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Leopardi si contrappone alla scuola romantica lombarda, che tende invece a una letteratura oggettiva, realistica, fondata sul vero, animata da intenti civili, morali e che quindi privilegia le forme narrative, drammatiche. Ai moderni, che si sono allontanati dalla natura per colpa della ragione e per questo sono disincantati e infelici, la poesia d’immaginazione è ormai preclusa: ad essi non resta che una poesia sentimentale, nutrita di idee, filosofica, che nasce dalla consapevolezza del “vero” e dall’infelicità. Leopardi stesso, nella sua produzione in versi, segue puntualmente la poetica del “vago e indefinito” quegli esempi di visioni e suoni suggestivi che egli propone nello Zibaldone torneranno puntualmente nelle sue liriche. Quindi, pur conscio di appartenere a quella età moderna a cui è preclusa la poesia di immaginazione, Leopardi non si rassegna a escludere il carattere immaginoso dai suoi versi, così come a rinunciare alle illusioni.

In questo Leopardi quindi è indubbiamente separato dalla cultura romantica dal suo retroterra filosofico , che è illuministico, sensistico e materialistico. Però è vicino al Romanticismo, per una serie di grandi motivi che ricorrono nelle sue opere, la tensione verso l’infinito, l’esaltazione dell’io e della soggettività, il titanismo, il conflitto illusione realtà, l’amore per il “vago e indefinito”, il culto della fanciullezza. Leopardi cita soprattutto due passi: una similitudine di Omero che descrive un notturno lunare, e un episodio dell’Eneide.

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