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Pirandello: Vita e formazione

Le opere di Pirandello costituiscono una delle espressioni più significative della letteratura del Novecento. Nonostante Pirandello venga inserito tra i Decadenti dal punto di vista cronologico, egli non può essere annoverato in uno specifico filone letterario in quanto il suo pensiero, come tutti i grandi geni, sfugge da ogni catalogazione.Luigi Pirandello nacque il 28 giugno del 1867 da una famiglia di agiata condizione borghese presso Girgenti, antica colonia greca inizialmente chiamata “Akragas”, ribattezzata poi Agrigento sotto il fascismo. Il padre dell’autore possedeva una miniera di zolfo e Pirandello trascorse gran parte della giovinezza in Sicilia per aiutarlo nel commercio del minerale. A soli undici anni, Pirandello scrisse la sua prima opera, Barbaro, andata perduta. Dopo gli studi liceali, l’autore si iscrisse in Lettere all’Università di Palermo, proseguendo poi gli studi all’Università di Roma e portandoli a termine nella città tedesca di Bonn, dove nel 1891 si laureò una tesi sul dialetto girgentino e sulle sue evoluzioni. Completati gli studi, egli si trasferì a Roma, dove si dedicò totalmente alla scrittura. Nel 1893 Pirandello scrisse il suo primo romanzo, L’Esclusa, pubblicato solo nel 1901. Nel 1894 egli sposò a Girgenti Maria Antonietta Portulano e, nonostante il matrimonio fosse stato concordato dalle rispettive famiglie, tra i due coniugi nacque davvero l’amore, consolidato dalla nascita dei figli Stefano, Rosalia e Fausto. La moglie di Pirandello soffriva di gravi disturbi mentali e ciò indusse l’autore ad approfondire lo studio dei meccanismi della mente. Nel 1904 egli pubblicò una delle sue opere più famose, Il fu Mattia Pascal, scritta nelle notti di veglia alla moglie, paralizzata alle gambe. Pirandello raggiunse il successo nel 1922, anno in cui l’amico Nino Martoglio gli chiese di mandare in scena presso il suo teatro alcuni lavori. Tuttavia, durante la Grande Guerra, egli fu costretto a diminuire la produzione letteraria a causa di due eventi che funestarono la sua famiglia: la cattura del figlio Stefano da parte degli austriaci e l’irreversibile aggravarsi delle condizioni psichiche della moglie. La grave crisi che colpì i suoi cari lo indusse a concepire la famiglia come una «trappola» che avvolge e soffoca l’uomo. Dopo la guerra, Pirandello intensificò la propri produzione teatrale: nel 1925 fondò il Teatro d’arte di Roma e le sue commedie cominciarono a essere rappresentate anche nei teatri di Broadway. Egli venne persino considerato il drammaturgo di maggior fama nel mondo, motivo per il quale nel 1934 ricevette il premio Nobel per la letteratura. Pirandello non tenne un discorso ufficiale dopo la consegna del premio, anzi, pare che durante le consuete interviste di rito egli, curvo sulla macchina da scrivere, scrisse le parole «Questa sono Pagliacciate! Pagliacciate! Pagliacciate! … », ripetute per ben ventisette volte!
Pirandello aderì al fascismo, dal momento che, a causa della sua grande sfiducia nei confronti della natura umana, pervenne alla convinzione che il potere del Duce fosse uno strumento necessario per evitare mali peggiori all’umanità.
Nel novembre del 1936 Pirandello si ammalò di polmonite e il 10 dicembre morì, lasciando incompiuto l’ultimo lavoro teatrale. Nonostante il regime fascista avesse previsto le esequie di stato, vennero rispettate le ultime volontà di Pirandello: «Carro di infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. Bruciatemi». Per sua volontà il corpo, senza alcuna cerimonia, fu cremato e le sue ceneri furono deposte in un’urna cineraria. In seguito, nel 1947, furono poste in un antico vaso greco e trasferite ad Agrigento, nella villa in cui era nato. Nel 1962 le ceneri, contenute in una piccola urna metallica, furono incassate in una scultura monolitica costituita da una grossa pietra non lavorata, presso la villa, mentre la parte rimanente venne dispersa, rispettando il desiderio originario dello scrittore.
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