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Il centauro Chirone


Allo scopo di dimostrare come il principe nuovo debba rimettere in discussione certe teorie consolidate, Machiavelli non esita a ribaltare affermazioni ampiamente acquisite. È quanto accade con la tesi secondo la quale esercitare il potere nel rispetto delle leggi della morale sarebbe tipico degli uomini, mentre farlo servendosi della forza sarebbe proprio delle bestie. L’esempio del centauro Chirone viene utilizzato proprio a tale scopo: questo essere ibrido, metà uomo e metà cavallo, cui la tradizione mitologica assegna il compito di saggio educatore di insigni eroi e principi dell’antichità, fra cui Achille, è la dimostrazione che queste due modalità di comportamento politico possono e debbono coesistere e che esse sono proprie della stessa natura dell’uomo. In tal modo un personaggio mitologico si trasforma in una figura antropologica, allo scopo di sottolineare la naturalità dell’uso della forza al pari di quella delle leggi. Gli antichi, nella loro saggezza, avevano compreso questo dualismo e il fatto che la componente istintiva nell’uomo non può essere eliminata, al di là di ogni visione idealizzata; e l’avevano dunque rappresentata attraverso l’immagine del centauro.

Il rovesciamento della morale: volpe e leone tra antico e moderno


In questo capitolo Machiavelli utilizza anche un’altra immagine di grande efficacia: quella della volpe e del leone, a indicare le due qualità che deve avere il principe. Se la scelta dei due animali s’inserisce in una tradizione consolidata (quella delle favole aventi animali per protagonisti), è del tutto originale, invece, l’assunzione di queste due figure a simboli positivi dell’agire politico. Può essere utile, per cogliere lo scarto rispetto alla tradizione precedente, ricordare che in uno dei testi più noti della tradizione classica, il De officiis di Cicerone, gli stessi animali erano eletti a emblema di negatività. Questo passo viene del tutto rovesciato nel Principe, dove Machiavelli afferma che «quello che ha saputo meglio usare la golpe [ovvero “la furbizia”, “l’inganno”], è meglio capitato» (rr. 30-31).
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