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Il modello della "figuralità" dantesca nel Novecento


Nel testo di Rebora si è visto che dietro la raffigurazione di un temporale è possibile individuare un senso allegorico. Si tratta di un'allegoria abbastanza elementare e diretta, che l'esempio di Dante ha certamente incoraggiato ma che non sfrutta però a pieno il potenziale del modello della "figuralità" dantesca. Ciò tuttavia avviene in altri autori del Novecento, che affrontano in modo più consapevole e organico la questione dell'allegoria dantesca. Consideriamo qui, in particolare, i casi del poeta americano Thomas Stearns Eliot (nato nel 1888 negli Stati Uniti e morto a Londra nel 1965; premio Nobel nel 1948) e di quello italiano Eugenio Montale (1896-1981; premio Nobel 1975): due casi esemplari sia per la grandezza degli autori sia per l'analogia delle loro scelte.


L'allegorismo dantesco e quello novecentesco

Una premessa di fondo. L'allegoria dantesca consiste nella rappresentazione realistica e concreta di fatti dietro i quali è possibile rintracciare un significato ulteriore di carattere generale (cioè, secondo Dante, spirituale e religioso). Ciò significa che l'allegoria è lo strumento che permette a Dante di parlare ancora di grandi questioni, come il rapporto degli uomini con Dio, nel momento in cui tali questioni tendono a sfuggire al controllo della ragione per il modificarsi delle strutture sociali e culturali e per la crisi conseguente del vecchio impianto trascendente della cultura e della società medievali. Ebbene: una crisi in parte simile colpisce l'uomo novecentesco, che avverte ancora spesso il bisogno di affrontare i grandi temi del significato della vita ma non sa più come parlarne direttamente, e soffre la crisi dei grandi sistemi tradizionali del pensiero moderno. Il metodo dell'allegoria dantesca risulta dunque un modello efficace al quale ispirarsi.
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