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Il Leopardi, come già il Foscolo, affronta nelle sue opere il problema del fine e del significato della vita umana, ma diverso è l'atteggiamento che di fronte ad esso i due poeti assumono.
Entrambi credono ancora, come gli Illuministi, che il mondo sia governato da leggi meccaniche, ma al tempo stesso si ribellano contro tale teoria, rifugiandosi nelle illusioni. Se non che Leopardi, pur cantando le illusioni come unico conforto della vita umana, le distrugge, dimostrando che esse durano solo finché l'uomo non conosce la realtà delle cose che nega le illusioni.
Leopardi perciò finisce per chiudersi nello sconforto e nel pensiero che nulla esiste al mondo se non il dolore e l'infelicità e quindi è inutile l'esistenza perché tutto finisce nel nulla.
Per il Foscolo esiste una forza, la Natura, che si opprime e ci trascina nel nulla, ma la poesia è più potente e può far sopravvivere nel ricordo dei vivi le opere degli uomini illustri.
Il Leopardi riprende il tema pessimistico della Natura nemica dagli uomini e tutt'al più indifferente alle loro avventure, esasperandolo e affermando che anche ribellandosi contro di essa si finisce sempre per essere vinti. Il poeta perciò canta la bellezza, la gloria, la virtù, l'amore (tutti temi romantici già presenti nel Foscolo) come beni desiderati e perduti.

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