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Pietro bembo

Una forma in cui si manifestò in tutto il Cinquecento la quasi generale tendenza all’imitazione, fu quella del Petrarchismo. Infatti, si riteneva che per la poesia lirica il Petrarca fosse il modello più alto cui si potesse aspirare. Colui che diede un codice al petrarchismo platonico del Cinquecento, e che fu egli stesso il primo e massimo rinnovatore del culto del Petrarca, fu uno dei più illustri letterati del secolo, il veneziano Pietro Bembo.
Nacque a Venezia da famiglia patrizia nel 1470. Visse giovane a Firenze, cosicché ebbe modo di apprendere la lingua toscana; compì la sua educazione umanistica a Venezia, a Messina, per imparare il greco, a Padova, per imparare la lingua latina. Frequentò la corte di Ferrara, dove conobbe l’Ariosto, e la corte di Urbino. Passò poi a Roma, dove il Papa Leone X gli affidò la segreteria dei brevi popoli, senza che egli prendesse gli ordini religiosi, e dove amò appassionatamente la giovane e gentile Marosina; ma improvvisamente si ritirò a Padova, tra gli studi e le dotte conversazioni. Nel 1539, nominato cardinale da Paolo III, prese gli ordini religiosi, si trasferì di nuovo a Roma e, dopo essere stato eletto successivamente vescovo di Gubbio e di Bergamo, morì a Roma nel 1547.

Nel 1505 pubblicò Gli Asolani, dialogo in tre libri, il primo e il più famoso esempio di quei dialoghi e trattati sull’amore, che divennero di moda nel 1500. Fu composto nella corte estense e dedicato a Lucrezia Borgia, ma si ispira al platonismo fiorentino. Esso si immagina avvenuto ad Asolo, nel giardino del castello di Caterina Cornaro, fra tre gentiluomini e altrettante gentildonne, durante una festa per il matrimonio d’una damigella di corte. Il Bembo vi espone la teoria dell’amore platonico, imitando il Boccaccio nella prosa e il Petrarca nella poesia. Altro dialogo in tre libri, in cui per la prima volta si proclama la superiorità della lingua volgare sulla latina.
Lo scrittore vi dimostra l’eccellenza del fiorentino sui diversi volgari regionali: non il fiorentino del popolo, perché in tal caso la lingua perderebbe la sua gravità, ma quello usato dai grandi scrittori del passato, come il Petrarca per la poesia e il Boccaccio per la prosa.
Le Rime sono quasi tutte d’ispirazione petrarchesca. Egli imita il Petrarca nei motivi, nelle parole, nei metri, ecc, ma manca di quella intimità e quella religiosa malinconia che costituiscono l’anima del Canzoniere petrarchesco.

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