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"L'antilingua", Italo Calvino: analisi, storia e attualità

Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L'interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po' balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo: "Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata". Impassibile, il brigadiere batte veloce sui tasti la sua fedele trascrizione: "Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l'avviamento dell'impianto termico, dichiara d'essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l'asportazione di uno dei detti articoli nell'intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell'avvenuta effrazione dell'esercizio soprastante".

Ogni giorno, soprattutto da cent'anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un'antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d'amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell'antilingua. Caratteristica principale dell'antilingua è quello che definirei il "terrore semantico", cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se "fiasco" "stufa" "carbone" fossero parole oscene, come se "andare" "trovare" "sapere" indicassero azioni turpi. Nell'antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente. […]
Chi parla l'antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: "io parlo di queste cose per caso, ma la mia funzione è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia funzione è più in alto di tutto, anche di me stesso".

Tratto da "Il Giorno", 3 febbraio 1965

Analisi del testo

- 1° paragrafo: descrizione dell'episodio in cui l'interrogato fa una deposizione verbale e il brigadiere la trascrive.

- 2° paragrafo: intervento del saggista che commenta il linguaggio scritto del brigadiere, definendolo "antilingua" e affermando che la sua caratteristica principale è il "terrore semantico".
- 3° paragrafo: l'autore riflette sulla personalità di chi usa l'antilingua, caratterizzata dalla convinzione di rappresentare una funzione astratta, la propria istituzione. Queste persone credono che il loro sia un mondo esoterico, con regole superiori, in cui si parla un linguaggio diverso da quello usato nella realtà quotidiana, che è invece concreta e inferiore.
Calvino non prova simpatia per chi parla l'antilingua, esprime disaccordo, è critico e contrariato.

L'antilingua si definisce come un linguaggio costituito da perifrasi di stampo tecnico, burocratico e generico, condizionata dal "terrore semantico".
Terrore semantico: la semantica è lo studio dei segni usati per comunicare; in questo caso, l'aggettivo "semantico" indica il senso di cui il segno è portatore. Esso è infatti il terrore di esprimersi in forma aderente alla realtà; ciò è indizio della volontà di proporsi come separati e superiori alla realtà quotidiana.
La caratteristica principale dell'antilingua è il passaggio dalle parole del concreto a quelle dell'astratto generico.
Esempio: "Era stata scassinata" --> verbo definito, specifico
"Avvenuta effrazione" --> verbo indefinito, generico
Lo scopo di questo cambiamento è quello di tentare di non far capire all'altro ciò che si comunica, cosicché egli sia in difetto rispetto a colui che parla.
In conclusione, non ci si deve fidare di chi fa uso dell'antilingua, poiché pone la funzione che rappresenta al di sopra di tutto, addirittura di se stesso.

La nascita dell'antilingua

Il testo analizzato è stato scritto nel 1965, ma all'inizio del secondo paragrafo, Calvino comunica che l'antilingua veniva usata già "da cent'anni a questa parte".
Un secolo prima correva l'anno 1865, poco dopo il 1861, data dell'Unità d'Italia.
Prima di allora si usavano diverse lingue:
- con amici stretti e parenti si parlava il dialetto;
- con le persone con cui si aveva meno intimità si comunicava usando il francese e il tedesco, anche se più raramente (quest'ultimo era infatti la lingua degli austriaci, nemici degli italiani);
- si scriveva in volgare, soprattutto quello toscano per l'influenza di Boccaccio e altri suo contemporanei.
Nel 1800 era quindi diffuso il bilinguismo, perciò quasi tutti parlavano il dialetto del posto e la lingua veicolare, il francese.
Poiché però i modelli di scrittura erano autori del 1300, il linguaggio veniva percepito come distaccato.
Nel 1861, con l'unione degli stati regionali, gli italiani dovettero utilizzare una lingua scritta comune, la quale derivò dal latino.
Nel campo della letteratura, si prese spunto dalle opere di Manzoni, mentre in quello della burocrazia si costruì un linguaggio che nessuno conosceva, se non coloro che si occupavano di quel campo, l'antilingua: questi ultimi iniziarono così a sentirsi superiori e si crearono forti divisioni sociali.

L'antilingua oggi

Ai giorni nostri, l'antilingua viene ancora usata in diversi ambiti:
- in politica, anche se spesso non la si parla, con lo scopo intenzionale di mostrarsi più materiali e simili al popolo;
- in campo giuridico, soprattutto per difendere una posizione indifendibile;
- per scrivere verbali e contratti molto formali.

Nonostante ciò, la società è più livellata, le differenze sociali sono meno marcate rispetto al 1800, per esempio non ci sono più segni di riconoscimento del ceto sociale.

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