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La morte dell'antagonista (Italo Svevo)

da La coscienza di Zeno (capitolo VII)

In questo episodio si ha un bell’esempio dei labirinti della psiche esplorati da Svevo con eccezionale sottigliezza e dell’ironia fondata sull’inattendibilità del narratore, che filtra la verità col suo punto di vista straniante. Zeno ha a che fare con la morte del cognato Guido Speier, suo antagonista, bello, affascinante, sicuro di sé, verso cui nutre un’ostilità scoperta, plateale. Ma la coscienza di Zeno non ammette un’aggressività così deliberata, perché fonte di sensi di colpa insostenibili. Scatta, perciò, quel meccanismo tipico di finzione e di mascheramento: Zeno occulta il suo odio verso il cognato nell’ostentazione di un affetto fraterno. Anche lo Zeno narratore, a distanza di anni, nega la realtà dei suoi sentimenti, sebbene sia rimasto a fianco del cognato per spiarlo, ansioso com’era di assistere alla sua caduta mentre questi precipitava nella rovina economica.

Dunque, alla morte del cognato-antagonista, i sensi di colpa di Zeno rischiano di scatenarsi. Egli deve dimostrare la sua innocenza, a sé stesso prima che agli altri, perciò si lancia con dedizione nelle speculazioni in Borsa: vuole recuperare la perdita di Guido e salvarne il patrimonio. Ciò vale per Zeno la dimostrazione della sua bontà e lo rassicura ulteriormente dell’affetto per il cognato di cui vuole convincersi. Egli arriva a credere, persino, di provare dolore per la perdita del parente, ma proprio nella memoria di quest’ultimo covano l’ostilità e il rancore di un tempo. Riscattando il patrimonio del cognato, Zeno si rivale della sua apparente superiorità, celebra un trionfo postumo sul nemico, il quale ha dimostrato, morendo, tutta la sua debolezza. Zeno può finalmente provare di essere migliore dell’antagonista, buon marito, devoto alla famiglia ed abile uomo d’affari.

L’aggressività e l’ostilità latenti si manifestano nell’episodio dello sbaglio di funerale, l’errore in cui tutto il suo disprezzo per Guido viene a galla, benché Zeno voglia sempre mascherarlo al livello della sua coscienza (“Oramai non mi dispiaceva affatto di essermi sbagliato di funerale e di non aver reso gli ultimi onori al povero Guido. Non potevo indugiarmi in quelle pratiche religiose. Altro dovere m’incombeva: dovevo salvare l’onore del mio amico e difenderne il patrimonio a vantaggio della vedova e dei figli.”). Egli si sente euforico e sano, spinto da una rinnovata vitalità. Ma l’acutezza della cognata Ada, moglie del defunto Guido, lo mette di fronte alla verità: lei lo accusa di aver sempre odiato il marito e di essersi dimostrato affettuoso nei suoi confronti solo dopo la sua morte. Zeno è colpito a fondo dall’accusa di Ada, ma ancora si rifiuta di riconoscere la verità e si chiude nel suo sistema di difesa.

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