Nascita della lingua italiana: dal latino al volgare


Man mano che Roma conquistava nuovi territori, le popolazioni sottomesse venivano romanizzate fino al punto di sostituire la loro lingua con quella dei vincitori.
Occorre, però, precisare che il latino diffuso nell’impero non era quello classico, adoperato dalle persone colte. Era un linguaggio volgare ( termine derivato da “vulgus” = popolo) con notevoli differenze lessicali e sintattiche rispetto a quello letterario.


Esempi


latino letterario: equus latino volgare: caballus
latino letterario: ignis latino volgare: focus
latino letterario: os latino volgare: bucca
latino letterario: oculus latino volgare: oclus
Il latino volgare rimase in uso nei territori conquistati finché Roma non lo impose ai popoli soggetti. Tuttavia, quando l’impero decadde (476 d.C.), l’unità andò man mano perdendosi per cui i popoli non più sottomessi cominciarono a fondere liberamente i loro vocaboli autoctoni con quelli latini. Tale fusione non fu per tutti uguale: nei popoli più vicini geograficamente a Roma, prevalse l’elemento latino, mentre in quelli più distante prevalse la lingua originaria, spesso il celtico. Si formarono così delle nuove lingue, dette “neolatine”, dette anche romanze, cioè romanizzate. Esse sono: il portoghese, lo spagnolo, il francese, l’italiano, il rumeno e il ladino , quest’ultimo parlato nel Cantone dei Grigioni, in Svizzera.
Tra le lingue neolatine quella che mostra più chiaramente le sue origini latine è l’italiano e questo si spiega col fatto che l’Italia rimase più a lungo sotto la dominazione romana. All’inizio, la nascente lingua italiano non era molto diversa da latino. Infatti, in un documento del VIII secolo d.C. troviamo scritta la frase “de un lato decorre via publica” che in latino si sarebbe dovuto scrivere “de uno latere decurrit via publica”. Nei documenti de X secolo d.C.. l’italiano subisce altre ed importanti trasformazioni. Infatti, in un documento risalente al 960 si trova scritto: “sao ke kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti” che in italiano moderno corrisponde alla seguente traduzione: “so che quelle terre, per quei confini che qui si contiene, trent’anni le possedette la parte di santo Benedetto”.
Nonostante la nuova lingua fosse molto diffusa, le persone colte continuavano ad adoperare il latino che veniva ritenuta l’unica lingua degna per scrivere poesie o testi letterari. Nei primi anni del XIII secolo, abbiamo la prima grande composizione letteraria in lingua italiana: il Cantico delle Creature di S. Francesco. Un secolo più tardi, Dante scrive un’opera col preciso intento di invitare tutte le persone colte ad utilizzare l’italiano. Egli, pur conoscendo perfettamente il latino, scrisse la sua più grande opera, la Divina Commedia, in italiano, dimostrando così che essa poteva degnamente sostituire la lingua dei classici.
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