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A se stesso: analisi e commento

È il più riuscito e intenso dei canti del “ciclo di Aspasia”. Viene meno il tono elegiaco degli idilli e si afferma un tono nuovo, più energico ed eroico, di ribellione contro il potere del male “ascoso”. Tutta la poesia è una sorta di colloquio tra il poeta e il proprio animo. I motivi del colloquio sono tre: la constatazione del disinganno, la consapevolezza della rinuncia a ogni illusione e la denuncia del malvagio potere della natura.
Nel canto si manifesta la disillusione dopo la fine dell’amore per Fanny. Da ciò deriva un invito a non illudersi più, ad abbandonare per sempre l’illusione che esista qualcosa nella realtà che sia degno di amore. Il poeta smetterà di amare: è morta l’ ultima illusione che lui aveva creduto eterna. Nel genere umano le illusioni e la speranza sono finite. L’ anafora “perì…perì” suona come un doloroso eco dell’anima. Il suo cuore ora si riposa. Prima aveva amato abbastanza. Nessuna cosa merita più i sospiri dell’uomo. La vita è dolore e noia e il mondo è fango. Ora il suo animo si calma e capisce che il fato non ha concesso altro che la morte. Si dispera un’ultima volta e disprezza se stesso, la natura, il potere ascoso del male e l’infinita inutilità di tutto. In questa poesia i segmenti sintattici non coincidono con la lunghezza dei versi e creano numerosissimi enjambement. Il lessico si riduce ad una scarna successione di verbi e sostantivi.

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