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Nel nuovo romanzo non c’è più un solo punto di vista, superiore e onnisciente che era poi quello del narratore tradizionale, il quale dall’alto delle sue certezze dirigeva l’organizzazione romanzesca, ma ci sono più punti di vista, più prospettive per adeguarsi alla mutevolezza di una realtà dallo spessore multiplo, che si accavalla, si rompe, torna a formarsi ma non è mai uguale a sé stessa o non è più quella di prima. Non c’è più un solo punto di vista superiore ma più prospettive perché la realtà è mutevole, incasinata. (Anche l’esperienza cubista, ai primi del Novecento, andava insegnando che un oggetto poteva essere rappresentato simultaneamente da tutti i lati.)
Le reazioni spazio-temporali sono profondamente alterate rispetto al romanzo tradizionale; ora passato e presente si intrecciano e si sovrappongo continuamente; si passa dal tempo oggettivo, scandito dall’orologio, al tempo ‘interiore’, al tempo ‘perduto’, al tempo ‘misto’.
Discontinuo è l’intreccio e la rappresentazione delle singole scene, com’è discontinua la percezione della realtà. La narrazione non si muove più su un solo piano, ma su più piani, simultaneamente, a seconda dei diversi punti di vista, con un gioco di tagli, di dissolvenze, che rimanda al modo di procedere della nascente cinematografia.

I personaggi non sono più una realtà stabile e coerente da descrivere. Molti scrittori rinunciano a ‘rappresentare la storia dei loro personaggi con la pretesa della compiutezza esteriore, conservando la successione cronologica e concentrando tutta l’attenzione sulle importanti svolte esteriori del destino… Questo spostamento del centro di gravità esprime quasi uno spostamento di fiducia: si attribuisce meno importanza alle grandi svolte esteriori e ai colpi del destino, come se da essi non possa scaturire nulla di decisivo per l’oggetto; si ha fiducia invece che un qualunque fatto della vita scelto casualmente contenga in ogni momento e possa rappresentare la somma dei destini; si ha fiducia maggiore nelle sintesi, ottenute con l’esaurire un fatto quotidiano, piuttosto che nella trattazione completa in ordine cronologico’ (Auerbach - Mimesis). Dal personaggio ‘tutto tondo’ si passa al personaggio ‘relativizzato’ in una molteplicità di piani psicologici, a seconda delle varie e diverse immagini che esso assume nella coscienza degli altri. ‘Nel mio romanzo non dovete cercare quel vecchio ego stabile’ scriveva nel 1914 lo scrittore inglese David H. Lawrence.
L’autore non si mimetizza più dietro un egli impersonale, ma vuole essere presente; pertanto entra direttamente nel romanzo, parla in prima persona, usa l’io.
Il nuovo romanzo, dunque, diviene la trascrizione della coscienza in crisi dell’uomo contemporaneo, nella società borghese che lo schiaccia. Da questa narrativa usciranno personaggi spesso tesi a smontare la storia dei loro fallimenti e della loro coscienza frantumata. Non basta però dire che il romanzo all’inizio del Novecento si interiorizza e si isola dallo sfondo sociale, come a volte si sostiene; la verità è che il nuovo romanzo, pur riflettendo chiaramente la crisi dell’uomo e partendo dal sondaggio della sua coscienza, legge la realtà e la sua dimensione sociale. I suoi limiti semmai si devono rintracciare nella difficoltà e spesso nella incapacità di ipotizzare un ‘uomo nuovo’.

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