Vita e opere di Dino Campana


Dino Campana nacque a Marrandi, un piccolo paesino dell’Appennino tosco-emiliano, nel 1885. la sua esistenza fu tormentata da continui squilibri psichici, a causa dei quali fu inizialmente ricoverato nel manicomio di Imola; una volta dimesso, per appagare il suo desiderio di viaggiare, intraprese una vita da nomade tra l’Europa e l’America del Sud. Ma i suoi problemi purtroppo non terminarono: durante il suo soggiorno in Francia fu arrestato per vagabondaggio e rinchiuso anche qui in un manicomio.
Dopo essere ritornato nel suo paese d’origine, nel 1911, iniziò a comporre i versi del cosiddetto Quaderno e la stesura dei Canti orfici. Il manoscritto dei Canti fu consegnato a Soffici e Papini, ma andò perduto; il fatto provocò un aggravamento delle condizioni psichiche di Campana, che si vide costretto a “restaurare” il testo, fondandosi solo sulla sua memoria, divenuta ormai instabile. Nel 1914 pubblicò a Marrandi un manoscritto nuovo e successivamente, fra il 1916 e il 1917, allacciò un agitato amore con la poetessa Sibilla Aleramo; nel 1918 venne definitivamente internato nel manicomio di Castel Pulci di Firenze, dove morì nel 1932.
Sia per la significativa esperienza dell’elaborazione tecnica, Campana rappresenta la voce più spezzata, più confusa eppure più balenante della poesia moderna: a tratti geniale, essa produce quasi per folgorazioni illuminanti; a tratti, invece, ricerca esasperatamente e angosciosamente la parola nuda, spogliata di tutti i “pesi” del passato, restituita a una capacità lirica ed evocativa insolita. Il poeta, però, nella ricerca spasmodica della purezza viene colto dalla malattia, che lo lascia lontano ancora dalla soluzione, dalla nudità assoluta della parola. I componimenti, sebbene ricchi degli echi della tradizione ottocentesca, idealmente anticipano la nuova poesia di Ungaretti e Montale, e sembrano comunque porsi al polo opposto della lirica pura, forse perché troppo abbondanti di ripetizioni, riprese, ritorni di parole; si tratta di versi che nascono da un profondo lavorio interiore e che approdano a un tipo di poesia ermetica, tesa a dar voce a temi profondi, tra i quali domina certamente quello del viaggio, della scoperta, del mare, ma soprattutto dell’uomo inteso come una realtà immersa nella notte, nel buio da cui cerca disperatamente di venir fuori. La poesia di Campana è, dunque, un miscuglio ossessivo di suoni, colori, immagini fra loro inscindibili, e la sua arte vale nella misura in cui si accetta per le suggestioni che evoca. E come nei quadri si coglie l’elementarità favolosa delle presenze, così intorno alle immagini di Campana si crea un’atmosfera, in cui è vibrante la magia del mito in tutta la sua aspettativa miracolosa. Egli riesce a superare la tradizione precedente con un atteggiamento descrittivo obiettivo, quello di chi si pone di fronte al paesaggio e, come un “visionario” che valica la sua realtà, accosta imprevedibilmente tra loro le cose e, accentuandone i colori, riesce a sprigionare ricordi remoti, a evocare altre realtà e a provocare suggestioni concatenate. Dietro il visionarismo del poeta si nasconde la notevole abilità di piegare il verso a soluzioni musicali inedite, dove c’è posto per le improvvise folgorazioni, ma anche per momenti di equilibrio lirico.
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