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Dino Campana nacque in provincia di Firenze nel 1885 . La sua esistenza fu segnata da una grave malattia mentale ereditaria che lo portò a interrompere gli studi universitari e a ripetuti ricoveri in ospedali psichiatrici.
Viaggiò in Europa e in America Latina, adattandosi a compiere , per sopravvivere , i mestieri più umili. Dopo un amore infelice per la poetessa Sibilla Aleramo, fu internato definitivamente nell'ospedale psichiatrico di Castel Pulci, vicino a Firenze, dove trascorso il resto della sua vita fino alla morte avvenuto nel 1932. Tra le sue opere ricordiamo i Canti orfici , pubblicati nel 1914 q spese dell'autore. Nella sua produzione poetica, si avvertono l'influenza del
Simbolismo francese e della poesia futurista. Per Dino Campana la poesia fu uno strumento per penetrare a fondo nel
mistero della realtà. Il titolo della raccolta , allude all'orfismo, un movimento mistico-religioso dell'antica civiltà greca, e pone in evidenza il carattere della poesia come rivelazione di misteriose analogie tra le cose e lo spirito, che praticamente, tramite improvvise illuminazioni, può cogliere frammenti di verità.

Ma perché questa straordinaria facoltà della poesia possa esplicarsi, le immagini del reale vanno scomposte dalla forza
dell'immaginazione anche sul piano del linguaggio, dove il poeta può arrivare a stravolgere le connessioni sintattiche e l'andamento logico-espositivo dei versi, spesso oscuri, lontanissimi dal parlato e dominati da una musicalità istintiva.


Per quanto riguarda il testo il sereno ricordo del poeta ritorna sulla figura di una giovane donna immersa in un contesto di visioni marine. Dall'immagine femminile scaturisce un'armonia che trova eco e riscontro nella musicalità dei versi e nell'uso sapiente delle espressioni e dei frequenti enjambement utilizzati volutamente dall'autore.

Donna Genovese da Inediti (1942) Dino Campana

Tu mi portasti un po' d'alga marina
Tu mi portasti un po’d’alga marina
Nei tuoi capelli, ed un odor di vento,
Che è corso di lontano e giunge grave
D’ardore, era nel tuo corpo bronzino:
5 – Oh la divina
Semplicità delle tue forme snelle –
Non amore non spasimo, un fantasma,
Un’ombra della necessità che vaga
Serena e ineluttabile per l’anima
10 E la discioglie in gioia, in incanto serena
Perché per l’infinito lo scirocco
Se la possa portare.
Come è piccolo il mondo e leggero nelle tue mani!

Il poeta, praticamente, nel rievocare una giovane donna genovese, non si sofferma sulla descrizione delle sue caratteristiche (infatti sappiamo soltanto che è snella e abbronzata); preferisce proporre, mediante immagini di intensa suggestione, particolari e tratti che dominano nel suo ricordo. Attraverso un procedimento analogico , frequente nella sua opera, il poeta tratteggia una figura femminile ricca di grazia natural ma anche selvaggia, come suggeriscono le immagini dell'alga marina e dell'odore di vento. Partendo , poi, dal verso 7, il poeta ripiega su se stesso e sul suo

sentimento , che non è amore spasimante (in base a ciò che afferma l'autore), ma gioioso incanto, che l'anima vive con serenità come naturale bisogno di amare. La poesia si chiude con un'espressione lieve e pensosa al tempo stesso,
nella quale viene evocata , con singolare sintesi , la capacità della donna di guardare il mondo con innocenza e semplicità.

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