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La Salute malata di "Augusta" (Italo Svevo)

da La coscienza di Zeno (capitolo VI)

L’inetto Zeno ha un disperato bisogno di integrarsi nella società borghese, perciò proclama il suo amore per la moglie Augusta, la sua ammirazione per la perfetta “salute” di lei e la volontà di assomigliarle, la speranza che il matrimonio possa condurlo ad essere un buon padre di famiglia e un abile uomo d’affari. La prima condizione sembra realizzarsi (“Stavo collaborando alla costruzione di una famiglia patriarcale e diventavo io stesso il patriarca che avevo odiato e che ora m’appariva quale il segnacolo della salute”) ma occorre porre la dovuta attenzione alle affermazioni non sempre veridiche di Zeno. In realtà, infatti, la sensazione di benessere che egli prova deriva solo dall’aver trovato in Augusta il perfetto sostitutivo della figura materna. Accanto a lei Zeno si illude di una felicità fittizia, che già trova smentita nei disturbi patologici che egli prova durante il viaggio di nozze: la paura di essere aggredito dai nemici, di essere accusato di furto, di morire.

L’inattendibilità del narratore Zeno si manifesta verso sé stesso ma soprattutto nei confronti della moglie, il cui ritratto differisce completamente dalle prime apparenze. Dietro ai proclami di amore e ammirazione si delinea una figura perfida, corrosiva, verso cui Zeno prova diffidenza, disprezzo, irrisione e ostilità. Augusta, come già il padre e il dottor Coprosich, è un perfetto campione della “normalità” borghese e della tetragona immobilità con cui è piantata nel mondo. Il suo rifiuto di movimento e la sua ottusa sicurezza in ogni condizione la rendono, anzi, un caso anche più eclatante dei precedenti. Dunque, se da un lato Zeno percepisce il bisogno di integrarsi nella società borghese per diventare finalmente “normale” e “sano”, dall’altro è costretto dalla sua “diversità” a diffidare di quel mondo fastidioso. La sua ambivalenza fa di lui lo strumento straniante delle nozioni comuni di “salute” e “malattia”: il narratore Zeno rende tutto incerto, ambiguo, sconvolge le gerarchie e converte i concetti (“Io sto analizzando la sua salute, ma non ci riesco perché m’accorgo che, analizzandola, la converto in malattia. E scrivendone, comincio a dubitare se quella salute non avesse avuto bisogno di cura o d’istruzione per guarire. ”). Per questa ragione Zeno è anche strumento di critica acutissimo del mondo borghese, chiuso nel suo angusto giro d’orizzonte ed incapace di adattarsi alla mobilità del reale.

In Zeno si fondano inestricabilmente falsità e verità: mente, stravolge i fatti, si costruisce alibi, ma nel momento stesso in cui mistifica il senso del suo agire offre la chiave per vedere più a fondo in ciò che lo circonda.

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