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Al centro del pensiero di Leopardi si colloca la teoria del piacere. L’uomo per sua natura tende ad un piacere infinito, per estensione e durata, ma esso, essere finito, non è in grado di raggiungerlo ed è destinato a rimanere in una condizione di eterna infelicità. Dopo la fase del pessimismo storico, in cui la lontananza dal progresso della ragione consentiva agli uomini di potersi illudere e immaginare, Leopardi approda ad una condizione di pessimismo cosmico, in cui la natura svolge un ruolo importante; difatti, se in un primo momento essa offriva alle sue creature una mera felicità, adesso opera esclusivamente per un ciclo di rinnovamento continuo di cui gli uomini sono semplici ingranaggi e coinvolge indistintamente ogni essere umano a vivere in una condizione di assoluta e universale sofferenza. E’ questo il punto di arrivo del pensiero leopardiano definito pessimismo cosmico. Da un punto di vista poetico, così come emerge dalle pagine dello Zibaldone, vi è una tensione al piacere attraverso l’uso di termini e parole appartenenti al “vago e indefinito” , sia dal punto di vista visivo che uditivo. Il bello poetico per Leopardi, dunque, consiste proprio in questo: queste parole non solo sono “poeticissime”, ma sono suggestive perché evocano emozioni e sensazioni che ci hanno affascinati da fanciulli( la rimembranza).

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