fosse molto elaborato dal punto di vista letterario. È solo dopo la sua morte che frate Tebaldo della Casa ne fece una copia su incarico di alcuni ammiratori di Petrarca. L’originale è andato smarrito ma ne abbiamo una prima edizione a stampa che risale al 1473.
In quest’opera Petrarca immagina di interloquire con S. Agostino di fronte alla figura della Verità. Essa non si pronuncia mai, ma rappresenta la garante, la testimone della sincerità delle affermazioni di Petrarca. Essa testimonia che Petrarca sta dicendo la verità.
Il dialogo è diviso in tre libri e si svolge su tre giorni diversi. Anche qua il tre ha un valore simbolico e rappresenta la trinità.

Primo libro


Il primo libro parla dell’ansia che affligge Francesco e ogni uomo. Agostino dice che quest’ansia nasce dall’eccessivo attaccamento ai beni della terra e all’evidente insoddisfazione che nasce negli uomini quando si accorgono che i beni terreni sono inadeguati e deperibili. Solo l’idea della morte ci può mettere nella giusta prospettiva, può farci capire che tutto ciò che è materiale è fugace, destinato a morire, a scomparire. Francesco ribatte però di essere consapevole di questa cosa ma che comunque è attaccato lo stesso alle cose materiali, non sa cosa farci. Sottolinea il suo attaccamento. Agostino gli risponde allora che deve considerare che la sua infelicità, la sua ansia, la sua insoddisfazione nasce non da cause esterne, ma dalla sua incapacità di distogliersi dai beni materiali e di rivolgersi a Dio.

Secondo libro


Il secondo libro è un’analisi del carattere di Petrarca sulla base dei peccati capitali della morale cattolica. Petrarca passa in esame tutti i peccati capitali e dice di quali secondo lui si è macchiato e di quali no. Di alcuni si riconosce subito colpevole, ma Agostino gli dice che si è macchiato di tutti. Petrarca aveva detto nella Posteritati che l’unico peccato di cui non si riteneva colpevole era l’invidia, ma S. Agostino lo smentisce.
Egli dice di essersi macchiato di:
• Superbia: per il suo desiderio di successo intellettuale e per la consapevolezza della bellezza fisica.
• Lussuria: perché era stato spinto dall’amore per la bellezza terrena. A Val Chiusa poi aveva scoperto di avere anche una figlia, testimonianza concreta della sua passionalità, che lo tormenterà notevolmente.
• Accidia (debolezza di carattere, della volontà): perché non riesce ad impegnarsi fino in fondo nell’impegno spirituale, morale, come vediamo anche nella salita al monte ventoso. Sente di avere avuto mancanza di forza, di volontà, di essere stato incapace di agire, di aver confuso il non potere e il non volere. Dice di essersi schermato dietro all’incapacità quando invece è solo una mancanza di volontà

Terzo libro


Nel terzo libro dice (e Agostino è d’accordo con questa affermazione) che sono due gli ostacoli che gli impediscono l’ascesa spirituale: l’amore per Laura e l’attaccamento alla gloria terrena. Qui Francesco cerca maggiormente di giustificarsi, cercando di dimostrare la validità di questi suoi amori anche in senso religioso e spirituale. Dice che è giusta amare Laura, che è il simbolo della bellezza di Dio, rispecchia la bellezza di Dio, perciò l’amore per lei lo avvicina a Dio e alla sua verità. Anche l’amore per la gloria poetica è secondo lui un tentativo, un desiderio di superare i limiti umani e quindi di innalzarsi. Agostino però dice che il suo amore per Laura è un amore puramente fisico, che lui ama una bellezza fisica e che questo amore lo distoglie dal vero amore spirituale per Dio. Gli dice poi che il desiderio di gloria provoca in lui vanità e superbia.

Il dialogo però si conclude in modo aperto. Petrarca sarà un uomo sempre irrisolto, non troverà mai un equilibrio: qui c’è un suo tentativo di giustificare, il tentativo di Agostino di fargli comprendere quali sono le reali sue debolezze, ma questo non porta a nessun tipo di cambiamento. Questo è un aspetto importante da sottolineare: nel Medioevo infatti, e lo si vede soprattutto in Dante, l’esperienza biografica individuale spesso costituisce un “exemplum” per gli altri. Lo smarrimento esistenziale prevede sempre una ricomposizione, un ritrovare la strada smarrita (Dante parte nella selva, nel peccato, ma la sua esperienza biografica si risolve nella visione di Dio). L’esperienza biografica si ricompone sempre nella risoluzione a livello etico e spirituale dello smarrimento. Le opere diventano un exemplum per tutta l’umanità per tenersi lontano dal peccato. Dante nel suo viaggio impara a tenersi lontano dal male, quindi la sua esperienza personale, biografica, individuale, fa da exemplum per i suoi concittadini e si conclude con la risoluzione finale: l’uomo impara a tenersi lontano dal peccato e ad arrivare a Dio. Nel Secretum questo non avviene: lo smarrimento di Petrarca non si risolve in un ritrovare la giusta via, non si risolve nel raggiungimento di Dio e della spiritualità ed è questa la grande novità di Petrarca. È un uomo che non trova la risposta, non trova la risoluzione dei suoi conflitti. Dante l’ha trovata e addirittura diventa profeta, il suo testo diventa l’exemplum attraverso il quale gli altri uomini possono trovare la giusta strada, ma Petrarca no. La novità di Petrarca, che non è più solo uomo del Medioevo, si vede in questo, nel non trovare per forza la strada. Questa è la sua grande modernità. Nel Medioevo si trova la risposta ai dissidi interiori in Dio mentre nella classicità i dissidi interiori si risolvono con la filosofia, è la ricerca della filosofia che toglieva gli squilibri, le lacerazioni, dicotomie interiori. Per Petrarca la risposta non è né Dio, né la filosofia, la risposta non c’è.
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