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Ascesa al monte ventoso

Nella raccolta di lettere, detta familiari, di Francesco Petrarca, una delle più importanti e' la prima del quarto libro indirizzata all'amico Dionigi. In questa episola l'autore racconta di una ascesa al monte Ventoso compiuta nel 1336 con il fratello Gherardo. La scalata diventa occasione per un'esame della propria morale ed un modo per riscrivere la sua ideale autobiografia. All'inizio della lettera Petrarca confessa a Dionigi di aver intrapreso la salita del Ventoso sia per personale curiosita' che su suggestione delle gesta di Filippo V di Macedonia sul monte Emo descritta da Tito Livio. La scalata diventa in realtà un'allegoria della crisi spirituale del poeta: il raggiungimento della vetta corrisponde alla sua salvezza.
Le scelte intraprese dai due personaggi costruiscono intorno ad essi un profilo psicologico ben preciso: Petrarca, che sceglie la via più bassa e quindi più sicura fa risaltare la sua schiavitù dei beni materiali, mentre Gherardo, che intraprende la strada più complicata e impervia ma veloce disobbedendo ai consigli di un vecchio pastore, si riconosce libero e puro da quelle debolezze in quanto sale in cima senza difficoltà. Dopo aver visto l'impresa del fratello, Petrarca ammette il suo essere "mollior" (ovvero debole) e come la via più facile in realtà lo stia rendendo più lento. Questa considerazione fornisce il pretesto, per Francesco, di creare collegamenti tra questa sua condizione concreta e quella morale, la difficoltà nel sentirsi bene in ogni posto della terra e nel riprendere la retta via verso la salvezza eterna. La crisi spirituale viene risolta dal poeta quando decide di leggere un passo del libro di Sant'Agostino.

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