Inattendibilità di Zeno narratore
Zeno è un narratore inattendibile. La forma del diario contribuisce all’inattendibilità, in quanto i fatti narrati sono unicamente filtrati dalla sua memoria e dal suo punto di vista soggettivo. Nel memoriale, Zeno tenta di autogiustificarsi e di apparire innocente da ogni colpa. Il lettore, quindi, non può mai essere certo che ciò che racconta corrisponda davvero alla realtà dei fatti, perché ogni episodio viene deformato dalla sua coscienza e dal bisogno di difendersi. La narrazione assume così un carattere ambiguo e contraddittorio: Zeno spesso modifica o interpreta gli eventi a proprio favore, senza rendersi conto delle sue stesse contraddizioni.
Però, le menzogne di Zeno non sono intenzionali: sono autoinganni determinati da processi profondi ed inconsapevoli. Il suo agire è il prodotto di impulsi inconsci: con i suoi alibi crea una realtà fittizia e immaginaria per dimostrarsi innocente e mettere a tacere i suoi sensi di colpa. Per questo motivo il personaggio appare estremamente umano e complesso: egli cerca continuamente di analizzarsi, ma ogni tentativo di comprendersi finisce per generare nuove illusioni e nuove giustificazioni. La sua coscienza è quindi frammentata e incapace di raggiungere una verità definitiva.
Atti mancati di Zeno
Zeno manifesta la sua inettitudine attraverso gli atti mancati: piccoli errori quotidiani (sviste, lapsus verbali, dimenticanze) che rivelano un conflitto tra un'intenzione conscia e un desiderio inconscio rimosso. Tali episodi richiamano le teorie della psicoanalisi di Freud, secondo cui i comportamenti apparentemente casuali nascondono desideri profondi e inconsci.
Il funerale di Guido: Zeno sbaglia corteo funebre, arrivando al cimitero sbagliato. Questo errore non è casuale, ma interpretato come il desiderio inconscio di non rendere omaggio al cognato Guido Speier, che odiava, nonostante la sua apparente amicizia fraterna. L’episodio evidenzia il contrasto tra ciò che Zeno crede di provare e ciò che realmente sente.
Il matrimonio con Alberta: inizialmente corteggia Ada, ma a causa della sua incertezza, finisce per sposare la sorella minore, Alberta, che era inconsciamente quella che desiderava dall’inizio. Anche in questo caso emerge la sua incapacità di prendere decisioni lucide e coerenti.
Il vizio del fumo: i continui tentativi di smettere di fumare, segnati dalle innumerevoli “ultime sigarette”, sono atti mancati che rivelano la sua mancanza di vera volontà e il suo autoinganno. Ogni promessa di cambiamento si trasforma infatti in un fallimento, simbolo della sua debolezza e della sua inettitudine esistenziale.
Ironia di Zeno
Dal romanzo emerge che la chiave di lettura è l’ironia con cui Svevo guarda il mondo che lo circonda: le certezze e le ambiguità della borghesia e della realtà del tempo, l’ambiguo rapporto tra la verità e la memoria, tra la salute e la malattia. L’ironia permette all’autore di mettere in discussione ogni certezza assoluta e di mostrare la fragilità dell’uomo moderno.
La “malattia”, che impedisce a Zeno di accettare fino in fondo le convenzioni del mondo borghese, porta alla luce l’inconsistenza della “sanità” degli altri. Diventare sano sarebbe per lui come morire. Egli preferisce la sua malattia piuttosto che essere considerato sano, uniformandosi a una società priva di autenticità e di valori, spregiudicata e volta al profitto, difendendo così la sua vera coscienza. In questo senso la malattia diventa quasi una forma di consapevolezza superiore, che rende Zeno diverso dagli altri personaggi apparentemente “normali”.
Per lui “la vita non è né brutta né bella ma è originale e in essa l’uomo è stato messo dentro per caso”. Questa riflessione conclusiva esprime una visione profondamente relativistica e pessimistica dell’esistenza, nella quale non esistono verità assolute né punti di riferimento sicuri.