Perch’i’ no spero di tornar giammai di Guido Cavalcanti


Il motivo della lirica è il timore del poeta di morire lontano dalla sua Firenze e soprattutto dalla donna amata.
Il componimento fu scritto da Cavalcanti durante l’esilio a Sarzana , nell’estate del 1300, quando il poeta, gravemente ammalato, dispera di poter rivedere la sua città e la sua donna. In realtà il motivo autobiografico non deriva dall’esilio, bensì dalla morte per amore, un tema tipicamente stilnovistico.
Riassunto della lirica: L’autore si rivolge alla sua stessa poesia, una ballata (“balla tetta”), pregandola di portare alla sua donna un ultimo messaggio d’amore. Ma la poesia deve fare attenzione a non cadere, durante l’immaginario percorso, nelle mani di qualche persona rozza che non saprebbe apprezzarla e le potrebbe impedire di giungere a destinazione. Se fosse così, il poeta si addolorerebbe al pensiero che la sua donna, non ricevendo alcun messaggio d’amore, potrebbe dimenticarsi di lui. Poi chiede alla “balla tetta” di prendere la sua anima, dopo la morte, e di portarla alla donna amata, per farla rimanere sempre con lei. Infine si rivolge alla sua voce, esortandola ad accompagnare la ballata fino alla donna, così che possano entrambe starle accanto.
L’uso del diminutivo avviene non per ragioni tecniche, bensì per esprimere l’intensa affettività propria del Cavalcanti.
Il metro è quello proprio della ballata, con quattro strofe composte ciascuna da dieci versi: la fronte ha due piedi d’endecasillabi con rime replicate secondo lo schema AB. AB; la sirma presenta sei versi: un endecasillabo con rima identica all’ultimo della fronte e cinque settenari, con l’ultimo sempre legato dalla rima in “-ore” con l’ultimo della ripresa, secondo lo schema Bccddz. Prima delle quattro strofe c’è una ripresa, costituita da sei versi: il primo è un endecasillabo e gli altri sono settenari, in rima secondo lo schema Abbccz.
Il motivo strutturale della ballata sta nella proposizione del tema mediante gli endecasillabi iniziali e la sua ripresa attraverso i settenari, i quali però non lo approfondiscono concettualmente, limitandosi a sfumarlo in senso affettivo-musicale.
L’amore viene considerato “angoscia”, “pianto e novel dolore”.
La corrispondenza tra la lontananza del poeta dalla donna amata e l’adorazione di quest’ultimo viene espressa con l’antitesi tra il termine “giammai” del primo verso della lirica e la parola “sempre” del verso conclusivo.
Le espressioni ed i termini che si rifanno alla lirica cortese sono: “la donna mia”, “per sua cortesia”, “molto onore”, “servire”, con le varianti “servente” e “servo”.
Il verbo “adorare” si riferisce all’amore provato dal poeta nei confronti della sua donna: un sentimento quindi terreno, che non ha niente a che vedere con quello mistico, ultraterreno, che fu proprio degli altri stilnovisti; Dante infatti non userà mai per Beatrice lo stesso verbo che invece sarà ancora utilizzato, in modo per così dire profano, dal Petrarca nel suo Canzoniere.
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